lunedì 25 novembre 2013

Le origini della crisi

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Rappresentazione della crisi italiana

Anche a causa del protrarsi della crisi economica che ormai da anni attanaglia l'Europa, e del fatto che proprio in Italia stentino a vedersi segnali significativi di ripresa, stanno lentamente riprendendo quota articoli di politica economica che prevedono - in tempi anche ragionevolmente prossimi, nell'ordine degli anni o al più dei decenni - una completa disgregazione del sistema-Paese italiano, caratterizzato, a seconda della gravità dello scenario ipotizzato, in un default dello Stato, di uno shopping selvaggio da parte di imprese straniere, della riduzione dell'Italia a colonia economica di potenze estere, di un Paese di emigranti in cui per emergere i giovani sono costretti a portare all'estero le proprie competenze, esperienze e conoscenze.

Uno dei tratti comuni di questi scenari è la costruzione di una più o meno mitica età dell'oro, collocabile indicativamente negli anni '70 e '80, in cui l'Italia era una potenza economica di rilievo mondiale, e da cui sarebbe successivamente decaduta nell'ultimo ventennio.
Si tratta tuttavia di una visione falsata e per certi versi pericolosa dell'economia italiana: da un lato, infatti, presta il fianco a sterili strumentalizzazioni del ceto politico che ha governato l'Italia negli ultimi venti anni assolvendo e in qualche modo mitizzando il periodo della Prima Repubblica; dall'altro invece lascia intendere come il sistema industriale italiano del periodo pre-berlusconiano fosse sano e competitivo, scaricando su una politica pur colpevole anche responsabilità che non le competono e togliendo invece dal focus di analisi comportamenti e pratiche imprenditoriali che sono invece concause non trascurabili dell'attuale situazione di declino.

Il primo e principale problema dell'Italia, è noto, è il mostruoso debito pubblico, ormai stabilmente oltre i 2.000 miliardi di euro. Una simile mole di debito, tuttavia, non si è creata dal nulla, ma si è sviluppata prevalentemente nel corso degli anni '80, quindi in un periodo precedente rispetto alla soglia oltre la quale molti commentatori politici fanno iniziare l'arco discendente della parabola italiana.
Eppure questa incredibile e deleteria risalita del rapporto debito/PIL altro non è stata che la prosecuzione - in altre forme - di scellerate pratiche di politica economica che hanno reso sin dalle sue origini il sistema economico dell'Italia postbellica un vero e proprio gigante dai piedi d'argilla.

In Italia si può dire che non sia mai stata attuata un'economia di libero mercato propriamente detta, indipendentemente dal livello di regolamentazione statale imposto, e in questo si avverte la marginalizzazione del nostro Paese nei fenomeni della Rivoluzione Liberale seicentesca nel mondo anglosassone: anziché avere aziende sane, autosufficienti e impegnate in uno scontro in un regime di libera concorrenza, in Italia si sono avute commistioni tra pubblico e privato che hanno visto massicci spostamenti di capitali dallo Stato ad aziende amiche sotto coperture più o meno legali, fenomeni che da un lato hanno indebolito la struttura economica dello Stato, e dall'altro hanno permesso la sopravvivenza di aziende senza solide basi economiche ed industriali, semplici ragioni sociali del tutto dipendenti dai trasferimenti di denaro pubblico e per questa ragione impreparate a competere sui ben più aspri mercati esteri.

La ricerca di un facile consenso elettorale ha portato i partiti politici a farsi i primi artefici di questo sistema economico malato e alla lunga insostenibile, con la consapevole complicità di impenditori incapaci alla ricerca solo di un facile guadagno, ben lontani da quello che è lo spirito di impresa descritto nella Carta Costituzionale.
Per pagare questi imponenti trasferimenti di denaro lo Stato ha in prima battuta ricercato la facile strada del battere moneta; poiché tuttavia il valore reale del sistema-Paese restava tutto sommato inalterato in quanto i soldi incassati dalle imprese non erano davvero reinvestiti in lavoro e sviluppo se non in minima parte, questo fenomeno ha portato a fenomeni inflazionistici a due cifre divenuti alla lunga insostenibili rendendo inevitabile un cambio di politica.
Anziché esigere dagli industriali precisi livelli di investimento produttivo, con un colpo di mano la politica italiana ha semplicemente scelto di procedere a pompare soldi pubblici verso le imprese modificando solo la fonte del denaro: anziché creare nuovo denaro nel tempo presente deprezzandolo, si è preso a prestito denaro futuro, ovvero si è iniziato a contrarre debiti, da cui l'esplosione del debito pubblico durante gli anni '80.

Il mondo, tuttavia, andava incontro alla globalizzazione, ed il perpetuarsi del sistema economico italiano stava nuovamente raggiungendo i limiti della sostenibilità, rendendo una priorità imprescindibile nascondere la debolezza di fondo delle nostre imprese dietro lo scudo dell'Unione Europea, protezione tuttavia a doppio taglio perché regolamentava a livello comunitario il concetto di intervento di Stato in materia economica e favoriva la libera circolazione di merci e denaro all'interno dei confini della UE, con effetti quindi sostanzialmente opposti a quelli desiderati dai politici nostrani.

L'Italia è entrata in Europa sostanzialmente priva di un sistema economico sano e competitivo, e la progressiva esposizione delle nostre aziende alla regolamentazione europea le ha lasciate prive delle facili e opache fonti di introito derivanti dalla longa manus del pubblico senza peraltro avere - salvo le debite eccezioni - le necessarie competenze, strutture e capacità di imporsi o per lo meno sopravvivere a livello continentale.
Quanto avviene oggi in Italia non è la distruzione di un sistema economico sano e vincente: è solo il lento disgregarsi di un sistema cresciuto e sviluppatosi in un ambiente indebitamente protetto, e ora incapace di reggersi sulle proprie gambe in una lotta ad armi pari con i nostri concorrenti internazionali.

martedì 19 novembre 2013

BCE, le implicazioni della supervisione bancaria

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Mario Draghi

Se la politica italiana pare vivere guardando all'indietro, appesa alle vicende giudiziarie di Berlusconi, alle telefonate della Cancellieri, ai litigi e alle scissioni nei partiti e a misure economiche una volta di più ancorate al principio delle privatizzazioni selvagge delle - poche - aziende pubbliche sane rimaste nel Paese secondo la sciagurata logica del privatizzare i profitti e socializare le perdite, non può che spaventare l'assoluta evanescenza forzata in cui si trovano le istituzioni europee, imprigionate ormai da anni in un limbo che le rende qualcosa di più di un semplice consesso di rappresentanti di diverse nazioni ma qualcosa di meno di un insieme di organismi di governo a livello continentale.
Per Paesi come l'Italia questo doppio vuoto di potere costituisce uno stato di estremo pericolo, ma anche per Paesi caratterizzati da governi nazionali più forti e incisivi l'assenza di adeguate strutture politiche a livello continentale è foriera di cambiamenti in peggio nel prossimo futuro: la competizione economica mondiale si svolge ormai a livelli in cui gli Stati europei, presi singolarmente, non sono in grado di competere con successo, e questo vale persino per la Germania.

L'avere regolamentazioni, normative, incentivi, sanzioni, programmazioni o investimenti a livello europeo è quindi una semplice necessità storica ed economica, che si pone e deve essere affrontata a prescindere del livello di competenza e potere - o persino della stessa esistenza - delle istituzioni delegate a prendere tali provvedimenti.

Non bisogna quindi stupirsi se continuano ad aumentare le competenze dell'unico ente realmente attivo, operativo e strutturato a livello continentale, la Banca Centrale Europea. Questa progressiva concentrazione di poteri, tuttavia, sta portato l'istituzione di Francoforte a prendere in carico attività ben al di fuori del proprio mandato e della propria missione; e questo a sua volta genera da un lato problemi di efficacia di azione, e dall'altro situazioni di pericolosi conflitti di interesse.

Tra circa un anno la BCE assumerà, nell'ottica di una sua progressiva equiparazione ad una vera e propria banca centrale in stile FED, il controllo delle attività di supervisione delle banche, che eserciterà direttamente sugli istituti di credito più importanti (14 quelli italiani) e attraverso le banche nazionali per i restanti.
Grazie al "Meccanismo unico di risoluzione" la BCE avrà il potere di imporre stress test ben più duri di quelli esercitati dal'EBA nel 2010 e nel 2012 e imporre la liquidazione - ovvero la chiusura - delle banche che non dovessero superarli. La difesa della stabilità della moneta, la lotta all'inflazione e il rigore nei bilanci sono le armi che la BCE mette in campo per la salvaguardia dell'economia dell'Eurozona, di fatto le uniche armi possibili nella paradossale situazione di un'unione monetaria senza un budget significativo.

Tuttavia la BCE fa anche parte della Troika assieme alla Commissione Europea e al FMI, e si è dotata di armi di salvaguardia dell'economia tra cui spicca l'OMT introdotto da Draghi, ovvero l'acquisto illimitato di bond governativi sui mercati.
Questo significa che l'istituto guidato da Mario Draghi è entrato a piè pari, e non certo da ora, nella sfera della politica economica, in qualche modo sostituendosi a istituzioni politiche troppo evanescenti.

L'avvio delle attività di sorveglianza sugli istituti di credito rischia però di ingenerare conflitti di interesse tali da aprire crepe fatali nell'istituzione di Francoforte: da un lato l'immissione di liquidità è in questo periodo di crisi uno strumento necessario per la stabilizzazione dei mercati e aiutare gli Stati in difficoltà, ma dall'altro costituisce una droga in grado di tenere surrettiziamente in vita banche altrimenti insolventi, dei veri e propri zombie finanziari la cui dissoluzione avrebbe tuttavia effetti concreti e pesanti sulla vita di milioni di cittadini correntisti e migliaia di piccole aziende che dai finanziamenti di queste banche dipendono. E tuttavia la forza della BCE sta proprio nella sua autorevolezza: gli stress test che Draghi dovrà imporre agli istituti di credito dovranno essere necessariamente severi e le azioni intraprese dalla BCE come conseguenza di tali test inderogabili.
Eppure il fatto che a decidere saranno chiamate le stesse persone - i sei membri del direttivo più i governatori delle banche nazionali - che già si occupano di politica monetaria evidenzia un caso eclatante di conflitto di interessi, sebbene ad oggi Draghi minimizzi e parli di un chinese wall tra le attività di supervisione bancaria e politica monetaria.

La realtà dei fatti è tuttavia che con ogni probabilità si inizieranno a vedere persino nella Banca Centrale Europea le stesse crepe nazionalistiche che stanno affossando l'Unione politica, con conseguente perdita di prestigio, potere e autorevolezza dell'unico ente europeo che oggi costituisce un patrimonio spendibile a livello planetario.
L'eccesso di potere concentrato in una singola mano rischia in ultima analisi di snaturare il ruolo della BCE stessa, facendo regredire anziché progredire la costruzione dell'Unione Europea trasformandola in una tecnocrazia bancaria in cui la stabilità di bilancio diventa l'unico bene da preservare, incuranti dei costi economici e sociali che questo comporta.

L'assenza di organismi politici europei dotati di potere e statura tali da poter scavalcare i nazionalismi di ritorno rende l'Unione una nave senza timoniere e senza timone, in balia di correnti politiche, economiche e sociali che ne stanno piegando gli ideali delle origine e che rischiano di trasformaree il Vecchio Continente in una prigione finanziaria.
La miopia dei governi nazionali, ed il bieco sfruttamento delle paure della popolazione di perdere sovranità utilizzato dai populismi in ogni Stato, stanno lentamente paralizzando l'organismmo comunitario; in un circolo perverso meno potere viene dato all'Europa più gli organismi sovranazionali perdono di utilità e più diventa semplice togliere loro ulteriori poteri in futuro. Se questo gioco al massacro non avrà termine il sogno di Schuman e De Gasperi, di Monnet e Spinelli, non potrà che trasformarsi in un incubo.

mercoledì 13 novembre 2013

Dati AGCom settembre 2013

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Logo dell'AGCom

Normalmente, il mese di settembre costituisce una sorta di rientro nella normalità dopo il periodo vacanziero di agosto; nel 2013, tuttavia, la notizia della condanna definitiva di Berlusconi a seguito della sentenza Mediaset ha in qualche modo tenuto viva e costante l'attenzione dei media verso gli avvenimenti politici, e proprio la tenuta del'esecutivo è stata il principale tema di discussione, surclassando le polemiche sul Congresso del PD e in generale quelle sulle tematiche economiche legate alle prime bozze della legge di stabilità.

I dati pubblicati dall'AGCom hanno mostrato un totale di 399 ore di informazione politica in TV, straordinariamente un valore identico (differenza di appena 12 minuti) a quello del mese di agosto. Questa coincidenza consente per questa coppia di mesi un raffronto estremamente preciso, che può indicare con maggiore certezza gli spostamenti dei flussi mediatici e conseguentemente di attenzione da parte delle principali testate telegiornalistiche.

Dati AGCom settembre 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per mese

Rispetto al mese precedente si nota un centrodestra ancora dominante nella scena televisiva italiana ma in una misura decisamente inferiore rispetto al mese precedente: si nota infatti come il PdL si porti al 26%, che se è pur sempre il secondo valore da inizio anno è comunque di cinque punti inferiore rispetto a quanto registrato ad agosto.
Per contro l'attenzione dei media torna in parte verso il Partito Democratico, che con il 23% ottiene il valore più alto dal mese di aprile.

Del sostanziale calo delle due formazioni principali non paiono avvantaggiarsi le terze forze: il M5S resta sostanzialmente stabile sotto il 5% e SC resta fissa al di sotto del 2%, ma anche elementi organici delle coalizioni elettorali quali Lega o SEL non mostrano significativi segni di ripresa.

Anche l'esecutivo resta sostanzialmente stabile, pur mostrando un differente rapporto di forze interno legato al calo della compagine governativa a favore della figura del Presidente del Consiglio, mentre l'unico ulteriore incremento acclarato è quello del Presidente della Repubblica, vero garante della tenuta del Governo.

Il calo del PdL, quindi, non è stato raccolto da una forza in particolare, ma piuttosto è risultato spalmato su pressoché tutte le forze politiche, lasciando pressoché inalterati i rapporti di forza televisivi.

Dati AGCom settembre 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dal dato aggregato del tempo di coalizione si evidenzia un netto riavvicinamento tra le due coalizioni principali, con il divario tra centrodestra e centrosinistra sceso da 13 a 7 punti percentuale.
Si evidenzia anche un lieve recupero del M5S rispetto al mese precedente, pur restando però su valori estremamente bassi rispetto al risultato elettorale di febbraio ed in particolare sotto la soglia psicologica del 10%.
Il centro montiano appare anch'esso in lieve espansione, ma sempre su valori minimali e quasi ininfluenti a livello mediatico.

A livello di testate, trova come di consueto maggiori spazi su Studio Aperto e TG4, mentre il centrosinistra ha i suoi riscontri più significativi sui canali all-news come TGCOM e Rainews; il MoVimento 5 Stelle, infine, supera il 10% del tempo politico complessivo solo su RNews e TG1, mentre il centro montiano ha i suoi massimi su Rainews e TG2.

Dati AGCom settembre 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Osservando invece i dati aggregati per maggioranza, opposizione e istituzioni mostrino un andamento tutto sommato analogo a quello del mese precedente. Questo implica una situazione a compartimenti stagni nel tempo politico, in cui i movimenti tra una formazione e l'altra si riconducono in ultima analisi a spostamenti all'interno dell'area di appartenenza. In tal senso il PD compensa il PdL, il calo dei ministri è bilanciato dall'incremento della Presidenza del Consiglio, la diminuzione della Lega ha come contrappeso il maggiore spazio dato al M5S.

La situazione rispetto al mese di agosto, in questo ambito di analisi, si conferma quindi tutto sommato stabile nella sua profonda anomalia, con le forze di opposizione relegate al di sotto del 10%, secondo una pericolosa tradizione inaugurata sotto il Governo Monti.

A livello di testate giornalistiche, si nota come la maggioranza sia stata privilegiata da Studio Aperto e TG4, l'opposizione da TGLa7 e RNews mentre le istituzioni da MTVNews e Rainews.

A livello complessivo, i TG più aderenti alle norme della par condicio si sono rivelati nel mese di settembre TG2 e ancora una volta TGLa7, che brilla per costanza in questa particolare tipologia di analisi.

Il mese di settembre si pone quindi in ideale prosecuzione rispetto al precedente, con il tema dominante della condanna di Berlusconi a dettare tempi e modi della politica italiana a qualsiasi livello, anche se effettivamente in forma meno accentuata rispetto ad agosto.
Prosegue la marginalizzazione delle terze forze, in uno scenario bipolare tra PD e PdL non rispondente al vero e che ignora l'esistenza di un buon terzo del Parlamento italiano.

venerdì 8 novembre 2013

De Blasio e la svolta di New York

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Skyline di New York

New York svolta a sinistra. Bruscamente, dopo un ventennio di dominio incontrastato repubblicano, l'italo americano democratico Bill De Blasio (52 anni) conqusita la Grande Mela con un risultato a dir poco storico, imponendosi sul suo rivale Joe Lotha con poco meno del 75% dei voti.

In un contesto di affluenza relativamente stabile, si è quindi assistito ad un imponente passaggio di voti dal candidato repubblicano a quello democratico, segno evidente di come le appartenenze politiche a livello nazionale hanno poi rilevanza molto bassa al momento di scegliere le proprie preferenze per le elezioni locali.
In effetti negli Stati Uniti avere risultati di elezioni amministrative di segno differente rispetto a quelli delle elezioni politiche è una situazione relativamente comune, basti pensare a stati tradizionalmente liberal come la California o il New Jersey, che hanno visto lunghe parentesi di governatori repubblicani, o appunto alla stessa città di New York.

Risultati delle elezioni New York (2013)

Rispetto alle elezioni precedenti tenutesi nel 2009, si nota come De Blasio recupera nettamente in tutti e cinque i quartieri cittadini, vincendo con percentuali bulgare in quattro e risultanto indietro solo a Staten Island. Nel corso della precedente tornata elettorale il candidato democratico Thompson era riuscito a imporsi solo in due (Bronx e Brooklyn) e con un numero di voti assoluto e percentuale nettamente inferiore a quello di De Blasio.

Sicuramente a Lotha è mancato il carisma di cui godevano tanto Giuliani quanto successivamente Blooomberg, tuttavia è evidente come ad essere stata bocciata sia stata proprio la linea politica impostata dal ventennio di governo repubblicano, dal momento che Lotha, come vice di Bloombrg, si poneva in continuità con il progetto politico di quest'ultimo.

Michael Bloomberg ha reso New York, questo è innegabile, una delle città più sicure del mondo, dopo anni in cui il problema della criminalità e della sicurezza dei cittadini era forse tra le piaghe peggiori che affliggevano la grande mela.
Tuttavia è altrettanto vero che il risultato è stata una città più chiusa, incattivita per usare un termine forte, in cui le differenze sociali si sono ampliate, una città che, nell'opinione di molti tra i suoi stessi abitanti, ha perso lo status di simbolo delle opportunità e del sogno americano che aveva costituito sin dalla sua fondazione e che tanto bene è rappresentato dalla Statua della Libertà che ne rende unico lo skyline per chiunque giunga dal mare.

Bill De Blasio ha saputo intercettare questa forma di disagio in città, e con il suo motto "nessuno deve restare indietro" ha saputo cogliere il bisogno di rinnovamento, o per meglio dire di ritorno al passato, insito nello spirito di New York.
Le sue politiche, almeno stando alla campagna elettorale, saranno improntate sull'equità sociale, con un maggiore prelievo fiscale per i ricchi volto a finanziare una serie di sussidi per le classi più disagiate in particolare sul fronte dell'istruzione pubblica e della sanità.
Inoltre ha promesso lo stop alle agevolazioni fiscali per i grandi costruttori, che negli ultimi anni hanno provocato una cementificazione senza precedenti della Grande Mela, ed una revisione delle politiche di polizia, in particolare nel controverso metodo dello stop and frisk, spesso alla base di fenomeni di razzismo legalizzato.
In una città dove secondo alcune statistiche le persone che vivono al di sotto la soglia di povertà sono il 45% della popolazione, sicuramente un atteggiamento elettoralmente gradito e vincente, che ora il nuovo sindaco dovrà però saper mettere in pratica senza per questo distruggere del tutto il lavoro dei suoi predecessori, il cui successo è stato innegabile e confermato da un ventennio di predominio politico assoluto.

Giustizia sociale, giustizia economica, ma senza per questo rinunciare al vanto della sicurezza: riuscirà De Blasio a saper coniugare la propria vocazione politica con le necessità di quella che è nientemeno che la più famosa città del mondo?

sabato 2 novembre 2013

Le elezioni trentine ed il flop a 5 Stelle

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Manifesto elettorale del M5S in Alto Adige

Le elezioni provinciali in Trentino - che per le peculiarità istituzionali della regione vanno a rinnovare anche il Consiglio Regionale, formato dalla somma dei consigli provinciali - segnano un altro tassello importante nella comprensione dell'attuale situazione politica nel Paese, soprattutto in termini di percezione del mondo politico da parte dell'elettorato.

Sia a Trento sia a Bolzano il centrosinistra, inteso come coalizione di partiti di cui fa parte il PD, trionfa nettamente: in Trentino la coalizione formata da PD, PATT, UpT e formazioni minori conquista il 58% dei voti, il 2% in più del risultato di Dellai alle precedenti elezioni; in Alto Adige la SvP per la prima volta perde la maggioranza assoluta dei seggi, ma l'area considerata ascrivibile al fronte progressista indicativamente si attesta sopra il 60%.

L'affluenza si è attestata al 62% a Trento (73% alle precedenti elezioni) e al 77% a Bolzano (80% alle scorse elezioni) penalizzando quindi i candidati di lingua italiana. Rispetto alle politiche i cali sono stati invece del 18% a Trento e del 5% a Bolzano.

Proprio il raffronto con le politiche - pur nella diversità delle consultazioni interessate - è lo spunto di analisi per la valutazione dell'andamento del MoVimento 5 Stelle, alla presa con l'ennesima batosta elettorale dopo l'exploit delle elezioni di febbraio.
Sull'onda lunga del successo elettorale delle elezioni politiche e della crisi del PD dopo l'impallinamento di Prodi, il Friuli-Venezia Giulia doveva diventare la prima regione a cinque stelle; nella tornata delle amministrative l'obiettivo, più o meno velatamente dichiarato, era nientemeno che il Comune di Roma, mentre alla fine l'unico successo per la formazione grillina venne da Ragusa; ora il flop, perché tale è stato, in Trentino-Alto Adige.
Se tre indizi fanno una prova, sarebbe d'uopo nel MoVimento 5 Stelle iniziare a chiedersi come mai l'elettorato stia punendo in maniera così sistematica il M5S in tutte le tornate amministrative che si sono succedute da febbraio ad oggi.

Nel blog di Grillo un breve post a firma Riccardo Fraccaro celebra l'elezione come un successo, con l'ingresso di due esponenti nel consiglio provinciale trentino e di uno in quello altoatesino. L'obiettivo dell'elezione, secondo il post, era quindi quello di riuscire a far eleggere almeno un proprio esponente per avere un "infiltrato" nel Palazzo, in grado di portare alla luce i segreti della politica regionale.
Visto in quest'ottica sicuramente il risultato di queste elezioni provinciali è indubbiamente positivo, nonché un miglioramento rispetto al 2008 quando il M5S nemmeno esisteva, almeno non nella forma attuale.
Che questo stesso obiettivo fosse il medesimo della vigilia, o l'obiettivo a cui era lecito puntare dopo il lusinghiero risultato delle elezioni politiche è però difficilmente credibile.

Alle elezioni di febbraio, relativamente alla Camera dei Deputati, il MoVimento 5 Stelle aveva totalizzato a Trento il 20,8% con 63.758 consensi; a Bolzano i risultati erano stati invece l'8,3% con 24.864 preferenze.
In otto mesi, pur in un contesto differente, i dati si sono ridotti drammaticamente: a Trento il M5S scende a 13.877 preferenze per un totale del 5,84% (che diventano 14.240 voti e una percentuale del 5,72% se si considera il dato del candidato presidente e non quello di lista), mentre a Bolzano i voti complessivi si attestano a 7.097 e al 2,50%.
La matematica non lascia adito a dubbi: in Trentino il MoVimento perde quasi 50.000 voti, i tre quarti di quelli che aveva conquistato alle politiche, evidenziando un calo di consensi ben quattro volte superiore alla diminuzione dell'affluenza. Crisi analoga in Alto Adige, con un calo assoluto di oltre 17.000 voti, pari ad una diminuzione del 70% delle preferenze rispetto alle politiche; il calo di preferenze rispetto alla diminuzione dei votanti assume proporzioni drammatiche, con un tasso di disaffezione addirittura diciotto volte superiore.

Perché questo comportamento? Perché quasi 70.000 persone, una città delle dimensioni dell'Aquila, dovrebbe aver scelto di non votare più il MoVimento 5 Stelle dopo averlo preferito nel mese di febbraio, rifugiandosi nell'astensione o in altri partiti?
La risposta a questo quesito, su cui il M5S dovrebbe interrogarsi piuttosto che - in un modo che somiglia troppo pericolosamente agli usi dei tanto vituperati partiti - ridefinire al ribasso i propri obiettivi a valle della competizione elettorale, pare incardinata su due questioni dirimenti.

La prima riguarda, naturalmente, la differente tipologia di competizione elettorale.
Sicuramente delle elezioni provinciali hanno valenza locale, servono per esprimere rappresentanti del popolo a livello territoriale espressamente per il governo del territorio. Esiste in queste elezioni un filo diretto tra elettore ed eletto che nelle competizioni politiche tende a diventare molto meno evidente. L'elettore medio italiano, in modo quasi paradossale ma pienamente giustificato dalla classe politica nazionale dell'ultimo ventennio, tende a vedere l'istituzione locale come il reale elemento di tutela e governo del cittadino, laddove la politica romana viene ormai vista come un luogo di sprechi e corruttele.
Il MoVimento intercetta appieno il malcontento generalizzato verso il governo centrale, ma evidentemente non riesce (ancora?) a cogliere l'esigenza di tutela e ordinamento a livello locale necessaria per vincere le elezioni amministrative.
L'idea della semplicità al potere, dell'uomo della strada messo al comando, può essere accettabile in un posto dove la principale esigenza percepita dalla popolazione è quella di fare pulizia, ma non in un posto da cui ci si attendono risposte concrete a problemi concreti: la classe dirigente selezionata dal MoVimento 5 Stelle non viene, semplicemente, considerata adeguata per posizioni di governo.
Non stupisce infatti che il candidato del M5S alla presidenza della provincia di Trento abbia in proporzione fatto peggio delle liste a suo sostegno, evidenziando un valore aggiunto rispetto alla forza della lista nettamente inferiore ai candidati degli altri partiti; se è vero, da un lato, che la forte connotazione di gruppo del M5S in qualche modo lo penalizza nelle competizioni elettorali monocratiche, dall'altro è evidente nel panorama pentastellato l'assenza di elementi di spicco e carismatici al di là della figura del leader Grillo.

Il secondo punto di analisi è invece incentrato sul giudizio politico sull'operato del M5S nel corso di questa prima esperienza parlamentare del partito, fattore complicato per di più dal fatto che il MoVimento non possiede ancora un elettorato realmente fidelizzato, ma si ritrova ad aver raccolto consenti da una vasta ed eterogenea platea elettorale, partita con aspettative e opinioni ben diverse su quella che sarebbe dovuta essere la condotta politica del MoVimento.
In una simile situazione non sarebbe stato di per sé facile replicare il risultato delle politiche, non si può tuttavia non ritenere che il modo in cui il M5S ha condotto le sue battaglie politiche in Parlamento non abbia avuto impatti sull'elettorato, raffreddando molti degli entusiasmi sorti nel periodo delle politiche.
La sistematica volontà di estraniarsi dal gioco delle alleanze con le altre formazioni per cercare di ottenere il massimo possibile da un governo in qualche modo amico, piuttosto che l'assenza - o comunque il poco risalto - di proposte strutturate sui grandi temi economici e sociali che attraversano il Paese, le dichiarazioni di Grillo sulla volontà di attendere fino al raggiungimento della maggioranza assoluta per partecipare al governo del Paese, sono fattori che indubbiamente hanno portato una buona fetta dell'elettorato del M5S a pensare che il loro voto di febbraio sia finito in una sorta di congelatore, un voto di proposta verso un'alternativa trasformato in un voto di protesta tutto sommato fino a questo momento piuttosto sterile.

Nel 2014 con le elezioni europee, concettualmente e strutturalmente più simili alle politiche, il M5S avrà una vera cartina al tornasole dell'evoluzione del suo elettorato dell'ultimo anno, e prima di quell'evento qualsiasi analisi politica contiene in sé troppi azzardi per poter essere considerata affidabile al 100%. È tuttavia vero che le competizioni elettorali degli ultimi mesi stanno inviando segnali negativi al M5S, il quale a sua volta dovrebbe mostrare di avere l'umiltà di accettarne l'esistenza e cercare di capirli e interpretarli.
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