martedì 26 febbraio 2013

The day after

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Incendie à Rome, di Robert Hubert

Un brusco risveglio. Ecco forse il termine più adatto per definire l'esito delle elezioni politiche 2013.
Un risveglio amaro per chi credeva di aver archiviato per sempre l'esperienza del berlusconismo, un risveglio gioioso per il M5S che si ritrova ad essere determinante al Senato, un risveglio da incubo per il centrosinistra che si ritrova proiettato in un incubo peggiore di quello del 2006, un risveglio di incertezza per il centrodestra, la cui rimonta ai limiti dell'incredibile può nascondere ma non di certo cancellare il violento arretramento elettorale, un risveglio di disperazione per tutti coloro - Fini, Storace, Ingroia, Pannella - non sono riusciti a entrare in Parlamento.
Più di ogni altra cosa, però, diventa critico il risveglio dell'Italia, proiettata verso un periodo di incertezza che non può che danneggiarla sui mercati internazionali, renderla più vulnerabile agli attacchi della speculazioni e marginalizzarla rispetto al resto d'Europa.

Si assiste all'ennesimo fallimento dei sondaggisti, che tra gli instant-poll e le proiezioni hanno completamente ribaltato lo scenario elettorale, passando da una maggioranza solida per il centrosinistra ad un vantaggio minimo ma solito per il centrodestra fino a riportare avanti di un soffio la coalizione di Bersani, il tutto condito da una notevole sottostima del MoVimento 5 Stelle.
Si assiste ad una redistribuzione della geografia del voto di livello assolutamente storico: regioni storicamente feudi del centrodestra o del centrosinistra vengono rimesse in gioco, con il MoVimento 5 Stelle prima forza in zone rosse come Marche o Liguria, o ad un soffio dall'esserlo in zone azzurre come la Sicilia.
Si assiste al miglior risultato nella storia delle elezioni politiche italiane per una forza esordiente: il MoVimento 5 Stelle, con il suo 25% circa, polverizza il record di Forza Italia. Se non fosse per il voto degli Italiani all'estero, sarebbe anche primo partito del Paese. Un'affermazione senza precedenti.

Sicuramente nei prossimi giorni analisi, controanalisi e dietrologie cercheranno di spiegare domani, per citare un noto aneddoto, come mai quello che avevano predetto ieri non si è verificato oggi, ma è tuttavia possibile fare alcune dichiarazioni a caldo sull'immediato futuro del Paese.
Alla Camera c'è una maggioranza solida. Il centrosinistra, grazie a un centinaio di migliaia di voti di vantaggio, porta a casa il 55% dei seggi e ottiene 340 deputati, a cui si sommeranno queli vinti all'estero dove il PD è nettamente in vantaggio.
Discorso completamente diverso al Senato. Se Prodi, in uno scenario prettamente bipolare, era riuscito ad ottenere una pur minima maggioranza, oggi invece l'Aula risulta completamente ingovernabile. Quando deve ancora concludersi lo spoglio delle schede degli italiani all'estero, si profila il seguente scenario, che ormai non potrà variare che di poche unità.
  • Pierluigi Bersani: 123 senatori
  • Silvio Berlusconi: 117 senatori
  • Giuseppe Piero Grillo: 54 senatori
  • Mario Monti: 19 senatori
  • Altri: 2 senatori
A questi numeri vanno poi ad aggiungersi i senatori a vita.

Da un punto di vista meramente algebrico, e limitando il conteggio ai senatori effettivamente eletti. possono quindi ora aprirsi tre possibilità: una Große Koalition tra centrodestra e centrosinistra potrebbe contare su 240 senatori, una maggioranza tra centrosinistra e MoVimento 5 Stelle che potrebbe contare su 177 senatori, e infine una tra centrodestra e MoVimento 5 Stelle che avrebbe 171 senatori.
Tutte e tre queste soluzioni avrebbero una certa solidità numerica, ma da subito la terza appare improponibile in virtù del fatto che alla Camera dei Deputati il centrosinistra ha un'ampia maggioranza parlamentare.

Il pallino del gioco, quindi, è proprio in mano al centrosinistra, al PD e al suo segretario Pierluigi Bersani. Le valutazioni sono molteplici e delicatissime, tanto dal punto di vista politico quanto da quello istituzionale.
Rispetto al 2008 il centrosinistra ha perso circa tre milioni di voti, il centrodestra sette. Grillo ha saputo mietere abbondantemente le proprie messi in entrambi gli schieramenti, con una prevalenza - anche se non marcata - in quello conservatore. Le tradizionali geografie del voto, che saranno esplorate in successive analisi, dovranno essere ridisegnate. Il MoVimento 5 Stelle costituisce ad oggi una forza esplosiva, in grado di competere degnamente con i poli classici, a cui manca solo l'esperienza di governo per consolidare la propria credibilità.
Al tempo stesso l'Italia è oggi altamente esposta sui mercati internazionali, l'assenza di una maggioranza chiara e l'indecisione sugli scenari politici futuri è una pistola puntata alla tempia del Paese, per cui lo stesso richiamo alla responsabilità che ha quasi ucciso la vittoria del centrosinistra alle elezioni politiche è oggi più vivo che mai.

Che scelte si aprono dunque per Bersani?
In primo luogo, la posizione di Bersani è una posizione di forza solo apparente. La maggioranza relativa di cui gode attualmente è frutto dell'attuale risultato alle urne, ma si tratta di un risultato che ha creato un mood negativo per il centrosinistra e positivo per centrodestra e M5S: se si tornasse a votare, replicare questa pur striminzita vittoria sarebbe impossibile per i progressisti.
Questo, naturalmente, lo sanno benissimo sia Berlusconi sia Grillo.

La prima opzione, un governo Bersani-Berlusconi, sarebbe per il centrosinistra un suicidio politico. Berlusconi farebbe pesare il proprio appoggio in maniera salatissima, in primis chiedendo un salvacondotto sui temi giudiziari e secondariamente imponendo il proprio programma elettorale, un programma diametralmente opposto a quello del centrosinistra. Una simile maggioranza non avrebbe la statura né il profilo per tranquillizzare i mercati, e servirebbe - e verrebbe percepita - unicamente per una spartizione di ruoli e poltrone. Dal punto di vista politico, invece, i sostenitori di Berlusconi vedrebbero questa partecipazione al governo come una vittoria elettorale, galvanizzandosi, mentre quelli di centrosinistra la considererebbero una sonora manifestazione di sconfitta, oltre che uno snaturamento dei cardini della propria coalizione: non ci sarebbero appelli alla responsabilità in grado di fermare la completa e totale dissoluzione del centrosinistra verso il M5S in un simile scenario.

La seconda opzione potrebbe essere un governo di minoranza, o governo a geometria variabile, in cui Bersani di volta in volta, pur dettando l'agenda del Paese, si troverebbe a dover racimolare una maggioranza su ciascun provvedimento. Una soluzione assolutamente non tranquillizzante per i mercati e per i nostri partner europei, e alla lunga logorante per il PD, che si ritroverebbe invischiato in una sequenza senza fine di ricatti, smarrendo in brevissimo tempo la propria spinta propulsiva e riducendosi a diventare una sorta di "utile idiota" delle forze di minoranza.

Difficile invece che Bersani possa voler far saltare il banco immediatamente: i rischi legati ad un ritorno immediato alle urne sono evidenti tanto per il Paese quanto per i democratici. Da un lato, l'instabilità legata all'assenza di un governo creerebbe una tensione forse insopportabile per il Paese e le sue disastrate finanze, dall'altro la rinuncia di Bersani rischierebbe di distruggere la residua fiducia degli elettori di centrosinistra, mentre ricompatterebbe gli entusiasmi un centrodestra ora più galvanizzato che mai.

Resta un'ultima ipotesi: un accordo formale tra centrosinistra e MoVimento 5 Stelle per un governo di scopo, che realizzi una sequenza minimale di leggi in virtù dei punti in comune tra i programmi delle due coalizioni e traghetti il Paese al voto dopo un lasso limitato di tempo, fornendo tuttavia nel contempo una guida stabile all'Italia. Si tratta di una soluzione tuttavia difficilmente percorribile, malgrado segnali di buona volontà che stanno giungendo da entrambe le parti. In primo luogo perché un governo che include al proprio interno una componente fortemente euroscettica come il M5S sarebbe indubbiamente malvisto in sede UE; ma il reale motivo risiede tutto nella reale disponibilità di Grillo ad un simile accordo.
Il M5S si trova ad un bivio cruciale, e la sua crescita tumultuosa lo ha portato a tale diramazione molto presto nella sua storia politica. Accettare o no le eventuali offerte di Bersani? Accettare una collaborazione su alcuni punti condivisi oppure giocare allo sfacio e riportare il Paese alle urne puntando ad un ulteriore incremento del consenso? La scelta è dura.
L'elettorato grillino, raccogliendo trasversalmente consenso sotto forma di voto di protesta, è quanto oggi di più variegato presenti il panorama politico italiano. Diventa persino difficile tracciarne un identikit. Si va dal deluso di sinistra all'intransigente per cui destra e sinistra sono la stessa cosa, dall'ecologista all'ex-berlusconiano, e via dicendo. Una scelta non potrà che provocare mal di pancia interni e probabilmente le prime divisioni dell'elettorato. Il M5S è chiamato a prendere un'identità politica chiara per la prima volta, e questo processo è sempre doloroso. Potrà scegliere se restare un movimento di lotta e rischiare di perdere quelle componenti più responsabili che realmente credono che l'Italia non possa permettersi altri mesi di ingovernabilità (oltre a tutti coloro che hanno scelto Grillo "perché tanto Bersani ha vinto alla Camera, quindi meglio portare in Parlamento gente nuova e pulita"), oppure può sfidare la propria ala più intransigente e tentare di accreditarsi come forza di governo, tentando di acquisire credibilità politica agli occhi dell'elettorato più moderato e affrontando per la prima volta l'anima della vita politica: il compromesso.
Su questa scelta si gioca l'immediato futuro del Paese, e si preannuncia una scelta dura: se da un lato infatti molti eletti del M5S non escludono al momento possibilità di un governo di scopo, tra i militanti i toni sono ben diversi, ed il ritorno alle urne ed il "nessuna pietà" sembrano essere i mantra più ripetuti. A Grillo e Casaleggio l'ardua sentenza.

lunedì 18 febbraio 2013

Simbologia del comizio milanese di IBC

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Manifestazione di IBC a Milano

La giornata di domenica 17 febbraio, l'ultima domenica prima del voto alle politiche, ha avuto un significato particolare per la coalizione di centrosinistra guidata da Pierluigi Bersani.

Il comizio tenuto in Piazza del Duomo, che ha visto come protagonisti - oltre allo stesso Bersani - Nichi Vendola, Bruno Tabacci, Giuliano Pisapia e il candidato alla presidenza della Lombardia Umberto Ambrosoli, ha avuto un valore simbolico altissimo per la coalizione, e se difficilmente potrà considerarsi risolutivo ai fini della campagna elettorale, è d'altra parte molto significativo per cogliere da un lato l'umore del Paese e dall'altro la strategia elettorale del polo progressista nel Paese, una strategia spesso criticata nelle sue fasi iniziali ma che nel corso del mese di febbraio ha progressivamente preso slancio.

Il primo elemento da considerare, al di là di ogni dubbio, è la capacità che - ancora? - ha il centrosinistra di riempire le piazze. Si era tanto parlato della conduzione della campagna elettorale da parte dei cosiddetti partiti tradizionali, relegati nei palazzetti e nei teatri, rispetto al travolgente Beppe Grillo, capace di riempire all'inverosimile ogni piazza in cui si ritrovava a tenere comizi.
Con questa manifestazione il centrosinistra ha dato una risposta esemplare a chi non lo vedeva più in grado di conquistare le piazze, terreno naturale dell'antico PCI, e in sostanza scollegato dal proprio popolo. Rinnovando con questo comizio lo spirito delle primarie, la coalizione Italia Bene Comune ha dimostrato di essere una forza tutto sommato vitale nella carne del Paese, e non solo nei palazzi della politica e dell'amministrazione.

Il secondo tema è naturalmente la location; non è un mistero che da sempre sono le zone più contendibili del Paese quelle battute dai leader politici in prossimità delle elezioni. A maggior ragione questo è vero con una legge elettorale che assegna premi di maggioranza su base regionale e se assieme al voto per le elezioni politiche si tiene anche quello per la conquista della regione.
Il messaggio è chiaro: oggi la Lombardia, la patria di Berlusconi e della Lega, il cuore dell'impero di Formigoni, uno dei più grandi serbatoi di voti della destra italiana, è considerata dal centrosinistra reale terreno di conquista, il tentativo di compimento di una vera e propria rivoluzione copernicana della politica italiana iniziato nel 2011 con la vittoria di Giuliano Pisapia al Comune di Milano.
Il semplice fatto che il comizio si sia tenuto a Milano ha un impatto psicologico da non sottovalutare: la Lombardia è contendibile, il centrosinistra è competitivo in questa regione storicamente ostile, il centrodestra è assediato letteralmente nel proprio giardino di casa. La prova di forza è evidente, e dagli effetti psicologici tutto sommato incerti, in quanto potrebbe tanto far vacillare le ultime certezze dell'elettorato di centrodestra in regione quanto ricompattarlo in difesa della roccaforte in pericolo. Resta in ogni caso l'immagine di un centrosinistra determinato - solo con il senno di poi si potrà capire se per arroganza o ben riposta fiducia nei propri mezzi - e votato all'attacco, sicuramente un leit motiv a cui gli ultimi anni di politica interna avevano decisamente disabituato.

Il terzo tema ha un nome ed un cognome: Romano Prodi. A sorpresa l'ex Presidente del Consiglio, l'uomo che ha battuto due volte Berlusconi sul campo, torna in piazza, ed è proprio questo, forse, il punto più interessante e più gravido di conseguenze.
L'utilizzo della figura di Romano Prodi è forse il punto più emblematico del tipo di campagna elettorale che Pierluidi Bersani ha impostato per tentare di vincere le elezioni politiche, una campagna volta più al recupero dei voti di centrosinistra che alla conquista dell'elettorato moderato. È innegabile, infatti, che Prodi sia un vero e proprio totem per il popolo ulivista e di sinistra in generale, ma al tempo stesso, proprio per la sua figura di contrapposizione totale con Berlusconi in un tempo in cui il bipolarismo politico si era trasformato in un bipolarimo reale nel Paese, generi vere e proprie reazioni di rigetto nell'elettorato di centrodestra.
Il messaggio è chiaro: Bersani vuole chiamare a raccolta il suo popolo, mantenerlo compatto contro le erosioni da destra (Monti, Grillo) e da sinistra (Ingroia), lasciando che sia l'elettorato moderato invece a dividersi tra i tre o quattro competitor che affollano l'area.
Vi è tuttavia un secondo livello, più profondo, nella presenza di Romano Prodi sul palco meneghino, e riguarda la delicatissima successione di Giorgio Napolitano. Se Prodi è uno sponsor di Bersani, il legame è naturalmmente a doppio senso. Tramontata la candidatura naturale di Mario Monti per via del suo impegno diretto nelle elezioni politiche, si rafforza naturalmente l'ipotesi di Prodi come prossimo inquilino del Quirinale in caso di vittoria del centrosinistra nelle votazioni. Bersani, ormai da mesi, auspica una collaborazione - che i numeri in Parlamento stabiliranno se si tratterà solo di collaborazione piuttosto che di vera e propria alleanza - con il centro montiano: l'inserimento della figura, comunque moderata per quanto storicamente nemica, di Prodi all'interno di questo solco è un importante aiuto al Professore per permettergli di essere accettato e votato dai centristi al momento dell'elezione del nuovo Capo dello Stato.
Ma la presenza di Prodi a Milano ha un terzo significato, dall'impatto simbolico ancora più forte. Nelle ultime settimane Bersani si è fatto affiancare da Matteo Renzi nella sua campagna elettorale. Al di là del vantaggio in termini di consensi che il grande carisma del sindaco di Firenze può apportare a favore del centrosinistra presso l'elettorato più moderato, sia Renzi sia Bersani hanno ricevuto una reciproca legittimazione da questa collaborazione: Renzi, mettendosi al servizio del partito malgrado la sconfitta alle primarie, si prefigura come il grande leader del futuro, Bersani si ritrova tra le mani un partito completamente ricomposto dopo i malumori che la marginalizzazione di Renzi poteva aver suscitato.
Lo stesso fenomeno è avvenuto questa domenica con Prodi: la presenza del Professore sul palco fa di Bersani l'erede designato di una figura elettoralmente vincente, e con un virtuale passaggio di testimone trasforma la staffetta tra Prodi, Bersani e Renzi quasi in uno stream of consciousness tra passato, presente e futuro, in cui Bersani trova massima legittimazione come leader dell'attuale centrosinistra.

Certo, deve prima vincere le elezioni...

martedì 12 febbraio 2013

Sondaggi Tecné, tra effetto IMU e perplessità

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Silvio Berllusconi (PdL)

L'entrata nel periodo di oscuramento dei sondaggi, quel tempo tecnico tutto italiano precedente le elezioni di due settimane in cui i sondaggi elettorali possono essere commissionati e svolti ma non divulgati, consente di riepilogare l'andamento delle coalizioni a due settimane dal voto e offrire un parametro di confronto stabile e definitivo dei trend di consenso di leader e partiti.

Nel corso di questa campagna elettorale, tra le varie case sondaggistiche si è contraddistinta Tecné, tanto per le sue rilevazioni giornaliere che offrivano una sorta di borsino della politica, quanto per aver svolto sondaggi a livello di dettaglio regionale in grado di offrire informazioni più precise sulla ripartizione geografica del voto.

Poco prima dell'oscuramento dei sondaggi, è stato pubblicato in data 7 febbraio proprio un sondaggio regionale, svolto tra il primo ed il cinque del mese.
Questo sondaggio, per la sua ricchezza di dettaglio e anche per il fatto di venire dopo un analogo precedente, si mostra particolarmente ricco di spunti per un'analisi pre-elettorale approfondita... e anche per mettere in evidenza alcune anomalie che in qualche modo paiono rendere meno credibile alcuni dei dati presentati da Tecné.

Il primo dato significativo è il confronto tra i dati regionali e quelli nazionali raccolti sempre da Tecné nel medesimo periodo, pubblicati nel sondaggio del 6 febbraio.

Sondaggio regionale e nazionale Tecné

Tra i dati regionali e quello nazionale pesano l'assenza della Valle d'Aosta e le date di realizzazione non perfettamente coincidenti, ma altri parametri, primo tra tutti il fatto che siano riferiti entrambi alla popolazione maggiorenne (cosa che falsa leggermente i dati del Senato), li rendono comunque facilmente confrontabili.
Colpisce in primo luogo il dato dell'astensione, nel nazionale oltre un punto più bassa che nei regionali, quindi oltre 600.000 voti che si spostano dal bacino degli indecisi alle preferenze di partito. Questi voti però non appaiono distribuiti in maniera uguale tra le varie formazioni. Ad essere avvantaggiato nel nazionale è in primo luogo il M5S (+500.000 voti e +1,4%) seguito da RC (+200.000 voti e +0,5%) e dal centrodestra (+200.000 voti e +0,2%). Al contrario, risultano penalizzati nel sondaggio nazionale il centro montiano (-200.000 voti e -0,8%) e IBC (-50.000 voti -0,8%).
ostanzialmente il centrosinistra ottiene più voti nel sondaggio regionale che in quello nazionale, malgrado una platea di votanti sensibilmente più piccola. Il distacco tra centrodestra e centrosinistra si attesta a 3,7% nel sondaggio nazionale ma 4,65% nella somma pesata di quelli regionali, un punto percentuale di differenza stimabile in circa 250.000 voti.
Si tratta di una differenza, per quanto abbondantemente all'interno delle forchette di incertezza dei sondaggi, che appare piuttosto curiosa, anche in virtù del fatto che si tratta di un andamento comune anche rispetto alla precedente rilevazione.

Ancora più interessante, tuttavia, diventa il raffronto del sondaggio rispetto al precedente.

Differenza tra sondaggi regionali e nazionali Tecné
settimana 6/2013 su settimana 5/2013

Variazione del distacco tra centrosinistra e centrodestra
su sondaggi regionali e nazionali Tecné
settimana 6/2013 su settimana 5/2013

In una settimana, secondo Tecné, circa un milione e mezzo di persone ha sciolto le proprie riserve e deciso cosa votare, al netto di altri flussi da e verso l'astensione.
Dove si sono diretti, tuttavia, questi voti? Secondo Tecné, il principale beneficiario è stato Grillo, che guadagna poco meno di 900.000 voti, seguito a ruota da Berlusconi che ne guadagna 800.000. Effetto IMU? Parzialmente confortante per il centrosinistra il valore di IBC, che esce da una settimana travagliatissima per via delle scorie di MPS e dell'evento mediatico legato alla proposta shock di Berlusconi con un saldo pressoché nullo: il centrosinistra non perde e non guadagna voti, ma se da un lato questo effetto è positivo per la tenuta della coalizione, dall'altro lascia intendere come IBC non sia stata in grado di uscire dai propri naturali confini.
Peggio, molto peggio, del centrosinistra è stato Monti, che in presenza di un sensibile allargamento del numero di elettori arriva persino a perdere oltre 250.000 voti, con ogni probabilità verso il centrodestra.

Esaminando il dettaglio regionale, tuttavia, emergono alcune incongruenze: il recupero del centrodestra sul centrosinistra si è incentrato praticamente su una sola regione, la Sicilia, che da sola vale il 20% del recupero di Berlusconi.
Grillo, dal canto suo, ottiene le sue migliori prestazioni differenziali nella sua Liguria a anch'egli in Sicilia, quasi come se il centrosinistra e Monti, in questa regione e solo in questa regione, venissero cannibalizzati da due fronti. Per quanto la politica isolana abbia sempre avuto forti caratteristiche tipicamente locali che la rendevano completamente avulsa da quella nazionale, si tratta di un andamento talmente localizzato e anomalo da risultare quantomeno sospetto: o si tratta di una potente correzione rispetto a sondaggi errati precedenti, oppure si tratta di una sterzata ingiustificata volta a scopi mediatici, in particolare togliere di forza la Sicilia dal novero delle regioni in bilico per far posto ad altre regioni e dare una consistenza logica allo scenario di recupero da parte del centrodestra.

Focalizzando l'attenzione sulla variazione del distacco tra le due principali coalizioni, la scala cromatica evidenzia i maggiori scostamenti dalla media: oltre alla Liguria, dove pare che la netta crescita di Grillo abbia punito il PdL mentre in Sicilia si sarebbe rivalso soprattutto sul PD, appaiono completamente fuori scala Sicilia e Lombardia, ovvero le due regioni che fino a questo momento hanno tenuto banco in questa campagna elettorale: una per eccesso di recupero da parte del centrodestra, l'altra per difetto. Si tratta di un fatto curioso: due regioni che storicamente hanno avuto propensioni a destra tutto sommato sovrapponibili appaiono ora vittime di andamenti completamente differenti, la Sicilia ormai seccamente a destra e la Lombardia contendibilissima.
Proprio il modo in cui il voto al M5S pare aver eroso talvolta a destra e talvolta a sinistra, e proprio una simile discrepanza tra queste regioni consiglia cautela nell'analisi di questo sondaggio.

Un'ultima tipologia di analisi riguarda il confronto con il voto del 2008. In questo caso i paragoni tra le due elezioni sono stati fatti associando Berlusconi 2008 a Berlusconi 2013, Veltroni 2008 a Bersani 2013, Bertinotti 2008 a Ingroia 2013 e Casini 2008 a Monti 2013.

Differenza tra sondaggi regionali e nazionali Tecné
settimana 6/2013 su elezioni politiche 2008

Variazione del distacco tra centrosinistra e centrodestra
su sondaggi regionali e nazionali Tecné
settimana 6/2013 su elezioni politiche 2008

Rispetto al 2008, come si può vedere, il bipolarismo italiano ne risulta pesantemente indebolito, sia con il rafforzamento di RC e Scelta Civica rispetto rispettivamente a SA e al centro di Casini, sia con la nascita di un polo inedito targato M5S.
È altresì vero che mentre il centrosinistra appare tutto sommato sulle sue posizioni o in moderato calo, per il centrodestra la perdita di consenso è a due cifre. Particolarmente significativo è il fatto che - agli attuali tassi di astensionismo - il numero di votanti scenderebbe di circa 6,5 milioni di persone rispetto al 2008, mentre la perdita secca del centrodestra supera i 7,5 milioni di consensi: un fenomeno che esula in maniera massiccia dall'astensionismo e denota un reale spostamento di consensi dall'area berlusconiana verso nuovi progetti politici.

È però dal dettaglio regionale che emergono i dati più significativi. Il centrosinistra non presenta sorprese di sorta, evidenzia un calo costante in tutte le regioni ad eccezione del Molise, dove pesa particolarmente l'assenza di Di Pietro. Il centrodestra, al contrario, mostra alcuni dati piuttosto sorprendenti: la coalizione berlusconiana perde in media il 15,5% sul 2008, ma colpisce come vi siano numerosi scostamenti da questa media; Berlusconi perde oltre il 20% in Campania, Lombardia e Sicilia, regioni dove tanto il M5S quanto Monti ottengono buone prestazioni, ma straordinariamente solo il 5% in Toscana, un dato incoerente se paragonato a quello di regioni con una storia politica simile come Emilia o Umbria. Si tratta di un dettaglio non da poco, stimabile in circa 100.000 voti, la dimensione di un medio capoluogo di provincia.

Passando infine al focus sulle variazioni del distacco tra centrodestra e centrosinistra tra 2008 e 2013, si nota un recupero da parte del polo progressista stimabile in 14 punti percentuale, ma anche qui distribuiti in maniera difforme tra le varie regioni italiane; se però il dato molisano, dove il distacco resta inalterato, è imputabile alla separazione tra PD e IdV, colpiscono ai due estremi i valori della Toscana, dove sostanzialmente i rapporti di forza rimangono invariati, e della Lombardia, dove il centrosinistra pare essere stato in grado di recuperare oltre il 23% sul centrodestra.

I sondaggi Tecné hanno certificato, nel corso della prima settimana di febbraio, un concreto recupero del centrodestra sul centrosinistra, tale da rendere plausibile, se proseguisse, uno scenario in stile 2006. Le modalità di tale recupero, tuttavia, appaiono quantomeno peculiari, partendo dalla brusca variazione in appena sette giorni del dato siciliano per proseguire con le anomalie toscane e lombarde che invece, pur inserite in un percorso coerente nei sondaggi Tecné, appaiono fortemente slegate - né pienamente spiegabili con la frammentazione dell'offerta politica - dall'andamento nazionale.

giovedì 7 febbraio 2013

Campagna elettorale tra realtà e fantascienza

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Copertina, I, ROBOT

DISCLAIMER: nell'articolo che segue sono riportati e commentati passaggi del racconto EVIDENCE (1946), di Isaac Asimov

La campagna elettorale che stiamo viveno è sempre più costellata di veri e propri coups de théâtre, colpi di scena e promesse da parte dei politici, che in taluni casi hanno ormai smesso di parlare alla parte razionale del Paese per rivolgersi invece alla sfera emozionale e istintiva, alla cosiddetta "pancia" dell'elettorato.
Non si tratta, in effetti, di una novità per il nostro Paese, dove l'iperbole e la delegittimazione dell'avversario sono state da sempre parte fondamentale della tattica e della strategia elettorale, ben più della presentazione organica del proprio programma e della propria visione politica. Si tratta ormai di tecniche collaudate, e malgrado l'uso - e l'abuso - ormai sistematico in qualsiasi consultazione elettorale, ancora di sicuro successo nella conquista del corpo elettorale.

Proprio l'esistenza di una scienza della manipolazione sistematica costituisce un vulnus del processo democratico, in quanto contamina il reale tema della campagna elettorale - il confronto tra diveste proposte di governo e amministrazione - con tematiche differenti, che distolgono il cittadino elettore dall'analisi critica delle proposte di governo per condurlo a utilizzare parametri di giudizio evidentemente sub-ottimali.
È innegabile che la maturità politica e democratica di un popolo passa anche dagli "anticorpi" che esso sviluppa contro questi tentativi di manipolazione, ed è altresì evidente come il nostro Paese difetti ancora delle qualità necessarie - livello di istruzione, capacità critica, visione di ampio respiro - per potersi definire realmente maturo.

Pubblicato nel 1946, poco dopo la fine della II Guerra Mondiale, il racconto EVIDENCE di Isaac Asimov racconta proprio la storia di una campagna elettorale, mettendo bene a nudo, con il consueto acume psicologico e introspettivo, le dinamiche del confronto tra una campagna incentrata sui contenuti ed una invece fondata sulla demolizione della credibilità dell'avversario.

Stephen Byerley è un avvocato, un procuratore di successo e un uomo contrario alla pena di morte. Corre per la candidatura a sindaco di una grande città non meglio precisata, presumibilmente New York, ma la macchina politica di Francis Quinn, un candidato suo avversario, complotta contro di lui, sostenendo che si tratta di un robot umanoide. Una campagna puntata a risvegliare il "Complesso di Frankenstein" e l'isteria delle masse, che rovinerebbero di sicuro la campagna elettorale de procuratore, senza contare che un robot - o presunto tale - non può partecipare come candidato ad appuntamenti elettorali.
Quinn riesce ad ottenere la collaborazione forzosa della US Robots, azienda costruttrice di robot, nella raccolta delle prove della non umanità di Byerley minacciando di associare il nome della società allo scandalo.
Tutti i tentativi di dimostrare o confutare la non umanità di Byerley però falliscono. Visitando infatti gli uffici della US robots, Byerley incontra la robopsicologa Susan Calvin, personaggio ricorrente dei racconti di Asimov, che gli offre una mela: Byerley la addenta e ne mangia un boccone, ma ciò non viene ritenuto determinante per provare l'umanità del candidato, in quanto appare plausibile che un robot possa essere dotato di sistemi di emergenza per espletare le funzionalià umane come la digestione.
Anche il tentativo con un macchina fotografica a raggi X non funziona dato che Byerley indossa preventivamente un dispositivo che oscura le foto della suddetta camera. Attraverso tutte queste indagini, Byerley resta calmo e sorridente, sottolineando che lui sta solo difendendo i propri diritti civili, così si sarebbe impegnato a fare per i suoi cittadini, una volta eletto sindaco.
Una volta che tutti i mezzi fisici sono esauriti, Susan Calvin decide di ricorrere a quelli psicologici. Se Byerley è un robot, deve obbedire per forza alle tre leggi della robotica: se non lo facesse, sarebbe sicuramente un essere umano dal momento che un robot non può contraddire la propria programmazione di base. Tuttavia, se Byerley obbedisse alle leggi, ancora non sarebbe dimostrabile che è un robot dal momento che le leggi sono state modellate sulla moralità in generale, e potrebbe trattarsi semplicemente di un uomo modello.
La svolta avviene quando, in chiusura della campagna elettorale, Byerley tiene un discorso e un disturbatore giunge sul palcoscenico chiedendogli di essere colpito in faccia per dimostrare che lui non ne è in grado dato che è un robot, insultandolo pesantemente per la sua non-umanità. Byerley questa volta non si trattiene e lo colpisce con un pugno sul mento. Molte persone a quel punto si convincono dell'umanità del candidato e l'onda emotiva generata dall'evento consente al procuratore di vincere le elezioni a mani basse.
Tempo dopo, Susan Calvin si trova a colloquio con Byerley e gli espone la sua versione dei fatti: la robopsicologa ritiene che Byerley sia davvero un robot, e che per non violare la prima legge della robotica durante il comizio abbia colpito un altro robot creato appositamente per quello scopo dal suo stesso creatore. Dopo aver detto ciò si congeda dicendogli che voterà per lui alla successiva elezione.


Al di là della altissima strategia narrativa del racconto, è interessante l'analisi della campagna elettorale condotta dai due candidati. Quinn è cinico, aggressivo, manipolatore, e decide di puntare ogni cosa sullo screditamento dell'avversario. Byerley, al contrario, trae spunto dall'attacco dell'avversario per mostrarsi come un paladino dei diritti civili, rimandando all'ultimo istante il confronto diretto con le accuse di Quinn per sfruttarle quasi come una vetrina dell'operato di cui si renderà artefice se eletto.

La storia di Asimov termina con un lieto fine: la tensione narrativa si scioglie nell'ultimo comizio con il pugno tirato al contestatore, Byerley vince le elezioni, e l'autore non rinuncia a lanciare l'ultima provocazione nelle insinuazioni della Dottoressa Calvin. Il lettore è naturalmente soddisfatto dell'esito del voto, dal momento che i ruoli del "buono" e del "cattivo" sono chiari e ben definiti.

Leggere EVIDENCE durante una campagna elettorale italiana non può tuttavia che far risaltare le nette differenze che si pongono tra la - presunta - New York di Asimov e l'elettorato del Bel Paese. Viene così da chiedersi: anche in Italia avrebbe vinto Byerley?
Dall'analisi delle due campagne elettorali di Quinn e Byerley, rapportate al meglio al sentimento dell'elettorato italiano, il quadro che ne esce è piuttosto desolante.
La prima fase della campagna elettorale riguarda il momento in cui Quinn lascia trapelare la notizia della possibilie non-umanità dell'avversario. Nel racconto l'elettorato entra in una fase di sospensione del giudizio, in bilico, testualmente, tra la sua enormità se confermata e la sua assurdità se falsa. In Italia indubbiamente, conformemente al racconto, una simile notizia farebbe passare in secondo piano qualsiasi altro aspetto della campagna elettorale, ma anziché la sospensione del giudizio asimoviana ci sarebbe stata immediatamente una polarizzazione dell'elettorato in due o più fazioni granitiche e elettoralmente impenetrabili, tra teorici del complotto, negazionisti, difensori di diritti civili dei robot, accusatori e via dicendo.

La differenza sostanziale tra l'elettorato asimoviano e quello italiano si evince però nel passaggio del racconto in cui Quinn fa scattare di nascosto una radiografia a Byerley. Il procuratore indossa una corazza protettiva verso i raggi X e la radiografia non ha effetto, e Quinn decide di divulgare la notizia ai media.
È in questo frangente che vengono messe a nudo i rapporti verso l'elettorato dei due candidati: Quinn punta a far apparire Byerley un candidato debole, che si sottrae allo scontro, che rifiuta di dimostrare quanto gli viene chiesto, con qualcosa da nascondere e in ultima analisi inaffidabile; Byerley, al contrario, si evidenzia per una rigorosa applicazione dello stato di diritto, che non gli impone di dover dimostrare qualcosa partendo da una presunzione di colpevolezza.
Asimov non spende in realtà molte parole su come l'elettorato reagisce a questo passaggio delicatissimo della campagna elettorale, ma ciò che è evidente dal seguito del racconto è che la campagna elettorale di Byerley non viene pregiudicata da questo frangente. E non è invece difficile pensare che in Italia lo sarebbbe stata: Quinn, nelle elezioni nostrane, avrebbe qui dato probabilmente scacco matto al proprio avversario. La tutela del diritto sarebbe stata considerata un facile paravento per la codardia, le fazioni complottiste e accusatorie avrebbero avuto gioco facile nell'accusare il politico che si sottraeva allo scontro - dimenticando che non era tenuto a fornire alcuna prova della propria umanità, riconosciuta a prescindere salvo prova contraria - quando con un semplice gesto avrebbe potuto fugare ogni dubbio. La relativa semplicità dell'azione richiesta a Byerley, una radiografia, sarebbe stata addotta come ulteriore nota di demerito al comportamento del politico, che rifiutandosi di compiere un'azione tanto banale avrebbe portato in qualche modo persino a scoraggiare il proprio elettorato.

EVIDENCE non è altro che un racconto di fantascienza, ma come spesso accade in Asimov l'elemento fantascientifico non è altro che un pretesto per sondare l'animo umano; l'autore in questo caso dimostra una fiducia nelle regole della democrazia e nelle capacità di discernimento da parte dell'elettorato che in qualche modo colpiscono in positivo nel raffronto con la realtà, dove il popolo si dimostra decisamente più irrazionale ed emozionale. Resta tuttavia - al di là della morale contenuta nel lieto fine della vittoria di Byerley - il profondo insegnamento di Asimov sui reali valori da tenere a mente al momento, forse il più alto della vita di un cittadino, di espressione del voto e di formazione della coscienza politica, sul primato dei contenuti sulla forma, e del diritto sul sopruso.

venerdì 1 febbraio 2013

Tecné, nazionali e regionali a confronto

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Il Senato della Repubblica secondo Tecné

Le campagne elettorali italiane, secondo una tendenza consolidatasi sempre più negli anni, hanno da tempo smesso di essere un luogo di confronto di idee e opinioni e sono via via diventate un lungo momento di riposizionamenti, dichiarazioni, talk show e promesse disorganiche e disorganizzate scandite invariabilmente dai sondaggi.
La moltiplicazione delle case sondaggistiche, unita alla crescente digitalizzazione del Paese che ha reso possibili e via via sempre più accessibili metodi di intervista via web, stanno in qualche modo saturando le campagne elettorali di sondaggi, proiezioni ed elaborazioni, in qualche modo riducendo alla pura "religione del numero" un momento che dovrebbe invece essere il trionfo dei contenuti, delle proposte e della politica nel senso più alto del termine.

Se le rilevazioni sondaggistiche rimangono in quanto tali un elemento essenziale e imprescindibile delle campagne elettorali nel momento in cui esse si limitano a certificare il livello di consenso di politici, partiti e coalizioni, si sta da tempo assistendo all'utilizzo dei sondaggi come vera e propria arma elettorale - sondaggi che arrivano quindi a sostituire contenuti e proposte - per richiamare al voto gli elettori della propria fazione e scoraggiare quelli delle aree politiche avverse. Persino quando i committenti dei sondaggi non sono soggetti politici ma organi di informazione è possibile un uso personale dei sondaggi, allo scopo di manovrare l'audience allo stesso modo in cui un partito cerca di indirizzare i movimenti dell'elettorato.

Per certi versi, è solo attraverso questa chiave di lettura che si possono comprendere due elementi che in tutti i sondaggi paiono contrastare tra di loro: la rimonta a livello nazionale del centrodestra, ed il fatto che le regioni chiave in cui si deciderà la governabilità del Senato e del Paese continuano a rimanere in bilico.
Possibile che il centrodestra rimonti in tutte le regioni tranne che in Lombardia e in Sicilia? O piuttosto - poiché i sondaggi sono caratterizzati non già da un valore preciso per ciascun soggetto valutato, ma da forbici di valori - ciascun committente presenta valori all'interno della forbice confacenti con le proprie intenzioni ed i propri obiettivi?

A questo proposito risulta particolarmente interessante esaminare, tra i sondaggi più recenti, alcuni di quelli eseguiti da Tecné per Sky.
Come riportato sul sito ufficiale www.sondaggipoliticoelettorali.it, tra il 21 ed il 24 gennaio Tecné ha eseguito un sondaggio a livello regionale su diciannove delle venti regioni del Paese, con la sola eccezione della Valle d'Aosta, pubblicandolo il 29 gennaio. Al tempo stesso, nell'ambito delle rilevazioni quotidiane che la casa sondaggistica esegue per Sky, in data 24 gennaio è stato condotto un sondaggio a livello nazionale, pubblicato il 28 del mese. In entrambi i casi si è trattato di sondaggi CATI riferiti alla popolazione maggiorenne (elemento che rende più facile la comparazione del dato tra le due rilevazioni ma falsa lievemente i dati in termini di attribuzione dei seggi al Senato), con margine di errore piuttosto ampio, ± 4%.

Grazie ai dati Istat relativi all'ultimo censimento nazionale, è stata calcolata per ciascuna regione del Paese la popolazione maggiorenne; in tal modo diventa possibile tradurre in voti assoluti i dati percentuali, e soprattutto diventa possibile pesare i dati di ciascuna regione in modo da ricostruire un risultato nazionale a fronte dei risultati regionali.

Sondaggio regionale e sondaggio nazionale Tecné

Le discrepanze tra le due rilevazioni, pur abbondantemente all'interno della forbice di incertezza dei sondaggi, emergono in maniera piuttosto netta, e non possono essere spiegate con i dati non rilevati della Valle d'Aosta (con i suoi 100.000 circa maggiorennni) né con le date non perfettamente coincidenti tra le due rilevazioni. Questo è particolarmente significativo se si tiene conto che anche per il sondaggio a livello regionale il campione riguarda la popolazione maggiorenne, e non solo gli aventi diritto di voto al Senato.

Il primo dato rilevante riguarda il livello degli indecisi e degli astenuti, che nel sondaggio regionale è di tre quarti di punto percentuale (circa 330.000 voti in senso assoluto) rispetto a quello nazionale.
Entrando poi nell'ambito dei risultati delle singole formazioni, il dato forse in assoluto più eclatante è quello del M5S: +1,79% dal regionale al nazionale, ovvero oltre 600.000 voti in più tra i sondaggi che sommano i dati dele varie regioni e quello invece a valenza puramente nazionale. Una differenza in voti pari al numero degli abitanti di una città come Genova.
Anche le formazioni minori risultano favorite nella rilevazione nazionale rispetto a quella regionale: +1,04%, ovvero quasi 350.000 voti.
Quasi perfettamente allineata tra i due sondaggi appare invece RC, che nel nazionale guadagna appena uno 0,05% sul regionale.
Le tre coalizioni principali, invece, risultano tutte penalizzate nel sondaggio nazionale rispetto a quelo regionale; in particolare, per il centro di Monti si parla di un -0,93% (-225.000 voti), per il centrodestra di un -0,47% (-25.000 voti) e per il centrosinistra addirittura un -1,48% (-305.000 voti).

Si tratta di differenze comprensibili, spiegabili? Indubbiamente ricadono nella forbice di incertezza del sondaggio, ma è immpossibile non osservare alcuni dettagli.
  • Nel dato nazionale, generalmente associato nell'opinione pubblica con il voto alla Camera dei Deputati, la differenza tra le due principali coalizioni è del 6,5%, laddove la somma dei sondaggi regionali restituisce un 7,5%. In termini di voti assoluti, la differenza tra centrodestra e centrosinistra è di due milioni di voti nel nazionale e due milioni e trecentomila nella somma dei regionali. Nei dati a livello nazionale, quindi, Tecné evidenzia una maggiore incertezza nell'esito della contesa elettorale rispetto a quanto emerge dai sondaggi a livello regionale.
  • I dati dei sondaggi regionali, a loro volta, mostrano situazioni di estrema incertezza in due regioni chiave: Sicilia e Lombardia. Nella prima Tecné da in vantaggio il centrodestra dello 0,5%; nella seconda è invece il centrosinistra a guidare dell'1,5%. Queste due regioni, storicamente, sono da sempre roccaforti del centrodestra, prima della DC e successivamente dell'asse FI-AN-Lega e infine PdL-Lega. Affinché si ritrovino ad essere oggetto di contesa, pertanto, l'opinione pubblica del Paese deve essere eccezionamente virata a sinistra, da cui uno scenario sondaggistico maggiormente favorevole alla coalizione di Bersani.
In entrambi i casi, muovendosi all'interno delle forbici di incertezza in un caso a favore del centrodestra e nell'altro a favore del centrosinistra, i sondaggi paiono voler esasperare le situazioni di incertezza, forse anche per strizzare l'occhio ad un committente, Sky, che indubbiamente da tali situazioni ha tutto da guadagnare in termini di audience.

Malgrado questo, è possibile conciliare i due sondaggi? È possibile capire quale dato rispecchi maggiormente il reale umore dei cittadini?
Da un punto di vista prettamente matematico, la risposta è negativa: contrariamente a quanto il comune buon senso suggerirebbe, infatti, i valori all'interno della forbice non sono delle probabilità, pertanto indicare un risultato elettorale basandosi sui dati del centro della forbice oppure sui dati posizionati ad un estremo è equivalente - purché naturalmente venga dichiarato.
Dove il semplice studio dei numeri non può aiutare, tuttavia, la logica ed il buon senso possono comunque contribuire a dare un indirizzo di massima all'analisi: il semplice fatto che le regioni in bilico continuino ad essere Lombardia e Sicilia, anziché diventare ad esempio Campania, Friuli e Piemonte, è sintomatico del fatto che il mood generale del Paese continua a rimanere - pur nell'ambito di naturali oscillazioni - tutto sommato stabile, mentre lo spacchettamento del dato nazionale su base regionale porta invece all'occhio situazioni quantomeno anomale come il 26% del centrodestra in Toscana, un valore elevato se paragonato a quelli di Emilia, Marche ed Umbria e che in qualche modo lascia intendere come le regioni almeno apparentemente sicure possano essere usate per giocare sui distacchi a livello nazionale lasciando inalterato il dato delle regioni in bilico.

La tanto attesa rimonta del centrodestra, ad un mese dal voto, non è ancora stata in grado di incidere in maniera significativa sulla contesa elettorale, contesa che rimane aperta soprattutto a causa dell'elevatissimo numero di indecisi ma che vede ancora in Bersani e nel centrosinistra i favoriti alla vittoria finale.
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