giovedì 29 agosto 2013

IPCC, modelli da rifare?

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Logo dell'IPCC

Nel 2014 verrà pubblicato, dopo una gestazione pluriennale, il Fifth Assessment Report (AR5) dell'Intergovernmental Panel on Climate Change, a ben sette anni di distanza dal report precedente.

Gli Assessment dell'IPCC si pongono l'obiettivo di ripercorrere tutte le recenti evoluzioni della climatologia e di fornire un compendio ufficiale e dei principali lavori svolti sul tema, allo scopo di presentarsi come hub e - attraverso la peer review - strumento di validazione di ricerche e articoli dedicati ai cambiamenti climatici, agli effetti politici, sociali ed economici ad esso legati e ai possibili strumenti che si possono mettere in atto per contrastarne gli effetti più negativi.
L'IPCC non svolge ricerche indipendenti in materia climatologica, limitandosi quindi a ufficializzare risultati altrui. Questo non ha però impedito all'organizzazione di finire nel mirino dei media nel 2009, due anni dopo l'uscita dell'AR4, per lo scandalo Climategate, quando una fuga di mail riservate della Climate Research Unit dell'Università di Norwich evidenziò presunte manipolazioni di dati allo scopo di incrementare l'importanza delle attività umane nei cambiamenti climatici in atto ed in particolare nel progressivo riscaldamento del pianeta.
Le indagini si chiusero con la sostanziale assoluzione degli scienziati coinvolti e la polemica si spense poco a poco, ma ora una nuova serie di verifiche rischia di mettere sotto torchio l'AR5 prima ancora della sua effettiva pubblicazione, e questa volta sulla base della mera osservazione dei dati.

La stesura del quinto Assessment, infatti, è iniziata poco dopo la pubblicazione del quarto, nel 2007. Alcuni dei lavori che costituiscono l'ossatura portante del report sono valutazioni previsionali dell'andamento delle temperature medie terrestri a partire dal 2007, e quindi già da ora confrontabili con i dati reali.
E se i dati reali smentiscono questi valori, l'intero Assessment rischia di fondarsi su premesse sostanzialmente non valide.

Esistono cinque metodologie di misurazione delle temperature globali del pianeta, generalmente nominate dall'ente che pubblica i dati: in particolare GISS, CRU e NCDC forniscono rilevazioni delle temperature superficiali, mentre UAH e RSS invece forniscono rilevazioni basate sui dati satellitari registrate ad altezze differenti (bassa troposfera, media troposfera, bassa stratosfera).

Anomalie di temperatura
in bassa troposfera (1979-2013)

Anomalie di temperatura
in media troposfera (1979-2013)

Anomalie di temperatura
in bassa stratosfera (1979-2013)

I report utilizzati dall'IPCC per il periodo 2005-2013 prevedevano un incremento delle temperature medie di 0,2° C, laddove nello stesso periodo la media dei tre strumenti di misura terrestri ha fornito un decremento delle temperature di 0,05° C, la media dei due strumenti di misurazione satellitari (relativamente alla bassa troposfera) ha restituito un decremento di 0,02° C e infine la media di tutti e cinque gli strumenti di rilevazione ha segnato un decremento delle temperature medie del pianeta di 0,04° C.

In generale, quindi, i modelli predittivi utilizzati come base per l'AR5 hanno fornito, in un periodo di otto anni, un errore di rilevazione stimabile tra il quinto ed il quarto di grado centigrado, una cifra enorme sia se la si pensa proiettata su periodi temporali più lunghi, sia soprattutto se si pensa a quali sconvolgimenti climatici una semplice frazione di grado può portare.

Differenza tra le previsioni IPCC
e la media delle registrazioni di anomalia di temperatura
(2005-2013)

Ciò non significa naturalmente che il riscaldamento globale sia una bufala: le temperature, pur stazionarie a livello generale negli ultimi anni, permangono comunque sui livelli più alti mai registrati - e se le serie satellitari si spingono solo fino alla fine degli anni '70, molti dataset terrestri riferiti a diverse località hanno ormai valenza secolare. Inoltre in molte zone anche del nostro Paese non occorre un ulteriore riscaldamento per compromettere ecosistemi e pratiche agricole già seriamente alle strette dai cambiamenti finora avvenuti.
Né deve necessariamente pensarsi ridimensionata la componente antropica nell'andamento delle temperature globali, in quanto non è chiaro quale sarebbe potuto essere tale andamento se non fosse mai avvenuta, ad esempio, la rivoluzione industriale.
Con ogni probabilità gli errori modellistici derivano da una sottostima dell'impatto del Sole nella determinazione delle temperature del pianeta e da distribuzioni di probabilità troppo grossolane per un sistema così caotico come è il pianeta Terra.

Comunque sia, lo scopo dei report IPCC non è - o non dovrebbe essere - assegnare responsabilità, né si dovrebbe limitare a fornire puri prospetti teorici, il cui errore significherebbe solamente la necessità di sostituire un modello con un altro.
I panel IPCC si propongono piuttosto di fornire una piattaforma di dati e ricerche tale da costituire la base di qualsiasi azione politica, nazionale o globale, volta a contrastare o quantomeno mitigare gli effetti negativi del cambiamento climatico.

Sotto questo aspetto l'idea di report non corretti, o fondati su premesse palesemente smentite dai dati reali, è deleteria tanto per la credibilità dell'IPCC quanto soprattutto perché attraverso questo report i Paesi possono arrivare a decidere le loro politiche ambientali ed energetiche.
Nel raffronto con i dati reali e osservati le scelte di campo tra sostenitori dell'AGW e relativi detrattori che le incertezze della scienza climatologica ancora consentono dovrebbero passare in secondo piano, fermarsi all'evidenza dei numeri registrati e al fatto che i modelli su cui si fonderanno le politiche ambientali del prossimo lustro si sono dimostrati errati e prendere atto che su queste premesse gli Stati spenderanno soldi, decideranno di assegnare incentivi, convertiranno produzioni agricole o industriali, imposteranno politiche idriche.

La scienza, una scienza seria, rigorosa e obiettiva, deve essere al servizio della politica, e la politica ha l'esplicito dovere di seguirne le indicazioni, semplicemente perché non farlo significa produrre inefficienze. È tuttavia necessario che a sua volta la scienza sia sgombra da interessi di parte, quali che siano, e si limiti a fare il suo mestiere: descrivere la realtà.

venerdì 23 agosto 2013

Può un tifoso dei Red Sox guidare New york?

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Bill de Blasio (DP)

Cosa conta per essere un buon sindaco? Quali sono le qualità che consentono agli elettori di comprendere se un candidato è degno di amministrare una città, magari una metropoli da milioni di abitanti?
A quanto pare il senso del bene pubblico, le idee innovative e persino l'appartenenza politica a questo o quel partito passano in secondo piano, quando entra in campo la fede sportiva.

Negli Stati Uniti il 5 novembre si voterà per eleggere il nuovo sindaco di New York, città strenuamente democratica nelle elezioni nazionali ma governata initerrottamente dal 1994 da sindaci di estrazione repubblicana, prima Giuliani e poi Bloomberg. Proprio Blooomberg, l'attuale primo cittadino, sarà costetto a lasciare la carica essendo ormai in dirittura d'arrivo del suo terzo mandato (limite da lui stesso fissato modificando la legge precedente che lo limitava a due), e senza incumbant che possano essere in qualche modo favoriti, la competizione è oggi più aperta che mai.
Non stupisce quindi che le primarie, ed in particolare quelle democratiche, siano viste con grande attenzione dalla popolazione newyorkese e dai media.

Colpisce, invece, che da un paio di giorni sia sorta all'interno dell'entourage democratico una polemica del tutto sportiva, che nulla ha a che fare con la politica e l'amministrazione cittadina. In un passaggio di un'intervista rilasciata al New York Times, Bill de Blasio, già difensore civico cittadino e candidato alle primarie democratiche, ha ammesso piuttosto candidamente di essere un fan della squadra di baseball di Boston, i Red Sox, rivali storici della squadra di New York, gli Yankees. Un po' come se Matteo Renzi avesse ammesso in campagna elettorale di essere juventino.

Tra Red Sox e New York Yankees vige una rivalità ormai quasi secolare, che affonda le sue radici nella cessione-simbolo di George Herman "Babe" Ruth dai Sox agli Yankees nel 1920, cessione che costituì la chiusura di un periodo di splendore per la squadra di Boston - che sarebbe sprofondata in un digiuno dalle vittorie di oltre ottanta anni - e al contrario l'apertura di un ciclo vittorioso per gli Yankees.
Una rivalità talmente sentita che persino l'attuale sindaco di New York, Bloomberg, fu aspramente criticato per essersi presentato allo stadio, pur nella curva degli Yankees, con un paio di calzini rossi, il simbolo dei Red Sox.

Le parole di Bill de Blasio hanno immediatamente monopolizzato l'attenzione dei media, diventando negli ultimi giorni il tema portante della campagna delle primarie democratiche e, in prospettiva, della campagna elettorale, con attacchi anche da media repubblicani come la Fox.
La notizia, pubblicata in esclusiva sul New York Times, è poi stata ripresa da tutte le agenzie di stampa e via via dagli altri media.

A Red Sox fan as New York mayor?, titola la Fox, con tono tonante e minaccioso, legando indissolubilmente la fede sportiva di Bill de Blasio con il suo operato politico e paventando la trasformazione di New York addirittura in una succursale di Boston.
Persino il think tank Political Wire, formalmente indipendente ma considerato di tendenze liberal nonché nella classifica dei dieci blog liberali più letti negli Stati Uniti, si pone la questione: Può un fan dei Red Sox diventare sindaco di New York?

La notizia rimbalza al di fuori dei confini cittadini fino ad arrivare persino in Gran Bretagna dove è stata ripresa dal Telegraph, ma naturalmente è arrivata anche a Boston, dove il Boston Magazine mellifluamente invita a separare politica e sport ma si schiera apertamente con la candidatura di Bill de Blasio, dopo questo coming out.

Il fenomeno, naturalmente, non è solo americano; un caso anche recente in Italia risale al 2011 quando durante le elezioni comunali di Bologna il poi eletto Virginio Merola, notorialmente poco interessato al calcio, si finse tifoso della squadra cittadina, salvo poi scivolare in clamorosi svarioni quando poi interrogato in merito dai media.

La fede sportiva costituisce un enorme fattore di identificazione, un collante sociale di indubbia e comprovata forza; nel corso del XX secolo sono progressivamente caduti diversi tabu identitari sotto la spinta della globalizzazione e delle lotte per la conquista dei diritti civili; il Paese di origine, il colore della pelle, la religione, per quanto ancora tristemente in grado di condizionare la vita delle persone, hanno molto meno valore di un tempo nella definizione di un "noi" contrapposto ad un generico "loro".
Nei campanililsmi che da sempre animano l'interazione tra le grandi città di un Paese la fede sportiva è - probabilmente assieme alle specialità alimentari e dove possibile alle realtà industriali in concorrenza - forse uno dei pochi temi identitari rimasti.
Il sentiment di una New York conquistata da Boston se Bill de Blasio dovesse vincere le primarie e poi le elezioni comunali è la reazione, per certi versi anche da considerarsi naturale, di chi sovrappone la fede sportiva all'appartenenza istituzionale, di chi fonda sull'equazione New York uguale a New York Yankees la colonna portante del proprio essere newyorkese e esternalizza questo sentimento reagendo all'idea di avere un sindaco dei Red Sox come ad un sopruso o appunto ad un'invasione.

Ciò che è forse meno comprensibile e naturale è il ruolo dei media, che hanno amplificato la vicenda per proprie ragioni economiche o politiche.
La scelta di trattare la confessione di una fede sportiva come uno scoop giornalistico risponde indubbiamente a stimoli economici, ma il peso dato ad una particolare notizia non fa che alimentarne la percezione di importanza da parte del pubblico, alimentando un circolo vizioso senza controllo: per una fetta economicamente consistente di pubblico la notizia della fede sportiva del candidato è una notizia importante, allora il New York Times la tratta alla stregua di una notizia da prima pagina, cosa che conferma l'importanza della notizia a chi già la riteneva importante e ne fa risaltare l'importanza a chi non la considerava tale, rendendo ancora più probabile che una notizia simile in futuro venga trattata nella stessa maniera.
Peggio ancora, naturalmente, è la scelta di tentare di cavalcare la notizia per scopi politici: dare maggior risalto alla notizia su un media repubblicano perché si sta parlando di un candidato democratico significa fare leva sulle pulsioni irrazionali del cittadino per il conseguimento di un obiettivo politico, un tentativo di manipolazione delle masse tra l'altro di comprovata efficacia.
Viene quindi meno la funzione sociale e per certi versi educativa dei media, che si mostrano semplici organi di propaganda di poteri economici o politici, che mostrano le notizie o nella forma che sanno essere quella preferita dal proprio pubblico, oppure nella forma in cui vogliono che il proprio pubblico le recepisca, rinunciando non solo a pretese di obiettività e senso della misura, ma anche all'idea farsi protagonisti di un'evoluzione culturale e sociale del cittadino che non risponda alla legge del mercato o a interessi di una singola parte politica.

Colpisce infine come il tema identitario, da sempre uno dei cavalli di battaglia delle destre di qualsiasi paese, sia ormai diventato un problema anche a sinistra - con le dovute differenze tra la sinistra americana e quelle europee: che persino un think tank di impronta liberale arrivi a chiedersi se sia opportuno che New York abbia un sindaco tifoso dei Red Sox in maniera avulsa dalle sue qualità amministrative, o addirittura che consideri la fede sportiva di un candidato come un parametri rilevante dal punto di vista politico ed elettorale, è un evidente ripiegamento dalle logiche di apertura e inclusione da sempre nelle corde di chi si professa liberale. O almeno, liberale fino al fischio dei primo inning.

lunedì 19 agosto 2013

Intervista a Elly Schlein

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Elly Schlein (PD)

Ventotto anni, videomaker, una straordinaria esperienza a Chicago nelle fasi finali della campagna elettorale di Barack Obama, l'impegno nella campagna congressuale a favore di Pippo Civati, anima bolognese di OccupyPD, ruolo che le è già valso la partecipazione ad alcune trasmissioni televisive (da citare Z il 26/04/2013 e Piazza Pulita il 13/05/2013 ed il 17/06/2013): l'italo-americana Elly Schlein è oggi uno dei volti più in vista della next generation del Partito Democratico.

Elly, le cause che hanno portato alla nascita di OccupyPD sono note a tutti, ma vuoi raccontarci invece in che modo OccupyPD ha costruito la sua struttura ed è diventato un movimento organizzato?
In realtà OccupyPD continua a non essere un movimento strutturato. Abbiamo detto sin da principio che, facendo una battaglia contro le correnti, di certo non avremmo voluto diventare una nuova corrente anche noi. All'inizio ci siamo organizzati come potevamo: un hashtag, qualche gruppo su Facebook, a volte siamo stati invitati in televisione e di quelle occasioni, paradossalmente, abbiamo approfittato per conoscerci, fare rete, organizzarci. Ancora oggi la mobilitazione mantiene quel carattere di spontaneità che è stata la forza iniziale, quella delle occupazioni nei giorni dell'elezione del Presidente della Repubblica: ci sentiamo e confrontiamo costantemente, anche tra le varie realtà territoriali, e ci organizziamo di volta in volta a seconda della situazione.

Puoi tracciare un identikit dei partecipanti di OccupyPD? Chi si dimostra più sensibile alle vostre istanze e dove invece incontrate le maggiori resistenze?
Tracciare un "identikit" è impossibile perché proveniamo tutti dalle realtà territoriali, dalle sensibilità e dalle storie più diverse. Contrariamente a quanto pensano alcuni, ad esempio, non siamo tutti giovani. Del resto l'abbiamo sempre detto che non si tratta di una battaglia di età, ma di mentalità. Detto ciò, è vero che perlopiù siamo giovani tra i 20 e i 30, e, se vogliamo trovare un tratto che accomuni tutti fuori dalle consuete etichette, semplicemente frustrati e delusi da questo PD. E che ora, insieme, sognano di ricostruire uno spazio di centrosinistra vero ed alternativo, che sia in grado di ascoltare davvero gli iscritti e gli elettori e di fare elaborazione politica per il paese, un partito che metta in rete le migliori esperienze e conoscenze che ci sono già, dentro e fuori dal PD, e che faccia una cosa che non gli abbiamo mai visto realmente fare: vincere. La cosa straordinaria è che, se le prime occupazioni sono state lanciate soprattutto da giovani democratici, da quando abbiamo cominciato ad organizzarci in rete in OccupyPD si trova di tutto, e siamo stati inondati di messaggi di sostegno da dentro e fuori il PD. Da iscritti che hanno alle spalle trent'anni di militanza e che ci affidano la loro delusione e l'ultima speranza, ad elettori che hanno smesso di votarci e che ci dicono "andate avanti, perché questa è una battaglia di tutti, e non vediamo l'ora di avere un buon motivo per votare il PD". Le maggiori resistenze non le incontriamo dentro al partito, dove, soprattutto girando le numerose feste dell'unità, incontriamo iscritti ed elettori di ogni età che la pensano come noi. Le incontriamo fuori, in chi è già rimasto scottato e passa il tempo a spiegarci che non ce la faremo mai, che le cose non cambieranno mai, che il PD è già morto. Non è così, si può cambiare eccome. Basterebbe investire nel cambiamento la stessa energia che si spende a lamentarsi. Quindi dipende solo da noi, tutti insieme.

Che cosa ti ha insegnato l'esperienza elettorale negli Stati Uniti, e quali sono le metodologie ed i processi che stai cercando di replicare anche da noi?
L'esperienza come volontaria a Chicago mi ha dato umanamente tantissimo, e mi ha profondamente segnato. Perché lì ho visto un popolo tendenzialmente molto meno attento di noi, molto meno interessato alla politica, ricominciare a credere profondamente in un progetto comune di cambiamento, e riappassionarsi alla politica nella sua forma più alta. Che è quella condivisa, che è quella di una battaglia comune. Obama è riuscito a dare una visione e far convergere le speranze, le esigenze e l'entusiasmo di persone completamente diverse in una stessa direzione. Era buffo entrare al quartier generale e vedere giovani liceali lavorare gomito a gomito con anziane pensionate di colore. È evidente che fossero lì per motivi differenti, e Obama ha saputo vincere perché li ha messi insieme, a lavorare fianco a fianco per far vincere la stessa visione del futuro. Su ciò che ho potuto osservare in termini di strategia elettorale potrei dilungarmi troppo, ma mi limito ad una considerazione: lì la differenza per Obama l'hanno fatta i volontari. Persone comuni, che non hanno tessera né funzioni di partito, né esperienza politica alle spalle. Possibile che qui da noi, a febbraio, il PD e la coalizione avessero a disposizione un albo delle primarie (con tutte le polemiche che è costato, tra l'altro) con oltre tre milioni di contatti che non sono minimamente stati coinvolti nella campagna elettorale? Niente. E quello è l'unico vero vantaggio che abbiamo rispetto a Grillo e Berlusconi, ma nessuno ha avuto l'intelligenza politica di utilizzarlo. Praticamente è come dormire su un tesoro.

La prima domanda che spesso sorge quando si ascoltano le vostre idee e i vostri progetti è: "ma cosa restano a fare queste persone nel PD?" Ti giro la domanda: perché restare nel PD? Al di là del senso di appartenenza e della fedeltà alla bandiera, perché lottare ancora per questo partito e invece non ripartire da zero con una formazione nuova? Perché oggi qualcuno dovrebbe ancora scommettere e investire energie nel PD?
Perché c'è un PD che non si vede. Che è quello dei tanti elettori ed iscritti che coi 101 non hanno niente a che fare, che non ne capiscono i moventi o che li capiscono fin troppo bene. Che è quello dei tanti sindaci PD che, anche se nessuno lo ha detto in campagna elettorale, amministrano i "comuni virtuosi", lavorando per il cambiamento, quello vero, nella vita di ogni giorno e portando risultati concreti, di solito nell'indifferenza dell'alta dirigenza del partito. Perché restare qui? Perché è casa nostra. Perché chi occupa davvero il PD non siamo noi, che difendiamo lo statuto e i valori fondativi di questo partito; i veri occupanti sono i 101, sono coloro che trattano il partito come fosse proprietà privata di alcuni capobastone. Sempre bravissimi a riunirsi davanti ai caminetti, tra l'altro, ma mai una volta che riescano a vincere le elezioni. Siamo qui perché siamo convinti - lo percepivamo prima e ne abbiamo avuto conferma strada facendo - che la "base" del PD sia molto più avanti di questa dirigenza, ormai autoreferenziale e chiusa in se stessa. E quindi certo, non sarà facile cambiare le cose, ma vale la pena tentare. Anche perché si tratta di una cosa banale come far applicare il nostro statuto, secondo cui sono gli elettori ed iscritti a scegliere gli organi dirigenti e la linea politica del PD. Ma chiedete un po' ai circoli se finora è stato davvero così.

L'importanza della rete, l'orizzontalità del processo democratico e la trasparenza interna spesso hanno fatto accostare OccupyPD al MoVimento 5 Stelle. Cosa vi accomuna e cosa vi differenzia dai grillini, al di là ovviamente della bandiera di partito? Quali parti dell'esperienza del M5S ritenete debbano essere presenti nel PD che immaginate e quali invece considerate un esempio negativo da non imitare?
Personalmente credo che da Grillo ci siamo fatti fregare dei temi fondamentali che avrebbero già dovuto essere al centro della nostra azione politica da tempo (e magari lui al 26% non ci sarebbe arrivato). Sto parlando dell'ambiente, della green economy. Della rete e delle sue potenzialità anche per lo svolgimento del dibattito democratico. Sto parlando del digitale, della lotta alla corruzione e al conflitto di interessi, in tutti i suoi generi. Dopodiché io credo che Grillo non sia la soluzione. Non lo è perché non ha saputo dire nulla, ad esempio, sui diritti civili, non ha una visione complessiva dell'economia, non si capisce cosa voglia far per il lavoro. E non ha detto nulla perché sa che il collante è un (parzialmente legittimo) "Vaffanculo" a tutti, mentre è molto più debole nella sua parte propositiva. Ma la cosa più allarmante trovo sia la questione della democraticità: non c'è nulla di più antidemocratico dell'affermazione "non ci fermeremo fino a che avremo il 100% del parlamento." In una società democratica il pluralismo è una precondizione necessaria, oltre che un grande valore, ed il partito unico ha un sapore antico ed inquietante. Come non è tollerabile mettere alla porta chiunque osi mettere in discussione i toni del leader. Nelle quotidiane, lunghe discussioni con i sostenitori del M5S che ci incalzano ad uscire dal PD, spesso ci ritroviamo a ricordare loro che il PD sarà pure un disastro, ma intanto noi non veniamo sbattuti fuori perché lo diciamo.

Spesso per zittire le forme di opposizione interna le si taccia di essere forze unicamente distruttive, senza reali proposte di alternativa. Ecco, quali sono le vostre proposte per il partito? Come deve essere il PD secondo OccupyPD e con quali strumenti intendete raggiungere il vostro obiettivo?
OccupyPD è passato quasi subito dalla protesta (contro lo formazione del governassimo) alla proposta. È un'esigenza che abbiamo sentito già quando siamo andati a protestare davanti all'Assemblea Nazionale dell'11 maggio, in cui abbiamo portato 4 punti che abbiamo sottoposto all'Assemblea. Abbiamo chiesto un congresso aperto, vero, rifondativo. Perché quanto accaduto negli ultimi mesi ha minato alle radici l'identità di questo partito, e bisogna ridefinire le fondamenta di quel che ci tiene insieme. Abbiamo chiesto un partito che si apra alla società civile, che torni ad essere protagonista dei grandi movimenti di opinione e battaglie in difesa dei diritti, un luogo dove si possa sentire a casa tanto chi lotta contro le mafie, quanto chi ha si batte per uno sviluppo sostenibile. Perché in questi anni tutto il movimento che c'è stato (pensiamo a "Se non ora quando?", pensiamo al "Popolo Viola", pensiamo ai referendum su acqua e nucleare) è stato fuori dal PD?
A giugno abbiamo organizzato una giornata, a Bologna, che partiva proprio dall'esigenza di mettere insieme "102ideepercambiare il PD". La nostra risposta ai 101. E "la rivoluzione parte dal metodo", quindi per la giornata abbiamo utilizzato metodologie partecipative innovative e, anziché le classiche assemblee da cui non si riesce a trarre una sintesi, ci siamo messi attorno a dei tavoli di lavoro a chiederci come rendere effettivamente il partito più aperto, come ridare voce per davvero ad elettori ed iscritti, e come superare le dannate logiche correntizie che sono quelle che hanno condannato allo stallo il PD sino ad ora. Ne è emerso un documento che trovate su www.occupypd.it e che raccoglie le proposte emerse dalla giornata. Proposte che stiamo portando in giro, e che vogliamo lanciare all'interno di un dibattito congressuale ancora troppo schiacciato sui nomi e sulle squadre, e troppo lontano dai temi. Alcuni strumenti su come far incidere la volontà di elettori ed iscritti sulle scelte della dirigenza, ad esempio, sono già previsti a statuto, ma non sono mai stati attuati. Non molti sanno che l'art.27 prevede la possibilità di un referendum tra iscritti.


OccupyPD ha proposte solo legate al rinnovamento del partito o ha anche idee per il Paese?
Ad ora ci siamo occupati perlopiù del partito. Riformare profondamente questo PD, e dargli un senso che pare aver perduto sulla strada delle larghe intese, è il primo passo per poter offrire un cambiamento reale al Paese. Ovviamente abbiamo tutti delle idee per il Paese, su quali siano le priorità e i grandi temi da affrontare nella prospettiva di un cambiamento reale. C'è l'emergenza del lavoro, c'è il problema di un fisco che non funziona, c'è da affrontare il tema delle profonde diseguaglianze sociali che soffocano il Paese. C'è il ritardo enorme accumulato sul fronte dell'ambiente, del digitale e della cultura. Tutte cose che negli altri paesi europei danno lavoro, ma che qui vengono ignorate. Però come OccupyPD, a parte un costante e quotidiano confronto tra noi, non abbiamo elaborato proposte comuni; anche perché non avremo un candidato nostro al Congresso, e saranno i candidati a dover offrire una visione completa e concreta sul futuro del partito e del Paese. Le due cose sono strettamente connesse: noi non siamo "ossessionati dal PD". Noi vogliamo cambiare il PD perché questo PD non è stato in grado di cambiare il Paese.

OccupyPD è indubbiamente un movimento in crescita: come hai già avuto modo di raccontare gli attestati di stima e di fiducia che state ricevendo si moltiplicano ogni giorno. Ritenete di aver già raggiunto la massa critica per cambiare veramente il PD? Ma soprattutto, in che modo intendete utilizzare il capitale umano e di fiducia che in questo momento avete in mano?
La nostra battaglia è sorta proprio sul presupposto che "siamo più di 101". E ne abbiamo avuto conferma nei mesi successivi, nel confronto costante con elettori ed iscritti, delusi e arrabbiati come noi. Ma al contempo c'è una grandissima voglia di partecipare, ci sono persone che, mentre gli iscritti storici non rinnovano le tessere, stanno facendo ora la tessera per darci una mano nella battaglia di cambiamento. E lo fanno consapevoli che l'unico modo per cambiare davvero questo PD, e per mettere in minoranza chi ragiona come i 101, è travolgerli con un'ondata di partecipazione e di passione politica. E avremo l'occasione di farlo al congresso, dove le primarie devono essere aperte come sono sempre state. Noi avremo questo semplice ruolo: far capire ad elettori ed iscritti, soprattutto i tanti delusi, che c'è ancora speranza, che c'è una possibilità di cambiare tutto, e che ci riusciamo soltanto se tutti ci prendiamo la responsabilità di partecipare e costruire un'alternativa.

Elly, è inevitabile che le vicende di OccupyPD si intreccino con quelle del prossimo congresso del PD. Ad oggi non risulta che il movimento abbia espresso un proprio candidato alla segreteria né che abbia deciso ufficialmente di appoggiare uno dei candidati già in lizza. Tu però sei apertamente schierata a favore di Pippo Civati. È un'idea personale oppure prelude ad una scelta dell'intero OccupyPD?
La mia è una scelta personale, abbiamo sempre detto che OccupyPD riunisce sensibilità diverse e non è detto che tutti voteremo lo stesso candidato. Certo, pare molto difficile che chi ha vissuto l'esperienza OccupyPD si metta a sostenere un candidato dietro cui si cela l'apparato, o dietro cui si celano i 101. Candidati fortemente alternativi ce ne sono già ufficialmente in campo, io sto con Civati, ma altri potrebbero ancora candidarsi e ognuno farà le sue valutazioni. So che moltissimi degli altri hanno già fatto la mia stessa scelta, non solo per la coerenza e la concretezza, ma anche per il semplice fatto che Civati queste cose le diceva da prima del disastro.

Civati non è il solo a chiedere un rinnovamento radicale del partito, e non è neppure l'esponente PD più in vista a caldeggiare le istanze di chi vuole un reset dell'attuale dirigenza. Quindi, perché Civati?
Per mille ragioni, senza nulla togliere ad altri interpreti del cambiamento. Perché Civati in questi ultimi anni ha dimostrato una coerenza che ormai è merce rara. Perché ha avuto il coraggio di fare le battaglie giuste, anche da solo, e di dire le cose come stavano anche quando ha significato inimicarsi la dirigenza del partito. Perché ha avuto la curiosità di interrogarsi a fondo sul fenomeno Grillo mentre gli altri l'hanno liquidato frettolosamente, col risultato che abbiamo visto a febbraio. Perché in questi anni ha girato tutto il territorio ed ha studiato, ha cercato di mettere in rete le intelligenze migliori sui vari settori, ha dedicato attenzione a tutti quei temi che per me dovrebbero essere al centro di un centrosinistra all'altezza del suo ruolo. E che invece abbiamo lasciato ad altri. E poi perché è in grado di parlare oltre i confini del PD, a tutti coloro che abbiamo perso per strada negli anni, che hanno smesso di votarci o di votare. E infine, perché solo Civati fa una cosa che mi sta particolarmente a cuore: propone l'inversione di quel modello deleterio dell'uomo solo al comando, che ha condannato il nostro Paese all'arretratezza. Propone una politica che torni ad essere partecipata, affollata, condivisa. Che solo così può produrre le soluzioni giuste per il Paese. "Mi chiedono chi c'è dietro di me," ha detto lanciando la sua campagna a Reggio Emilia. "Nessuno. Ma vedo un sacco di gente davanti." Questo è lo spirito giusto. Prima di guardare ai delusi di centrodestra, io voglio un segretario che sappia parlare ai delusi dal centrosinistra, che alle elezioni sono sempre di più.

Elly, ti ringraziamo per il tuo tempo e la tua disponibilità, e ti auguriamo ovviamente un grande in bocca al lupo per le tue battaglie.
Speriamo di poterci risentire ancora nei prossimi mesi per avere una finestra aperta sul mondo di OccupyPD in vista delle prossime sfide che attendono il vostro movimento, il PD e l'intero Paese.

L'intervista è a disposizione in formato .pdf a questo link.

venerdì 9 agosto 2013

Dati AGCom aprile 2013

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Logo dell'AGCom

Aprile 2013 può considerarsi con buona ragione il mese in cui si è deciso in tutto e per tutto il destino politico dell'Italia, con la rielezione di Giorgio Napolitano al Quirinale, il doppio siluramento di Marini e Prodi, le sommosse popolari di OccupyPD fino ad arrivare al Governo Letta.
La copertura mediatica del periodo, reperibile a questo link, evidenzia lo spazio destinato alle varie forze politiche ed istituzionale in quel delicatissimo passaggio, fondamentale per comprendere gli attuali equilibri politici.

Dati AGCom aprile 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per mese

Nel mese di aprile le ore di informazione politica sono in calo rispetto a marzo attestandosi su un comunque alto valore di 432 ore. Se si osserva tuttavia che nel corso di questo mese sono intercorsi appuntamenti istituzionali di indubbia importanza, dotati quindi di una copertura mediatica oggettivamente dovuta, il calo rispetto al mese precedente diventa ancora più evidente.
Confermando il rapporto intercorso anche tra i primi due mesi dell'anno, appare evidente come i media italiani tendano a gonfiare le ore politiche nei momenti di incertezza, per poi ridurre la copertura nel momento in cui i nodi si sciolgono e si vedono finalmente i risultati. Si tratta di una tendenza di netta prevaricazione della speculazione sull'analisi, un evidente vulnus dell'informazione italiana che ha non poche responsabilità nella formazione politica stessa della popolazione.

Osservando l'analisi dei dati, appare un evidentissimo predominio del PD, che da solo arriva ad un terzo della copertura totale dei TG del mese. Si tratta di un valore stellare e con ogni probabilità senza precedenti. I democratici hanno tuttavia poco da gioire per questo risultato: aprile 2013 è il mese in cui l'idea del "governo del cambiamento" teorizzata da Bersani è miseramente naufragata, in cui il PD ha dato prova di una fragilità e di un correntismo indegni di un partito politico, in cui ha bruciato il proprio fondatore e uomo simbolo dalla corsa al Quirinale, in cui le sedi sono state occupate da militanti in rivolta contro le scelte di una dirigenza votata alla mera e sterile autoconservazione.
Il dramma del PD è stato quindi ripreso e amplificato dai TG di tutte le reti, togliendo spazio a pressoché ogni altra formazione politica.

Tra le altre formazioni, appare particolarmente degna di nota la conferma del M5S come seconda forza televisiva anche in aprile: sia pure per una manciata di centesimi di punto percentuale, la formazione grillina supera il PdL. Rispetto al mese precedente, il recupero del partito di Berlusconi rispetto a quello di Grillo è tuttavia sintomatico del progressivo spostamento di attenzione del PD dall'una all'altra formazione nella sua frenetica ricerca di un partner di governo.

Dati AGCom aprile 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

La coalizione di centrosinistra si trova quindi nettamente maggioritaria su tutte le reti televisive, con margini che vanno dai 10 ai 25 punti percentuale sui diretti concorrenti, centrodestra e MoVimento 5 Stelle.
È da osservare che sebbene il MoVimento 5 Stelle superi - seppure di poco - il PdL, l'equilibrio viene ribaltato considerando il centrodestra nel suo complesso, che si posiziona ovunque come seconda coalizione ad eccezione di TGCOM24, dove è appunto la formazione grillina a rubare la seconda piazza ai berlusconiani.

Completamente assente dallo scenario il centro montiano, ridotto ai minimi termini da un risultato elettorale che ha sancito de facto l'ininfluenza sulle sorti della formazione del nuovo esecutivo: solo sul TG1 la coalizione del Professore supera infatti la pur modesta soglia del 5%, un tonfo di una decina abbondante di punti percentuale se raffrontato con i valori altisonanti della campagna elettorale.

Osservando i singoli canali spicca il dato di Rainews, in cui il centrosinistra nel suo complesso supera il 50% del tempo televisivo complessivo; il centrodestra sfiora il 40% solo su Studio Aperto, mentre il M5S presenta un andamento piuttosto curioso: nettamente sotto il 20% su tutte le reti Rai e sui tre principali TG Mediaset, e ben al di sopra di tale soglia su Sky, reti Telecom e TGCOM24.

Dati AGCom aprile 2013 aggregati per
Istituzioni-Maggioranza-Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni-Maggioranza-Opposizione

I dati che evidenziano la distribuzione del tempo politico in temrini di opposizione, maggioranza e istituzioni si mostrano simili a quelli del mese di marzo: le forze di maggioranza, spinte dal PD, salgono del 4%, a discapito di opposizione e istituzioni in calo entrambi del 2%.
Questo immobilismo numerico è però un falso indicatore, in quanto si deve ricordare come in realtà questo calo del tempo istituzionale sia avvenuto proprio nel mese in cui si è arrivati all'elezione del Presidente della Repubblica, quindi in un periodo in cui il tempo istituzionale doveva essere per ovvie ragioni molto più alto rispetto ai mesi precedenti e successivi.

La crisi del PD è in ultima analisi il leit-motiv dell'aprile 2013, una crisi in qualche modo dirimente e che ancora cova sotto le ceneri, e che solo il Congresso potrà in qualche modo dirimere una volta per tutte, dando a questo partito un volto ed una collocazione finalmente univoci - quali che si troveranno ad essere.

lunedì 5 agosto 2013

Berlusconi, dietrofront strategico

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Silvio Berlusconi (PdL)

Chi si aspettava un'estate tormentata nel governo e nelle istituzioni in seguito alla condanna definitiva di Silvio Berlusconi nel processo Mediaset è rimasto deluso. Nella manifestazione-comizio tenutosi a Via del Plebiscito domenica 4 agosto il leader del PdL ha deciso per una linea di azione più morbida, che esclude ripercussioni sul Governo e cerca di costruire un asse con il Quirinale per arrivare, secondo indiscrezioni, ad una commutazione della pena. Una vittoria delle colombe del partito, a quanto pare, con i falchi messi all'angolo e appena ammansiti con le promesse di future battaglie sui temi economici nel prossimo autunno.
Tutt'altra cosa rispetto ai temi e ai toni di appena qualche ora prima, che viravano dai ricatti al Presidente della Repubblica da parte di Schifani e Brunetta fino addirittura alla guerra civile evocata da Sandro Bondi.

Eppure, con buona pace dei sostenitori del conflitto a oltranza, la rinormalizzazione dei toni era probabilmente la scelta obbligata per Berlusconi, e questo non per senso istituzionale, ma per puro calcolo politico.

In primo luogo, infatti, è bene osservare che lo slogan "o la grazia o il voto" con cui diversi esponenti del PdL è in realtà una minaccia assolutamente priva di senso, in quanto riportare il Paese alle urne non è certamente prerogativa di una forza politica e parlamentare. Ciò che rientra nei poteri del PdL è naturalmente ritirare il proprio appoggio all'esecutivo, scatenando una crisi di Governo e facendo cadere Enrico Letta.
Si tratterebbe tuttavia di una mossa alla cieca, sia in termini politici che elettorali. È infatti innegabile come il PdL sia riuscito fino a questo momento a condizionare in maniera pesante l'operato del Governo, e che sebbene i propri parlamentari siano in minoranza numerica rispetto a quelli del PD le attività dell'eseucutivo siano più ascrivibili a quelle di una coalizione di centrodestra che a quelle di una di centrosinistra. Rinunciare ad una rendita di questo genere, soprattutto quando uno dei cavalli di battaglia della campagna elettorale - l'abolizione dell'IMU - sembra essere vicino, non pare una mossa particolarmente saggia in termini di mantenimento del consenso elettorale.
Al tempo stesso la caduta del Governo Letta non implica automaticamente il ritorno alle urne. Sebbene i precedenti di marzo e aprile non lascino adito a molte probabilità in tal senso, l'attuale Parlamento consente maggioranze di governo alternative (o su base PD-M5S oppure con una vasta alleanza che comprenda PD-SC-LN-SEL), quindi la caduta di questo Governo non si tradurrebbe automaticamente in un ritorno al voto.
Non bisogna inoltre dimenticare un'ulteriore arma, questa veramente micidiale, nelle mani del Capo dello Stato: le proprie dimissioni. Dimettendosi, Giorgio Napolitano sarebbe in grado di bloccare lo scioglimento del Parlamento anche nel caso in cui non si riuscisse a formare un nuovo governo, ed è evidente che qualsiasi altro nome le Camere possano individuare, considerandone la composizione è probabile che si tratterà di una figura ostile a Berlusconi. Provocare il Quirinale in tal senso paralizzando l'attività di Governo comporta quindi per il PdL il serio rischio di ritrovarsi al Quirinale inquilini meno accondiscendenti e trattabili, ovviamente divisioni interne del PD permettendo.

Nemmeno le elezioni anticipate, tuttavia, riuscirebbero a risolvere il problema dell'agibilità politica di Berlusconi, né consentirebbero al PdL - salvo risultati eclatanti e al momento non prevedibili - di riformare l'ordinamento dello Stato in tal senso.
Se si tornasse immediatamente al voto, infatti, Berlusconi non sarebbe candidabile in Parlamento e nemmeno proponibile come Presidente del Consiglio nel caso il PdL arrivasse ad essere partito di maggioranza.
Al netto dell'interdizione ancora da stabilire e degli ulteriori processi in essere, per consentire a Berlusconi di sedere in Aula occorre modificare la legge esistente. Ma per arrivare a questo risultato non basterebbe al PdL vincere le elezioni: votando con l'attuale legge elettorale il PdL dovrebbe letteralmente stravincere per assicurarsi la maggioranza assoluta dei seggi al Senato, e in un'ottica tripolare è evidente quanto questo obiettivo sia di difficile realizzazione.
Paradossalmente, ciò che ora conviene di più al PdL è puntare su una modifica della legge elettorale che favorisca la governabilità e renda più facile il conseguimento di una maggioranza stabile anche in un sistema a tre poli come quello italiano attuale, per poi sparigliare le carte, portare il Paese al voto e cercare di vincere per arrivare ad una riforma della giustizia di portata così radicale da annullare gli effetti di una sentenza già passata in giudicato.
I toni di pacificazione lanciati da Berlusconi sono con ogni probabilità la prima mossa tattica di questa nuova battaglia politica.
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