sabato 14 dicembre 2013

Dietro la vittoria di Matteo Renzi

Valutazione post: 
Matteo Renzi (PD)

L'ufficializzazione dei risultati delle primarie del Partito Democratico che hanno portato Renzi alla vittoria e al ruolo di segretario (il quinto in sei anni di vita del partito dopo Veltroni, Franceschini, Bersani ed Epifani), consentono di capire come è maturata la vittoria del sindaco di Firenze; tuttavia, prima di affrontare l'analisi dei dati e soprattutto dei raffronti con le consultazioni precedenti, è già possibile interrogarsi sul perché Matteo Renzi è riuscito a imporsi nella competizione, riuscendo per di più a prevalere con un risultato di una simile portata.

Sono molti i commentatori politici che hanno posto l'accento sul programma del sindaco di Firenze, sulla svolta blairiana, su una nuova idea di sinistra; eppure, più che cause, queste paiono essere conseguenze. Il cittadino medio che si è messo in fila alle primarie aveva in mente davvero la riforma dell'Art. 138 della Costituzione o il superamento del bicameralismo perfetto? Aveva in mente la flexsecurity o il ruolo dell'Italia nella crisi siriana?
È il modo in cui il PD e con lui la politica italiana si porranno su questi temi a dipendere dalla vittoria di Renzi, piuttosto che il contrario.

Molte opinioni raccolte ai seggi, pur se non classificabili in un vero e proprio sondaggio, lasciano indicare come le consultazioni della base PD si siano più che altro trasformate in un referendum sul suo candidato favorito più che su uno scontro politico in senso stretto, referendum che Renzi ha vinto principalmente per due motivi.

In primo luogo Renzi è visto generalmente come il solo leader spendibile nel campo di centrosinistra in una competizione elettorale, e questo fattore è stato spesso determinante nell'assegnazione del voto verso di lui.
Contrariamente a quanto avviene spesso nelle primarie americane, che tendono a premiare l'ala più radicale degli schieramenti, la logica che ha guidato molti votanti alle primarie PD è stata la semplice constatazione che la figura e la candidatura di Renzi non avrebbero retto una seconda sconfitta, e che quindi una vittoria di Cuperlo o Civati avrebbero definitivamente chiuso le porte della politica nazionale al sindaco di Firenze, facendo quindi venir meno la sola figura spendibile in termini elettorali sul fronte progressista.
Renzi si è costruito l'immagine di leader vincente e in grado di vincere a livello nazionale, immagine non offuscata ma in qualche modo anche rinvigorita - pur paradossalmente - dalla sconfitta alle primarie 2012, motivata dallo sbarramento da parte di una classe dirigente di sinistra che ne temeva l'avanzata. Il popolo di centrosinistra, proveniente da una storia politica costellata più di sconfitte che di vittorie, e reduce soprattutto da una cocente delusione elettorale nel mese di febbraio, ha fortemente e fermamente puntato sul candidato che offre le maggiori credenziali di vittoria elettorale.
Il fatto stesso che le primarie riguardassero l'elezione del segretario del PD piuttosto che del candidato alla Presidenza del Consiglio è passata in secondo piano rispetto alla necessità di non bruciare Matteo Renzi: sebbene fossero in molti a ritenere insoddisfacente o lacunosa la proposta del sindaco di Firenze sulla struttura, l'organizzazione ed il ruolo del partito sul territorio, questa considerazione non è stata determinante al momento dell'assegnazione del voto.

Il secondo tema rilevante è ovviamente quello della "rottamazione" per cui il sindaco di Firenze è negli anni diventato famoso, un tema più vivo che mai alla vista di una dirigenza politica ancora fermamente al potere malgrado le ultime, dolorose sconfitte, i patti di governo con Berlusconi, l'abbandono dei temi di sinistra su questioni focali come l'IMU, i rospi ingoiati per salvare Alfano e la Cancellieri, e questo solo per limitarsi alle esperienze più recenti.
Renzi incarna l'idea di un rinnovamento totale, un modo per spazzare via una classe dirigente considerata fallita, autoreferenziale, e per di ormai appannata da commistioni con i gangli del potere a volte sfociati in scandali o procedimenti giudiziari.
L'aperto sostegno di figure come Bersani e soprattutto D'Alema verso Gianni Cuperlo è stato in questo senso determinante nel traghettare molti voti verso Matteo Renzi e la sua battaglia.

Dal punto di vista prettamente politico gli slogan della sua campagna elettorale di maggior successo sono stati senza alcun dubbio la modifica della legge elettorale e l'abbattimento delle spese della politica, temi al tempo stesso molto semplici e la cui correlazione con la crisi economica e sociale è evidente e accertata per l'elettore medio.

Inoltre Renzi sembra in grado di imprimere al PD una svolta radicale nell'atteggiamento verso il Governo e le altre forze politiche, con un abbandono delle continue rinunce e sottomissioni, e provando veramente a dettare l'agenda politica del Paese, con uno slancio che il PD aveva smarrito dai tempi della campagna elettorale del 2007 - in cui però la preannunciata sconfitta rendeva indolore e poco oneroso usare certi toni.
Grazie a questa strategia Renzi sta coltivando quello che forse è il sentimento più prezioso: l'orgoglio del popolo di sinistra per un partito ancorato alle sue decisioni, in grado di incalzare alleati e avversari e di non arretrare rispetto ai propri pilastri ideologici.

La vittoria di Renzi si è basata sull'immagine, e pertanto l'immagine stessa del sindaco di Firenze è al momento l'elemento focale da coltivare per la sua leadership e per l'idea di partito che ha in mente; questo rende il PD un partito più personale di quanto lo sia mai stato, ma di un personalismo sancito dal suffragio popolare e da esso quindi adeguatamente controbilanciato.
Resta tuttavia la volubilità delle vittorie costruite solo sull'immagine: se alle parole non seguiranno i fatti la popolarità di Renzi si trasformerà ben presto in delusione. Questo Renzi lo sa, e sa che non può dormire sonni tranquilli. E questa è forse la migliore garanzia per il Paese.

domenica 8 dicembre 2013

Morire al tempo di Facebook

Valutazione post: 
Meme sulla morte di Nelson Mandela

La morte di Nelson Mandela è uno di quegli eventi il cui indiscutibile significato simbolico è trasversale a culture e opinioni politiche per arrivare a valenze così universali e condivise da rendere pressoché obbligatorio un intervento di testimonianza.

Madiba, il padre del Sudafrica moderno, così come negli ultimi giorni i telegiornali lo hanno più volte acclamato, è una di quelle rare figure storiche che pur appartenendo ad un preciso popolo e ad un preciso momento storico diventano in qualche modo patrimonio collettivo dell'umanità. Nella storia recente dell'umanità, solo Gandhi, come valenza e somiglianza filosofica, può essere paragonato a lui.

La sua morte è peraltro il primo evento di una simile portata mediatico-simbolica ad avvenire nell'era dei social network, e a confrontarsi con le tecniche contemporanee di accettazione, elaborazione e perché no anche emulazione.
L'evento creato dalla scomparsa di Madiba, proprio per l'universalità del personaggio, obbliga tutti a riflettere su questa figura titanica della lotta contro le discriminazioni razziali, e da lì costringe giocoforza a pensare al perché nel mondo c'è stato bisogno di un personaggio come lui. Obbliga, in sostanza, a prendere posizione, ad esprimerla, come si diceva poco sopra, a testimoniare.

Si tratta di un'esigenza nota e comune nella storia dell'umanità, un'esigenza che le moderne tecnologie contribuiscono a rendere più universale e aiutano ad espletare, attraverso la pervasività che le contraddistingue.
Dal momento della morte di Mandela i social network letteralmente ribollono di commiati, addii, ricordi fatti da comuni cittadini che esprimono il proprio cordoglio per la scomparsa del leader sudafricano. Una - per l'appunto - testimonianza di portata planetaria che per una volta non è limitata ai potenti del mondo o a coloro che sono geograficamente e storicamente più vicini all'epicentro dell'evento, ma che grazie alle moderne tecnologie coinvolge in maniera globalizzata e altrettanto profonda il mondo intero.

Se tuttavia da un lato i social network costituiscono un formidabile amplificatore, grazie alla possibilità che offrono a chiunque di esprimere liberamente il proprio pensiero, dall'altro costituiscono una sorta di pericolosa valvola di scarico, in cui queste azioni di testimonianza si esauriscono in un modo tutto sommato sterile e poco produttivo.
Già da tempo Facebook, per fare un esempio, non costituisce più un social media paritario, in cui tutti gli utenti sono egualmente produttori di contenuti; per meglio dire, mantiene ancora formalmente questa struttura ma la divisione tra produttori e fruitori di contenuti è ormai piuttosto evidente, con una serie di hub qualificati che fungono da fonti e i cui contenuti vengono poi progressivamente ripresi e condivisi dal resto del web.
Spesso, quindi, la resa di testimonianza nei confronti di un evento non costituisce nemmeno più uno sforzo creativo, ma implica solo la ripresa e la condivisione di un meme prodotto da altri; l'omaggio si trasforma quindi in un mero "atto dovuto", un gesto obbligato perché sarebbe socialmente poco conveniente fare altrimenti e in cui, come sempre in questi casi, si sceglie tra una serie di prodotti preconfezionati da altri.

Al contempo, la semplice pubblicazione di una parola o di un'immagine ha una funzione in qualche modo catartica, assolve chi la esegue dalla necessità di trovare altre forme, probabilmente più impegnative e proficue, di rendere omaggio in caso di eventi come quello avvenuto pochi giorni fa, generando una sensazione di autocompiacimento a lungo andare negativa, in quanto in grado di fermare sul nascere sforzi intellettuali di approfondimento, presa ad esempio, riflessione originale.
Se portare dentro il peso di venire a patti con la dipartita di un personaggio di impatto planetario poteva in qualche modo servire a portare milioni di persone a farsi delle domande, e magari nel caso di qualche manciata ad un reale impegno civile, politico e sociale, la semplice pressione del tasto INVIO sulla tastiera di un computer o di uno smartphone consente di esternalizzare in maniera rapida e indolore qualsiasi tentativo di elaborazione interiore, stroncandola sul nascere e annegandola nella banalità di una frase preconfezionata.

Laddove i social media sono nati proprio per favorire il contatto e l'interazione, nella speranza che da queste sinapsi virtuali scaturissero connessioni e idee, la loro trasformazione in semplici mezzi di diffusione di contenuti anziché di creazioni li sta trasformando in un ennesimo - ma di una pervasività senza precedenti - strumento di controllo dell'opinione e mantenimento dello status quo.
Mandela non ne sarebbe contento.

martedì 3 dicembre 2013

Dati AGCom ottobre 2013

Valutazione post: 
Logo dell'AGCom

Sull'onda lunga del tema della decadenza da senatore di Silvio Berlusconi, il mese di ottobre 2013 si pone in una sorta di naturale continuità mediatica con settembre, malgrado sulla scena politica abbiano avuto rilevanza crescente le primarie del PD pianificate per dicembre, la scissione di Scelta Civica e soprattutto la legge di stabilità, con il valzer delle imposte sulla casa e la riduzione del cuneo fiscale.

In base a quanto riportato dai dati AGCom, le ore totali di informazione politica nel mese di ottobre sono state circa 363, un valore in calo rispetto ai mesi di agosto e settembre e addirittura il più basso da gennaio: il dato si pone in evidente contraddizione con la quantità e lo spessore dei temi politici trattati, ma simili anomalie e storture nel sistema mediatico italiano, in cui il sensazionalismo la fa da padrone sacrificando i temi di approfondimento, ormai non stupiscono più.

Dati AGCom ottobre 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per mese

Rispetto ai mesi precedenti le voci dominanti dello scenario politico (PD-PdL-Governo) appaiono in leggero calo, passando dall'81% di settembre al 74%, un valore ancora eccessivo rispetto al fisiologico 60% circa che sarebbe lecito attendersi ma in ogni caso un'inversione di tendenza rispetto all'accentramento bipolarista dei mesi precedenti.
A fare le spese maggiori di questo calo paiono essere soprattutto il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, ed il PD: trascinando il dibattito sulla legge di stabilità principalmente sul tema IMU, il centrodestra ha avuto infatti buon gioco nel marginalizzare i propri scomodi alleati nei telegiornali, mentre naturalmente continuava a infuriare il dibattito sulla decadenza di Berlusconi e iniziavano ad emergere le prime crepe tra Berlusconi stesso ed Angelino Alfano.
Dal canto suo, il PD non è riuscito a imporsi nel dibattito politico sui temi economici a sé cari, e al tempo stesso non ha saputo dare all'appuntamento - pur cruciale - delle primarie la giusta rilevanza mediatica, ritrovandosi schiacciato sul suo secondo valore più basso da inizio anno.

Al contrario, a registrare i maggiori incrementi rispetto al mese precedente sono stati Scelta Civica, UdC e in generale l'area centrista - anche se solo in funzione dell'abbandono della formazione da parte del suo fondatore e regista Mario Monti - ed in misura minore il MoVimento 5 Stelle, che resta tuttavia relegato intorno al 5% del tempo politico complessivo.

Del tutto marginali invece le oscillazioni delle altre formazioni parlamentari, SEL e Lega Nord, ridotte comunque a ruoli di comparse mediatiche nei telegiornali con percentuali che si aggirano intorno all'1%.

Dati AGCom ottobre 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

Osservando i dati aggregati per coalizione elettorale si nota un riaprirsi della forbice tra centrodestra e centrosinistra, che torna ad 11 punti percentuale dopo essere scesa a 7 il mese precedente, pur in un'ottica di sostanziale calo di entrambe le coalizioni principali. Mentre tuttavia il centrodestra perde appena il 3%, il calo per il centrosinistra arriva al 7%, trainato dalla pessima performance mediatica del PD.

Al contrario, si nota come il centro montiano - o per meglio dire ex-montiano - ottenga la propria migliore prestazione del post-elezioni, a causa delle fibrillazioni interne che hanno portato all'allontanamento di Mario Monti, mentre anche il M5S appare in lieve recupero pur restando al di sotto della soglia psicologica del 10%.

A livello di testate, il centrodestra appare dominante su RNews e TGLa7, laddove il centrosinistra ottiene le proprie migliori prestazioni su MTVNews e TG4.
Lo spazio maggiore alle divisioni dell'area centrista viene offerto su TG5 e TG3 mentre il M5S, infine, ha i maggiori spazi su TG1 e TGLa7.

Dati AGCom ottobre 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Passando invece all'analisi per maggioranza, opposizione e istituzioni appare una sostanziale stabilità rispetto al mese precedente, una sorta di equilibrio - estremamente sbilanciato - che ormai perdura da tre mesi e che vede l'esecutivo intorno a 40%, la maggioranza stabilmente sul 50% e l'opposizione sul 10%.

I movimenti evidenziati si confermano ancora una volta a compartimenti stagni secondo questo metro di analisi, con compensazioni che in ultima analisi lasciano inalterata la situazione complessiva in uno stato di profondo ed evidente squilibrio in cui alcuni partiti di maggioranza possono giocare il doppio ruolo di sostegno e opposizione al governo e godere i frutti mediatico-elettorali di questo atteggiamento.

Le istituzioni ottengono i dati più rilevanti su MTVNews e Rainews, la maggioranza su Studio Aperto e TG4 mentre l'opposizione su TGLa7 e TG5.

Osservando l'aderenza complessiva alla par condicio si osserva come questo mese siano stati TG5 e TG2 i telegiornali migliori in assoluto; la testata della seconda rete RAI appare in questo speciale conteggio per il secondo mese di fila, mentre per la prima volta da molti mesi non vi appare più il TGLa7, che fino a questo momento era stato un valido esempio di maggior aderenza - o per meglio dire minore distanza - ai dettami legislativi.

Ottobre, pur nell'ambito di una varietà di eventi politici non indifferente, si pone in ultima analisi come un mese decisamente cristallizzato dal punto di vista mediatico, con equilibri tra i poli sempre più simili a quelli del Governo Monti, dove però la maggioranza politica aveva un colore decisamente differente. Stupisce ancora una volta come persino in RAI il centrodestra riesca ad essere in posizioni dominanti pur in assenza di una maggioranza politica a supporto, segno di una penetrazione profonda di quest'area politica nel management aziendale, consumata nell'arco del ventennio precedente.

lunedì 25 novembre 2013

Le origini della crisi

Valutazione post: 
Rappresentazione della crisi italiana

Anche a causa del protrarsi della crisi economica che ormai da anni attanaglia l'Europa, e del fatto che proprio in Italia stentino a vedersi segnali significativi di ripresa, stanno lentamente riprendendo quota articoli di politica economica che prevedono - in tempi anche ragionevolmente prossimi, nell'ordine degli anni o al più dei decenni - una completa disgregazione del sistema-Paese italiano, caratterizzato, a seconda della gravità dello scenario ipotizzato, in un default dello Stato, di uno shopping selvaggio da parte di imprese straniere, della riduzione dell'Italia a colonia economica di potenze estere, di un Paese di emigranti in cui per emergere i giovani sono costretti a portare all'estero le proprie competenze, esperienze e conoscenze.

Uno dei tratti comuni di questi scenari è la costruzione di una più o meno mitica età dell'oro, collocabile indicativamente negli anni '70 e '80, in cui l'Italia era una potenza economica di rilievo mondiale, e da cui sarebbe successivamente decaduta nell'ultimo ventennio.
Si tratta tuttavia di una visione falsata e per certi versi pericolosa dell'economia italiana: da un lato, infatti, presta il fianco a sterili strumentalizzazioni del ceto politico che ha governato l'Italia negli ultimi venti anni assolvendo e in qualche modo mitizzando il periodo della Prima Repubblica; dall'altro invece lascia intendere come il sistema industriale italiano del periodo pre-berlusconiano fosse sano e competitivo, scaricando su una politica pur colpevole anche responsabilità che non le competono e togliendo invece dal focus di analisi comportamenti e pratiche imprenditoriali che sono invece concause non trascurabili dell'attuale situazione di declino.

Il primo e principale problema dell'Italia, è noto, è il mostruoso debito pubblico, ormai stabilmente oltre i 2.000 miliardi di euro. Una simile mole di debito, tuttavia, non si è creata dal nulla, ma si è sviluppata prevalentemente nel corso degli anni '80, quindi in un periodo precedente rispetto alla soglia oltre la quale molti commentatori politici fanno iniziare l'arco discendente della parabola italiana.
Eppure questa incredibile e deleteria risalita del rapporto debito/PIL altro non è stata che la prosecuzione - in altre forme - di scellerate pratiche di politica economica che hanno reso sin dalle sue origini il sistema economico dell'Italia postbellica un vero e proprio gigante dai piedi d'argilla.

In Italia si può dire che non sia mai stata attuata un'economia di libero mercato propriamente detta, indipendentemente dal livello di regolamentazione statale imposto, e in questo si avverte la marginalizzazione del nostro Paese nei fenomeni della Rivoluzione Liberale seicentesca nel mondo anglosassone: anziché avere aziende sane, autosufficienti e impegnate in uno scontro in un regime di libera concorrenza, in Italia si sono avute commistioni tra pubblico e privato che hanno visto massicci spostamenti di capitali dallo Stato ad aziende amiche sotto coperture più o meno legali, fenomeni che da un lato hanno indebolito la struttura economica dello Stato, e dall'altro hanno permesso la sopravvivenza di aziende senza solide basi economiche ed industriali, semplici ragioni sociali del tutto dipendenti dai trasferimenti di denaro pubblico e per questa ragione impreparate a competere sui ben più aspri mercati esteri.

La ricerca di un facile consenso elettorale ha portato i partiti politici a farsi i primi artefici di questo sistema economico malato e alla lunga insostenibile, con la consapevole complicità di impenditori incapaci alla ricerca solo di un facile guadagno, ben lontani da quello che è lo spirito di impresa descritto nella Carta Costituzionale.
Per pagare questi imponenti trasferimenti di denaro lo Stato ha in prima battuta ricercato la facile strada del battere moneta; poiché tuttavia il valore reale del sistema-Paese restava tutto sommato inalterato in quanto i soldi incassati dalle imprese non erano davvero reinvestiti in lavoro e sviluppo se non in minima parte, questo fenomeno ha portato a fenomeni inflazionistici a due cifre divenuti alla lunga insostenibili rendendo inevitabile un cambio di politica.
Anziché esigere dagli industriali precisi livelli di investimento produttivo, con un colpo di mano la politica italiana ha semplicemente scelto di procedere a pompare soldi pubblici verso le imprese modificando solo la fonte del denaro: anziché creare nuovo denaro nel tempo presente deprezzandolo, si è preso a prestito denaro futuro, ovvero si è iniziato a contrarre debiti, da cui l'esplosione del debito pubblico durante gli anni '80.

Il mondo, tuttavia, andava incontro alla globalizzazione, ed il perpetuarsi del sistema economico italiano stava nuovamente raggiungendo i limiti della sostenibilità, rendendo una priorità imprescindibile nascondere la debolezza di fondo delle nostre imprese dietro lo scudo dell'Unione Europea, protezione tuttavia a doppio taglio perché regolamentava a livello comunitario il concetto di intervento di Stato in materia economica e favoriva la libera circolazione di merci e denaro all'interno dei confini della UE, con effetti quindi sostanzialmente opposti a quelli desiderati dai politici nostrani.

L'Italia è entrata in Europa sostanzialmente priva di un sistema economico sano e competitivo, e la progressiva esposizione delle nostre aziende alla regolamentazione europea le ha lasciate prive delle facili e opache fonti di introito derivanti dalla longa manus del pubblico senza peraltro avere - salvo le debite eccezioni - le necessarie competenze, strutture e capacità di imporsi o per lo meno sopravvivere a livello continentale.
Quanto avviene oggi in Italia non è la distruzione di un sistema economico sano e vincente: è solo il lento disgregarsi di un sistema cresciuto e sviluppatosi in un ambiente indebitamente protetto, e ora incapace di reggersi sulle proprie gambe in una lotta ad armi pari con i nostri concorrenti internazionali.

martedì 19 novembre 2013

BCE, le implicazioni della supervisione bancaria

Valutazione post: 
Mario Draghi

Se la politica italiana pare vivere guardando all'indietro, appesa alle vicende giudiziarie di Berlusconi, alle telefonate della Cancellieri, ai litigi e alle scissioni nei partiti e a misure economiche una volta di più ancorate al principio delle privatizzazioni selvagge delle - poche - aziende pubbliche sane rimaste nel Paese secondo la sciagurata logica del privatizzare i profitti e socializare le perdite, non può che spaventare l'assoluta evanescenza forzata in cui si trovano le istituzioni europee, imprigionate ormai da anni in un limbo che le rende qualcosa di più di un semplice consesso di rappresentanti di diverse nazioni ma qualcosa di meno di un insieme di organismi di governo a livello continentale.
Per Paesi come l'Italia questo doppio vuoto di potere costituisce uno stato di estremo pericolo, ma anche per Paesi caratterizzati da governi nazionali più forti e incisivi l'assenza di adeguate strutture politiche a livello continentale è foriera di cambiamenti in peggio nel prossimo futuro: la competizione economica mondiale si svolge ormai a livelli in cui gli Stati europei, presi singolarmente, non sono in grado di competere con successo, e questo vale persino per la Germania.

L'avere regolamentazioni, normative, incentivi, sanzioni, programmazioni o investimenti a livello europeo è quindi una semplice necessità storica ed economica, che si pone e deve essere affrontata a prescindere del livello di competenza e potere - o persino della stessa esistenza - delle istituzioni delegate a prendere tali provvedimenti.

Non bisogna quindi stupirsi se continuano ad aumentare le competenze dell'unico ente realmente attivo, operativo e strutturato a livello continentale, la Banca Centrale Europea. Questa progressiva concentrazione di poteri, tuttavia, sta portato l'istituzione di Francoforte a prendere in carico attività ben al di fuori del proprio mandato e della propria missione; e questo a sua volta genera da un lato problemi di efficacia di azione, e dall'altro situazioni di pericolosi conflitti di interesse.

Tra circa un anno la BCE assumerà, nell'ottica di una sua progressiva equiparazione ad una vera e propria banca centrale in stile FED, il controllo delle attività di supervisione delle banche, che eserciterà direttamente sugli istituti di credito più importanti (14 quelli italiani) e attraverso le banche nazionali per i restanti.
Grazie al "Meccanismo unico di risoluzione" la BCE avrà il potere di imporre stress test ben più duri di quelli esercitati dal'EBA nel 2010 e nel 2012 e imporre la liquidazione - ovvero la chiusura - delle banche che non dovessero superarli. La difesa della stabilità della moneta, la lotta all'inflazione e il rigore nei bilanci sono le armi che la BCE mette in campo per la salvaguardia dell'economia dell'Eurozona, di fatto le uniche armi possibili nella paradossale situazione di un'unione monetaria senza un budget significativo.

Tuttavia la BCE fa anche parte della Troika assieme alla Commissione Europea e al FMI, e si è dotata di armi di salvaguardia dell'economia tra cui spicca l'OMT introdotto da Draghi, ovvero l'acquisto illimitato di bond governativi sui mercati.
Questo significa che l'istituto guidato da Mario Draghi è entrato a piè pari, e non certo da ora, nella sfera della politica economica, in qualche modo sostituendosi a istituzioni politiche troppo evanescenti.

L'avvio delle attività di sorveglianza sugli istituti di credito rischia però di ingenerare conflitti di interesse tali da aprire crepe fatali nell'istituzione di Francoforte: da un lato l'immissione di liquidità è in questo periodo di crisi uno strumento necessario per la stabilizzazione dei mercati e aiutare gli Stati in difficoltà, ma dall'altro costituisce una droga in grado di tenere surrettiziamente in vita banche altrimenti insolventi, dei veri e propri zombie finanziari la cui dissoluzione avrebbe tuttavia effetti concreti e pesanti sulla vita di milioni di cittadini correntisti e migliaia di piccole aziende che dai finanziamenti di queste banche dipendono. E tuttavia la forza della BCE sta proprio nella sua autorevolezza: gli stress test che Draghi dovrà imporre agli istituti di credito dovranno essere necessariamente severi e le azioni intraprese dalla BCE come conseguenza di tali test inderogabili.
Eppure il fatto che a decidere saranno chiamate le stesse persone - i sei membri del direttivo più i governatori delle banche nazionali - che già si occupano di politica monetaria evidenzia un caso eclatante di conflitto di interessi, sebbene ad oggi Draghi minimizzi e parli di un chinese wall tra le attività di supervisione bancaria e politica monetaria.

La realtà dei fatti è tuttavia che con ogni probabilità si inizieranno a vedere persino nella Banca Centrale Europea le stesse crepe nazionalistiche che stanno affossando l'Unione politica, con conseguente perdita di prestigio, potere e autorevolezza dell'unico ente europeo che oggi costituisce un patrimonio spendibile a livello planetario.
L'eccesso di potere concentrato in una singola mano rischia in ultima analisi di snaturare il ruolo della BCE stessa, facendo regredire anziché progredire la costruzione dell'Unione Europea trasformandola in una tecnocrazia bancaria in cui la stabilità di bilancio diventa l'unico bene da preservare, incuranti dei costi economici e sociali che questo comporta.

L'assenza di organismi politici europei dotati di potere e statura tali da poter scavalcare i nazionalismi di ritorno rende l'Unione una nave senza timoniere e senza timone, in balia di correnti politiche, economiche e sociali che ne stanno piegando gli ideali delle origine e che rischiano di trasformaree il Vecchio Continente in una prigione finanziaria.
La miopia dei governi nazionali, ed il bieco sfruttamento delle paure della popolazione di perdere sovranità utilizzato dai populismi in ogni Stato, stanno lentamente paralizzando l'organismmo comunitario; in un circolo perverso meno potere viene dato all'Europa più gli organismi sovranazionali perdono di utilità e più diventa semplice togliere loro ulteriori poteri in futuro. Se questo gioco al massacro non avrà termine il sogno di Schuman e De Gasperi, di Monnet e Spinelli, non potrà che trasformarsi in un incubo.

mercoledì 13 novembre 2013

Dati AGCom settembre 2013

Valutazione post: 
Logo dell'AGCom

Normalmente, il mese di settembre costituisce una sorta di rientro nella normalità dopo il periodo vacanziero di agosto; nel 2013, tuttavia, la notizia della condanna definitiva di Berlusconi a seguito della sentenza Mediaset ha in qualche modo tenuto viva e costante l'attenzione dei media verso gli avvenimenti politici, e proprio la tenuta del'esecutivo è stata il principale tema di discussione, surclassando le polemiche sul Congresso del PD e in generale quelle sulle tematiche economiche legate alle prime bozze della legge di stabilità.

I dati pubblicati dall'AGCom hanno mostrato un totale di 399 ore di informazione politica in TV, straordinariamente un valore identico (differenza di appena 12 minuti) a quello del mese di agosto. Questa coincidenza consente per questa coppia di mesi un raffronto estremamente preciso, che può indicare con maggiore certezza gli spostamenti dei flussi mediatici e conseguentemente di attenzione da parte delle principali testate telegiornalistiche.

Dati AGCom settembre 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per mese

Rispetto al mese precedente si nota un centrodestra ancora dominante nella scena televisiva italiana ma in una misura decisamente inferiore rispetto al mese precedente: si nota infatti come il PdL si porti al 26%, che se è pur sempre il secondo valore da inizio anno è comunque di cinque punti inferiore rispetto a quanto registrato ad agosto.
Per contro l'attenzione dei media torna in parte verso il Partito Democratico, che con il 23% ottiene il valore più alto dal mese di aprile.

Del sostanziale calo delle due formazioni principali non paiono avvantaggiarsi le terze forze: il M5S resta sostanzialmente stabile sotto il 5% e SC resta fissa al di sotto del 2%, ma anche elementi organici delle coalizioni elettorali quali Lega o SEL non mostrano significativi segni di ripresa.

Anche l'esecutivo resta sostanzialmente stabile, pur mostrando un differente rapporto di forze interno legato al calo della compagine governativa a favore della figura del Presidente del Consiglio, mentre l'unico ulteriore incremento acclarato è quello del Presidente della Repubblica, vero garante della tenuta del Governo.

Il calo del PdL, quindi, non è stato raccolto da una forza in particolare, ma piuttosto è risultato spalmato su pressoché tutte le forze politiche, lasciando pressoché inalterati i rapporti di forza televisivi.

Dati AGCom settembre 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dal dato aggregato del tempo di coalizione si evidenzia un netto riavvicinamento tra le due coalizioni principali, con il divario tra centrodestra e centrosinistra sceso da 13 a 7 punti percentuale.
Si evidenzia anche un lieve recupero del M5S rispetto al mese precedente, pur restando però su valori estremamente bassi rispetto al risultato elettorale di febbraio ed in particolare sotto la soglia psicologica del 10%.
Il centro montiano appare anch'esso in lieve espansione, ma sempre su valori minimali e quasi ininfluenti a livello mediatico.

A livello di testate, trova come di consueto maggiori spazi su Studio Aperto e TG4, mentre il centrosinistra ha i suoi riscontri più significativi sui canali all-news come TGCOM e Rainews; il MoVimento 5 Stelle, infine, supera il 10% del tempo politico complessivo solo su RNews e TG1, mentre il centro montiano ha i suoi massimi su Rainews e TG2.

Dati AGCom settembre 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Osservando invece i dati aggregati per maggioranza, opposizione e istituzioni mostrino un andamento tutto sommato analogo a quello del mese precedente. Questo implica una situazione a compartimenti stagni nel tempo politico, in cui i movimenti tra una formazione e l'altra si riconducono in ultima analisi a spostamenti all'interno dell'area di appartenenza. In tal senso il PD compensa il PdL, il calo dei ministri è bilanciato dall'incremento della Presidenza del Consiglio, la diminuzione della Lega ha come contrappeso il maggiore spazio dato al M5S.

La situazione rispetto al mese di agosto, in questo ambito di analisi, si conferma quindi tutto sommato stabile nella sua profonda anomalia, con le forze di opposizione relegate al di sotto del 10%, secondo una pericolosa tradizione inaugurata sotto il Governo Monti.

A livello di testate giornalistiche, si nota come la maggioranza sia stata privilegiata da Studio Aperto e TG4, l'opposizione da TGLa7 e RNews mentre le istituzioni da MTVNews e Rainews.

A livello complessivo, i TG più aderenti alle norme della par condicio si sono rivelati nel mese di settembre TG2 e ancora una volta TGLa7, che brilla per costanza in questa particolare tipologia di analisi.

Il mese di settembre si pone quindi in ideale prosecuzione rispetto al precedente, con il tema dominante della condanna di Berlusconi a dettare tempi e modi della politica italiana a qualsiasi livello, anche se effettivamente in forma meno accentuata rispetto ad agosto.
Prosegue la marginalizzazione delle terze forze, in uno scenario bipolare tra PD e PdL non rispondente al vero e che ignora l'esistenza di un buon terzo del Parlamento italiano.

venerdì 8 novembre 2013

De Blasio e la svolta di New York

Valutazione post: 
Skyline di New York

New York svolta a sinistra. Bruscamente, dopo un ventennio di dominio incontrastato repubblicano, l'italo americano democratico Bill De Blasio (52 anni) conqusita la Grande Mela con un risultato a dir poco storico, imponendosi sul suo rivale Joe Lotha con poco meno del 75% dei voti.

In un contesto di affluenza relativamente stabile, si è quindi assistito ad un imponente passaggio di voti dal candidato repubblicano a quello democratico, segno evidente di come le appartenenze politiche a livello nazionale hanno poi rilevanza molto bassa al momento di scegliere le proprie preferenze per le elezioni locali.
In effetti negli Stati Uniti avere risultati di elezioni amministrative di segno differente rispetto a quelli delle elezioni politiche è una situazione relativamente comune, basti pensare a stati tradizionalmente liberal come la California o il New Jersey, che hanno visto lunghe parentesi di governatori repubblicani, o appunto alla stessa città di New York.

Risultati delle elezioni New York (2013)

Rispetto alle elezioni precedenti tenutesi nel 2009, si nota come De Blasio recupera nettamente in tutti e cinque i quartieri cittadini, vincendo con percentuali bulgare in quattro e risultanto indietro solo a Staten Island. Nel corso della precedente tornata elettorale il candidato democratico Thompson era riuscito a imporsi solo in due (Bronx e Brooklyn) e con un numero di voti assoluto e percentuale nettamente inferiore a quello di De Blasio.

Sicuramente a Lotha è mancato il carisma di cui godevano tanto Giuliani quanto successivamente Blooomberg, tuttavia è evidente come ad essere stata bocciata sia stata proprio la linea politica impostata dal ventennio di governo repubblicano, dal momento che Lotha, come vice di Bloombrg, si poneva in continuità con il progetto politico di quest'ultimo.

Michael Bloomberg ha reso New York, questo è innegabile, una delle città più sicure del mondo, dopo anni in cui il problema della criminalità e della sicurezza dei cittadini era forse tra le piaghe peggiori che affliggevano la grande mela.
Tuttavia è altrettanto vero che il risultato è stata una città più chiusa, incattivita per usare un termine forte, in cui le differenze sociali si sono ampliate, una città che, nell'opinione di molti tra i suoi stessi abitanti, ha perso lo status di simbolo delle opportunità e del sogno americano che aveva costituito sin dalla sua fondazione e che tanto bene è rappresentato dalla Statua della Libertà che ne rende unico lo skyline per chiunque giunga dal mare.

Bill De Blasio ha saputo intercettare questa forma di disagio in città, e con il suo motto "nessuno deve restare indietro" ha saputo cogliere il bisogno di rinnovamento, o per meglio dire di ritorno al passato, insito nello spirito di New York.
Le sue politiche, almeno stando alla campagna elettorale, saranno improntate sull'equità sociale, con un maggiore prelievo fiscale per i ricchi volto a finanziare una serie di sussidi per le classi più disagiate in particolare sul fronte dell'istruzione pubblica e della sanità.
Inoltre ha promesso lo stop alle agevolazioni fiscali per i grandi costruttori, che negli ultimi anni hanno provocato una cementificazione senza precedenti della Grande Mela, ed una revisione delle politiche di polizia, in particolare nel controverso metodo dello stop and frisk, spesso alla base di fenomeni di razzismo legalizzato.
In una città dove secondo alcune statistiche le persone che vivono al di sotto la soglia di povertà sono il 45% della popolazione, sicuramente un atteggiamento elettoralmente gradito e vincente, che ora il nuovo sindaco dovrà però saper mettere in pratica senza per questo distruggere del tutto il lavoro dei suoi predecessori, il cui successo è stato innegabile e confermato da un ventennio di predominio politico assoluto.

Giustizia sociale, giustizia economica, ma senza per questo rinunciare al vanto della sicurezza: riuscirà De Blasio a saper coniugare la propria vocazione politica con le necessità di quella che è nientemeno che la più famosa città del mondo?

sabato 2 novembre 2013

Le elezioni trentine ed il flop a 5 Stelle

Valutazione post: 
Manifesto elettorale del M5S in Alto Adige

Le elezioni provinciali in Trentino - che per le peculiarità istituzionali della regione vanno a rinnovare anche il Consiglio Regionale, formato dalla somma dei consigli provinciali - segnano un altro tassello importante nella comprensione dell'attuale situazione politica nel Paese, soprattutto in termini di percezione del mondo politico da parte dell'elettorato.

Sia a Trento sia a Bolzano il centrosinistra, inteso come coalizione di partiti di cui fa parte il PD, trionfa nettamente: in Trentino la coalizione formata da PD, PATT, UpT e formazioni minori conquista il 58% dei voti, il 2% in più del risultato di Dellai alle precedenti elezioni; in Alto Adige la SvP per la prima volta perde la maggioranza assoluta dei seggi, ma l'area considerata ascrivibile al fronte progressista indicativamente si attesta sopra il 60%.

L'affluenza si è attestata al 62% a Trento (73% alle precedenti elezioni) e al 77% a Bolzano (80% alle scorse elezioni) penalizzando quindi i candidati di lingua italiana. Rispetto alle politiche i cali sono stati invece del 18% a Trento e del 5% a Bolzano.

Proprio il raffronto con le politiche - pur nella diversità delle consultazioni interessate - è lo spunto di analisi per la valutazione dell'andamento del MoVimento 5 Stelle, alla presa con l'ennesima batosta elettorale dopo l'exploit delle elezioni di febbraio.
Sull'onda lunga del successo elettorale delle elezioni politiche e della crisi del PD dopo l'impallinamento di Prodi, il Friuli-Venezia Giulia doveva diventare la prima regione a cinque stelle; nella tornata delle amministrative l'obiettivo, più o meno velatamente dichiarato, era nientemeno che il Comune di Roma, mentre alla fine l'unico successo per la formazione grillina venne da Ragusa; ora il flop, perché tale è stato, in Trentino-Alto Adige.
Se tre indizi fanno una prova, sarebbe d'uopo nel MoVimento 5 Stelle iniziare a chiedersi come mai l'elettorato stia punendo in maniera così sistematica il M5S in tutte le tornate amministrative che si sono succedute da febbraio ad oggi.

Nel blog di Grillo un breve post a firma Riccardo Fraccaro celebra l'elezione come un successo, con l'ingresso di due esponenti nel consiglio provinciale trentino e di uno in quello altoatesino. L'obiettivo dell'elezione, secondo il post, era quindi quello di riuscire a far eleggere almeno un proprio esponente per avere un "infiltrato" nel Palazzo, in grado di portare alla luce i segreti della politica regionale.
Visto in quest'ottica sicuramente il risultato di queste elezioni provinciali è indubbiamente positivo, nonché un miglioramento rispetto al 2008 quando il M5S nemmeno esisteva, almeno non nella forma attuale.
Che questo stesso obiettivo fosse il medesimo della vigilia, o l'obiettivo a cui era lecito puntare dopo il lusinghiero risultato delle elezioni politiche è però difficilmente credibile.

Alle elezioni di febbraio, relativamente alla Camera dei Deputati, il MoVimento 5 Stelle aveva totalizzato a Trento il 20,8% con 63.758 consensi; a Bolzano i risultati erano stati invece l'8,3% con 24.864 preferenze.
In otto mesi, pur in un contesto differente, i dati si sono ridotti drammaticamente: a Trento il M5S scende a 13.877 preferenze per un totale del 5,84% (che diventano 14.240 voti e una percentuale del 5,72% se si considera il dato del candidato presidente e non quello di lista), mentre a Bolzano i voti complessivi si attestano a 7.097 e al 2,50%.
La matematica non lascia adito a dubbi: in Trentino il MoVimento perde quasi 50.000 voti, i tre quarti di quelli che aveva conquistato alle politiche, evidenziando un calo di consensi ben quattro volte superiore alla diminuzione dell'affluenza. Crisi analoga in Alto Adige, con un calo assoluto di oltre 17.000 voti, pari ad una diminuzione del 70% delle preferenze rispetto alle politiche; il calo di preferenze rispetto alla diminuzione dei votanti assume proporzioni drammatiche, con un tasso di disaffezione addirittura diciotto volte superiore.

Perché questo comportamento? Perché quasi 70.000 persone, una città delle dimensioni dell'Aquila, dovrebbe aver scelto di non votare più il MoVimento 5 Stelle dopo averlo preferito nel mese di febbraio, rifugiandosi nell'astensione o in altri partiti?
La risposta a questo quesito, su cui il M5S dovrebbe interrogarsi piuttosto che - in un modo che somiglia troppo pericolosamente agli usi dei tanto vituperati partiti - ridefinire al ribasso i propri obiettivi a valle della competizione elettorale, pare incardinata su due questioni dirimenti.

La prima riguarda, naturalmente, la differente tipologia di competizione elettorale.
Sicuramente delle elezioni provinciali hanno valenza locale, servono per esprimere rappresentanti del popolo a livello territoriale espressamente per il governo del territorio. Esiste in queste elezioni un filo diretto tra elettore ed eletto che nelle competizioni politiche tende a diventare molto meno evidente. L'elettore medio italiano, in modo quasi paradossale ma pienamente giustificato dalla classe politica nazionale dell'ultimo ventennio, tende a vedere l'istituzione locale come il reale elemento di tutela e governo del cittadino, laddove la politica romana viene ormai vista come un luogo di sprechi e corruttele.
Il MoVimento intercetta appieno il malcontento generalizzato verso il governo centrale, ma evidentemente non riesce (ancora?) a cogliere l'esigenza di tutela e ordinamento a livello locale necessaria per vincere le elezioni amministrative.
L'idea della semplicità al potere, dell'uomo della strada messo al comando, può essere accettabile in un posto dove la principale esigenza percepita dalla popolazione è quella di fare pulizia, ma non in un posto da cui ci si attendono risposte concrete a problemi concreti: la classe dirigente selezionata dal MoVimento 5 Stelle non viene, semplicemente, considerata adeguata per posizioni di governo.
Non stupisce infatti che il candidato del M5S alla presidenza della provincia di Trento abbia in proporzione fatto peggio delle liste a suo sostegno, evidenziando un valore aggiunto rispetto alla forza della lista nettamente inferiore ai candidati degli altri partiti; se è vero, da un lato, che la forte connotazione di gruppo del M5S in qualche modo lo penalizza nelle competizioni elettorali monocratiche, dall'altro è evidente nel panorama pentastellato l'assenza di elementi di spicco e carismatici al di là della figura del leader Grillo.

Il secondo punto di analisi è invece incentrato sul giudizio politico sull'operato del M5S nel corso di questa prima esperienza parlamentare del partito, fattore complicato per di più dal fatto che il MoVimento non possiede ancora un elettorato realmente fidelizzato, ma si ritrova ad aver raccolto consenti da una vasta ed eterogenea platea elettorale, partita con aspettative e opinioni ben diverse su quella che sarebbe dovuta essere la condotta politica del MoVimento.
In una simile situazione non sarebbe stato di per sé facile replicare il risultato delle politiche, non si può tuttavia non ritenere che il modo in cui il M5S ha condotto le sue battaglie politiche in Parlamento non abbia avuto impatti sull'elettorato, raffreddando molti degli entusiasmi sorti nel periodo delle politiche.
La sistematica volontà di estraniarsi dal gioco delle alleanze con le altre formazioni per cercare di ottenere il massimo possibile da un governo in qualche modo amico, piuttosto che l'assenza - o comunque il poco risalto - di proposte strutturate sui grandi temi economici e sociali che attraversano il Paese, le dichiarazioni di Grillo sulla volontà di attendere fino al raggiungimento della maggioranza assoluta per partecipare al governo del Paese, sono fattori che indubbiamente hanno portato una buona fetta dell'elettorato del M5S a pensare che il loro voto di febbraio sia finito in una sorta di congelatore, un voto di proposta verso un'alternativa trasformato in un voto di protesta tutto sommato fino a questo momento piuttosto sterile.

Nel 2014 con le elezioni europee, concettualmente e strutturalmente più simili alle politiche, il M5S avrà una vera cartina al tornasole dell'evoluzione del suo elettorato dell'ultimo anno, e prima di quell'evento qualsiasi analisi politica contiene in sé troppi azzardi per poter essere considerata affidabile al 100%. È tuttavia vero che le competizioni elettorali degli ultimi mesi stanno inviando segnali negativi al M5S, il quale a sua volta dovrebbe mostrare di avere l'umiltà di accettarne l'esistenza e cercare di capirli e interpretarli.

lunedì 28 ottobre 2013

Dati AGCom agosto 2013

Valutazione post: 
Logo dell'AGCom

Il mese di agosto è sempre un periodo molto particolare per l'informazione televisiva italiana: il mese delle vacanze per eccellenza, il mese in cui la popolazione presta meno attenzione all'informazione politica, il mese in cui, anche statisticamente, l'andamento del tempo politico dedicato alle varie forze nei telegiornali si presta più facilmente a variazioni anche significative.
Il 2013 costituisce però un'importante eccezione a tutto questo, come si evince dai dati pubblicati adll'AGCom: la condanna definitiva di Berlusconi nel Processo Mediaset, ed i conseguenti impatti sulla tenuta del Governo, sul futuro del centrodestra e in sostanza sull'evolversi dell'intero quadro politico italiano hanno dominato l'informazione televisiva, infiammando il dibattito politico e facendo in qualche modo da contraltare al normale andamento dell'informazione nel corso di questo mese.

Le ore di informazione politica in televisione, infatti, hanno segnato un importante totale di 399 ore, il più alto dal mese di aprile in cui Napolitano venne riconfermato al Quirinale; il valore sarebbe quindi notevole in senso assoluto, ma contestualizzato nel periodo in cui si pone costituisce un dato del tutto eccezionale, a riprova dell'importanza della sentenza Mediaset sulla politica italiana.

Dati AGCom agosto 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per mese

Dall'analisi dei dati grezzi emerge un fortissimo spostamento di attenzione verso il centrodestra, come d'altra parte sarebbe stato ovvio attendersi.
Il PdL, in effetti, supera il 30% del tempo complessivo, arrivando a valori mai raggiunti nemmeno in campagna elettorale e raggiungendo quote solo raramente sfiorate nel corso dei Governi Berlusconi, mentre il PD resta sostanzialmente stabile al 19%.
Questa concomitanza di fattori non fa che rafforare ulteriormente il processo di ri-bipolarizzazione della vita mediatico-politica del Paese: il centro montiano continua la sua pulsazione intorno al 2%, mentre appare decisamente più eclatante la parabola del M5S, crollato fino a meno del 4,5% del tempo complessivo, dopo il 22% del periodo immediatamente successivo alle elezioni; al di là dell'effettivo risultato elettorale, la scelta del M5S di allontanarsi dal dibattito politico ha comportato questa sparizione mediatica di indubbia portata.

Il Presidente del Consiglio Letta appare sostanzialmente stabile al 15%, mentre il Governo, scendendo sotto al 18%, fa segnare il peggior risultato dal suo insediamento.

Dati AGCom agosto 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

Osservando il dato aggregato per coalizione e nettizzato rispetto al tempo istituzionale, il centrodestra nel suo complesso raggiunge il 55% del tempo politico complessivo (+20% sul mese precedente), laddove il centrosinistra scende dal 40% di luglio al 32% di agosto.
Passando però all'analisi dei tempi assoluti, si nota come la coalizione progressista sia rimasta sostanzialmente invariata rispetto al mese di luglio, facendo notare come sia in realtà il centrodestra ad avere ottenuto spazio extra in uno scenario comunque di importante aumento delle ore complessive dedicate ai partiti politici.
Le formazioni centriste che fanno riferimento a Monti si attestano invece a poco meno del 3%, mentre il MoVimento 5 Stelle scende ad una percentuale ad una sola cifra posizionandosi poco sotto i 7%, il valore più basso dal mese di gennaio.

A livello di testate, il centrodestra trova maggiore sponda su Studio Aperto e TG4, le testate che maggiormente hanno dato spazio alla voce del PdL dopo la condanna del suo fondatore e punto di riferimento; al contrario Rainews e TG1 sono le testate che maggiormente si sono interrogate sulle reazioni e sui mal di pancia del centrosinistra, costretto dal patto di coalizione a governare ufficialmente alleato ad un pregiudicato.
TGL17 e TG1 sono state poi le testate più generose con il M5S, le uniche in cui il tempo dedicato alla formazione grilline raggiunge percentuali a doppia cifra, mentre il centro montiano infine trova maggior rappresentatività su Rainews e TG2.

Dati AGCom agosto 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Esaminando invece i dati aggregati per maggioranza, opposizione e istituzioni si nota come la sostanziale stabilità del PD ed il forte incremento del PdL si traducano in un forte incremento del tempo complessivo dedicato alla maggioranza parlamentare, a scapito tanto della parte istituzionale, ai minimi dall'insediamento del Governo, quanto soprattutto dell'opposizione, che torna su valori ad una sola cifra in linea con quanto accadeva ai tempi del Governo Monti, malgrado i numeri parlamentari disegnino una situazione nettamente differente rispetto a quel periodo.

A livello di testate giornalistiche, si nota come la maggioranza sia stata privilegiata da Studio Aperto e TG4, l'opposizione da TGLa7 e TG1 mentre le istituzioni, infine, abbiano trovato maggiore spazio su MTVNews e Rainews.

A livello complessivo, i TG più aderenti alle norme della par condicio si sono rivelati nel mese di luglio TGLa7 - che da giugno brilla in questa particolare tipologia di Analisi - e MTVNews.

Il tema portante del mese di agosto è indubbiamente la condanna di Berlusconi, con l'ampio spazio dato al PdL per i commenti della notizia, le minacce sulla caduta del Governo, le richieste di grazia e i toni da guerra civile da un lato, e l'imbarazzo del PD nella gestione di un simile compagno di viaggio dall'altro. Questo fenomeno non ha fatto che inasprire la bipolarizzazione della televisione italiana, che ancora di più pare ignorare l'esistenza di forze alternative ai due poli dominanti.

martedì 22 ottobre 2013

Elezioni in Lussemburgo: analisi del voto

Valutazione post: 
Jean-Claude Juncker (CSV)

In data 20 ottobre si sono tenute le consultazioni politiche nel Granducato di Lussemburgo, il piccolo ma ricco Paese nel cuore dell'Europa feudo del democristiano Jean-Claude Juncker, ininterrottamente al potere dalla metà degli anni '90, e del suo partito, la CSV, dalla Seconda Guerra Mondiale stabilmente al governo con una sola, rilevante, eccezione.

Il Lussemburgo, in cui era al governo una coalizione tra democristiani e socialisti, è stato condotto alle elezioni anticipate a causa degli scandali relativi ad episodi di abuso di potere da parte dei Servizi Segreti che hanno portato il partner di minoranza dell'alleanza, il LSA, a togliere il sostegno a Juncker. Si tratta di una situazione del tutto eccezionale per il Granducato, in cui le elezioni anticipate sono un fenomeno estremamente raro, che si ripete un paio di volte al secolo.

Proprio per questa ragione, oltre che per la decisione di Juncker di correre per un quinto mandato consecutivo, questo appuntamento elettorale era carico di aspettative.
Sono stati gli stessi lussemburghesi a cogliere l'importanza di questa elezione facendo registrare un sensibile aumento dell'affluenza, con oltre duecentocinquantamila voti validi in più rispetto al 2009.

Risultati delle elezioni politiche 2013 in Lussemburgo
e confronto con il 2009

Come è possibile osservare dalla tabella dei risultati, sono molti i punti di attenzione portati alla ribalta da queste elezioni.
In primo luogo, naturalmente, la forte perdita di consenso dei due partiti che componevano la coalizione di governo, il Chrëschtlech Sozial Vollekspartei di Juncker ed il Lëtzebuerger Sozialistesch Aarbechterpartei; a fronte di un forte aumento dei votanti i due partiti sommati perdono circa 60.000 preferenze ed oltre il 6% in termini percentuali.

Il calo generalizzato dei consensi riguarda anche gli ecologisti del Déi Gréng, che perdono circa 15.000 preferenze, ed i conservatori euroscettici dell'Alternativ Demokratesch Reformpartei, con un analogo calo. In questo secondo caso, tuttavia, è da osservare che l'ADR ha subito la concorrenza diretta del PID, costola scissionista che ha dato vita ad un proprio movimento; sommando i voti delle due formazioni si può osservare come l'area politica abbia complessivamente incrementato le proprie preferenze di circa 10.000 unità.

In generale, quindi, le formazioni di centrosinistra calano di circa 45.000 preferenze e quelle di centro-centrodestra indicativamente di 15.000.
Ad avvantaggiarsi di questo vero e proprio tracollo delle aree governative sono le forze che più si sono contraddistinte nelle battaglie di opposizione.
A sinistra infatti, se i comunisti del KPL restano sostanzialmente stabili, si nota il netto avanzamento in termini di consensi di Déi Lénk, che guadagna circa 50.000 preferenze; se in termini numerici quindi vengono in qualche modo compensate le perdite di LSA e DG, la stabilità sistanziale dell'elettorato riferito al fronte progressista implica tuttavia una perdita di peso percentuale dovuta all'incremento dell'affluenza rispetto al 2009.

Per trovare infatti la vera sorpresa della competizione bisogna guardare a destra, ed in particolare ai liberali del Demokratesch Partei: la formazione di centrodestra guadagna infatti quasi il 4% in termini percentuali oltre 165.000 voti in termini assoluti, arrivando a poca distanza dai socialdemocratici e insidiandone lo status di secondo partito del Paese. Questo exploit è frutto tanto dell'erosione ai fianchi di CSV e ADR quanto soprattutto dell'aver fatto breccia nell'elettorato meno attivo e tornato al voto in questa occasione mosso dall'enormità degli scandali che hanno travolto l'esecutivo uscente.

Da osservare, infine, il buon risultato del partito pirata, che si ferma poco al di sotto della soglia di sbarramento; con la sua proposta politica fuori dal gioco delle parti ha saputo pescare tanto a destra quanto a sinistra, e con ogni probabilità alle prossime consultazioni, salvo profonde mutazioni nel panorama politico del Paese, potrà portare in Parlamento i suoi primi esponenti.

Nuova composizione del
Parlamento

Il Lussemburgo, quindi, si conferma un Paese profondamente conservatore, in cui il centrodestra è maggioranza strutturale tra l'elettorato; queste elezioni 2013, tuttavia, possono segnare un importante punto di svolta nella politica del Granducato.
A seguito degli scandali che hanno travolto Juncker, infatti, le altre formazioni politiche paiono piuttosto restie a formare una coalizione che preveda la presenza della CSV, ed il risultato elettorale consente in effetti la creazione di una coalizione tra Lëtzebuerger Sozialistesch Aarbechterpartei, Demokratesch Partei e Déi Gréng in grado di mettere insieme 32 seggi, quindi due in più della maggioranza assoluta.

Dal canto suo, Juncker ha a disposizione due alternative: o la riproposizione della coalizione uscente tra CSV e LSA, oppure una coalizione tra CSV e DP; entrambe queste opzioni porterebbero ad una maggioranza in grado di contare su 36 seggi su 60.
Ad oggi, tuttavia, questa strada appare come la più improbabile. Juncker è il leader europeo più longevo in termini di attività istituzionale ininterrotta, ma con il voto del 2013 il Lussemburgo, pur timidamente e pur restando ancorato alle proprie tradizioni conservatrici, pare aver trovato lo slancio per voltare pagina.

giovedì 17 ottobre 2013

Altri tempi, la fiction che porta la prostituzione in TV

Valutazione post: 
Vittoria Puccini in Altri tempi

DISCLAIMER: questo articolo contiene rivelazioni sulla trama di Altri tempi di Marco Turco


Il 13 ed il 14 ottobre è andata in onda su Rai1 Altri tempi, un film-tv targato Marco Turco ispirato alla battaglia della senatrice socialista Lina Merlin per l'abolizione delle case di tolleranza. Il tema, particolarmente delicato, è stato affrontato da un punto di vista non scontato e piuttosto obiettivo, né critico né celebrativo verso l'operato della Merlin. Al contrario, emerge prepotentemente il desiderio di gettare lo sguardo nel mondo della prostituzione dell'Italia fascista e post-fascista e indagare il rapporto della società con la prostituzione e le prostitute cercando di farlo da un punto di vista troppo spesso sottovalutato, ovvero quello delle dirette interessate.

La cosiddetta "prostituzione di Stato" è un fenomeno che ha radici antichissime nella storia dell'uomo: le case di piacere dell'antica Grecia e i lupanari romani sono forse i primi esempi noti e accertati di casa di tolleranza gestita dallo Stato. Saltando al Medioevo, risultano testimonianze di concessioni di patenti per l'apertura e la gestione dei lupanari nel Regno delle Due Sicilie e nella Repubblica di Venezia già a partire dalla prima metà del XV secolo.
Più avanti nel tempo, il Regno di Sardegna organizzò grazie a Cavour una gestione centralizzata e ben codificata del meretricio di stato, estendendo poi i parametri in uso in Piemonte nel resto del Paese al momento dell'unificazione.
Nel'Italia unita, era compito del legislatore nazionale operare in materia di bordelli, con risvolti che oggi farebbero sorridere quali la divisione in categorie di prezzo a seconda della classe della casa di tolleranza, la durata media di una prestazione a partire dalla quale fissare il prezzo, gli sconti per particolari categorie di persone o l'adeguamento delle tariffe ai tassi di inflazione.

Con il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (Regio decreto 773/1931), il fascismo entrò a gamba tesa nella legislazione sul mondo della prostituzione, imponendo da un lato rigorosi controlli igienici per le prostitute, dall'altro decretandone la schedatura da parte delle forze di polizia.
Il fascismo ha quindi esasperato il divario sociale tra le prostitute e le cosiddette persone perbene: anche misure socialmente utili per la categoria sono infatti riconducibili al desiderio di non trasformare il meretricio in veicolo di malattie veneree e al desiderio di fornire un servizio di qualità alla clientela. Per di più, misure come la schedatura servivano letteralmente a tenere separate le prostitute dalle altre donne, impedendo loro di rifarsi una vita una volta troppo anziane per esercitare il mestiere, e arrivando all'effetto psicologico di rendere più accettabile la prostituzione per la società-bene.
Imponendo una differenza sociale e invalicabile tra le prostitute ed il resto delle donne, diventava infatti più accettabile persino per le mogli pensare al proprio marito in un bordello, proprio perché lo status della prostituta, marchiata espressamente come oggetto di sfogo delle voglie maschili, rendeva l'atto più accettabile rispetto ad tradimento conuigale con una non-prostituta.

La fiction, che per certi versi lima i particolari più scabrosi della vita delle prostitute della prima metà del '900 in Italia e si piega alle esigenze del lieto fine, coglie un importante successo nel rappresentare la mentalità dell'epoca.
Di particolare rilevanza è il passaggio in cui la madre adottiva di Anna, figlia della prostituta Maddalena, accetta supinamente le necessità sessuali del marito quando viene disvelata la sua frequentazione occasionale di un bordello, mostrandosi in qualche modo complice del sistema che Maddalena stessa, pur prostituta, ha cercato di combattere. Si tratta di un messaggio di grande importanza, che coglie l'importante verità storica secondo cui chi ha una posizione di predominio difficilmente la cede in modo volontario, e tacciando di complicità le cosiddette signore perbene nel fenomeno della prostituzione - e dello sfruttamento della prostituzione - le rende corresponsabili, per lo meno per ignavia, della subalternità femminile nella società italiana del tempo.

Subalternità che costituisce in effetti il tema portante dell'opera e che traspare - con sapienza nella scelta delle sceneggiatura ed abilità del cast, quasi tutti femminile - in pressoché tutti i passaggi dell'opera.
Si inizia con l'adolescenza di Maddalena, il cui nome è un ammiccamento smaccato al simbolismo biblico e forse la più grande caduta di stile del film, che da ragazzina della media borghesia viene trascinata nella povertà e nell'indigenza da un incendio che spazza via la sua famiglia. Sola e senza sostegno si rivolge ad un amico e cliente del padre, che però abusa di lei e la caccia di casa, pur provvedendole un posto come cameriera presso un'usuraia. Maddalena si scopre incinta, e la sua decisione di tenere il bambino la porta ad essere nuovamente messa alla porta.
Nella società non c'è tuttavia posto per una ragazza madre, e l'unica porta aperta per Maddalena è quella della prostituzione. Incapace di adattarsi alla sua nuova vita, Maddalena non riesce a provvedere al mantenimento della figlia, ed è quindi costretta alla fine a darla in adozione e sparire dalla sua vita. La sequenza di scene che porta a questo evento focale nella vita della protagonista è esemplare, e mostra appieno la serie di concause che trasformano una normale adolescente in un rifiuto della società, concause in cui la volontà di Maddalena risulta totalmente ininfluente, classico vaso di coccio tra vasi di ferro.

Il film passa quindi a descrivere la vita delle case di tolleranza, con excursus dal sapore vagamente didascalico ma che consentono di cogliere in maniera piena la vita del tempo, la differenza tra i bordelli di lusso e quelli di infimo ordine, le condizioni igieniche, le tecniche amatorie, le tipologie di clienti. In questa fase avviene la fase di accettazione del proprio destino da parte di Maddalena, che mette il proprio talento e la propria ambizione al servizio del mestiere che ha dovuto accettare per sopravvivere e che la porta a primeggiare fino a ritagliarsi un posto nella camera da letto dei potenti del Paese e a diventare maîtresse della casa di tolleranza in cui aveva esercitato, il "Raffaello".
Lì si adopera per creare una casa di piacere modello, una sorta di esperimento improntato al luddismo che dimostra avere successo al punto da far scegliere proprio il "Raffaello" come meta della visita della senatrice Merlin, impegnata nella battaglia che porterà, diversi anni dopo, all'approvazione della legge che porta il suo nome.
L'incontro tra la senatrice Merlin e le prostitute è uno dei punti focali del film, sia dal punto di vista della trama sia negli spunti di riflessione offerti al pubblico: è infatti qui che per la prima volta il castello di carte costituito dal bordello modello di Maddalena crolla nell'impietosa consapevolezza che al di là delle mura delle case di tolleranza le prostitute restano comunque emarginate e schedate, persone senza futuro nel momento in cui non potranno più esercitare il loro mestiere.

Il tema dell'emarginazione torna prepotentemente nella sottotrama della giovanissima Edda, una ragazzina di campagna fuggita da casa e accolta da Maddalena, innamorata di un ufficiale di polizia da cui è riamata ma che la lascerà prima delle nozze per le pressioni della società-bene, che non tollera commistioni tra il mondo normale e quello delle prostitute. Edda, sconvolta, sceglierà il suicidio - unica strada per sfuggire ad un destino schiacciante e ineluttabile - ed è proprio questo atto a convincere Maddalena che una casa di piacere resta sempre e comunque una prigione da cui non si può scappare, un posto che non garantisce alcun futuro alle donne che vi lavorano, perché il problema di fondo è la società ed il suo rapporto con la prostituzione.

Il finale del film è maggiormente concentrato sulla storia personale di Maddalena e della figlia e aggiunge forse poco al tema sociale e politico della prostituzione, ma spiccano i riferimenti alla vita intrapresa dalle ragazze del "Raffaello" dopo la sua chiusura e dopo la dipartita di maddalena: chi trova rifugio nella Chiesa, chi nelle opere di carità, chi continua ad esercitare in strada, in condizioni nettamente più disagiate e incontrollate.

Ed è proprio in questa visione contradditoria delle case di tolleranza che trova il suo maggior punto di interesse la fiction, che offre interessanti spunti di riflessione anche sul confronto tra l'Italia degli anni '50 e quella attuale, nonché sull'attualità della Legge Merlin (75/1958); le case di tolleranza rappresentavano un tipo di prostituzione - e relativo sfruttamento delle ragazze - accettata e integrata nella società italiana, al contrario della prostituzione in strada tipicamente deprecata in quanto considerata di infimo livello e quindi degradante per l'uomo. L'attacco della Merlin alle case di tolleranza era mirato a distruggere questo rapporto di connivenza con il mondo della prostituzione, rapporto alla lunga distruttivo per le meretrici bollate a vita per la loro attività e spesso soggette, malgrado i controlli, a malattie che ne accorciavano sensibilmente l'aspettativa di vita rispetto al resto della popolazione italiana.

Il film invita a contestualizzare la battaglia di Lina Merlin da molteplici punti di vista: gli effetti della legge, la sua adeguatezza alla situazione odierna, e persino, fattore ancora più importante, l'aderenza dell'impianto legislativo rispetto alla battaglia politica sociale; in questo, ancora più che nelle ottime interpretazioni del cast e nel plot tutto sommato gradevole, risiede il valore del lavoro di Marco Turco, un felice stimolo al libero pensiero in una RAI in cui la qualità tende sempre di più a latitare.

lunedì 14 ottobre 2013

Dati AGCom luglio 2013

Valutazione post: 
Logo dell'AGCom

Il mese di luglio 2013 si può considerare per certi versi un mese ambiguo: lo scandalo kazako, consumatosi a fine giugno ma che ha visto svolgersi le votazioni di fiducia che hanno salvato il ruolo del Ministro Alfano e con esso il governo nel mese successivo, già di per sé era un tema sufficiente a rendere luglio un periodo piuttosto travagliato, ma in realtà la vicenda è stata solo un antipasto annegato nella spasmodica attesa per la sentenza della Cassazione sul processo Mediaset che vedeva imputato Silvio Berlusconi, sentenza giunta a fine mese con la conferma della colpevolezza di Berlusconi e soprattutto con la pena accessoria dell'interdizione dai pubblici uffici.

Le ore di informazione politica nel mese di luglio, come evidenziano i dati AGCom, sono state 367; un valore piuttosto basso in relazione ai mesi precedenti, che danno a questo mese proprio un significato interlocutorio, in previsione dell'esplosione legata alla sentenza Mediaset. È anche da osservare che l'avvicinamento all'estate comporta generalmente un calo fisiologico delle ore di telegiornale legate alla politica, quindi a livello generale si può considerare questo mese indicativamente analogo ai precedenti in termini di informazione politica.

Dati AGCom luglio 2013

Dati AGCom 2013 aggregati per anno

L'analisi dei dati grezzi mostra un vero e proprio rovesciamento rispetto al mese precedente.
Se infatti permane un ritorno al bipolarismo con il progressivo restringimento della quota di tempo dedicata al M5S - per la prima volta sotto il 10% dalle elezioni politiche di febbraio - si nota come sia il centrosinistra nel mese di luglio a fare la parte del leone, staccando di cinque punti il centrodestra.
Il PD in particolare torna primo partito con poco meno del 21% del tempo complessivo, primo partito e seconda entità in senso assoluto dopo il Governo.
Non si tratta tuttavia di un'attenzione lusinghiera, in quanto riferita in primo luogo alla sconfitta psicologica della fiducia accordata all'esecutivo in occasione dello scandalo kazako che ha visto implicato il Ministro Alfano, e successivamente alle attese sul comportamento del PD e del centrosinistra in vista della sentenza Mediaset. Un'attenzione quindi piuttosto insidiosa.

Si può inoltre osservare come per il terzo mese consecutivo l'esecutivo - Presidente del Consiglio e Ministri - si attesti indicativamente sugli stessi livelli poco sopra il 35%; anche se il tempo istituzionale risulta quindi essere costantemente sopra media, l'anomalia si sta attestando su valori nettamente più bassi rispetto ai livelli dei governi targati Silvio Berlusconi.

Dati AGCom luglio 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2013 aggregati per
area politico-culturale

Dall'analisi del tempo dedicato alle formazioni politiche - quindi senza considerare i tempi istituzionali - e aggregato per coalizioni, si nota un nettissimo incremento del centrosinistra, che dal 28% di giugno schizza al 40%. A rimetterci sono soprattuto M5S (-13%) e centrodestra (-3%), mentre il centro montiano riesce a salire al 4% del tempo politico, totalizzando il miglior risultato dalle elezioni.

In generale, le notizie di votazioni particolarmente delicate in aula tendono a calamitare l'attenzione dei media sui partiti considerati più fragili politicamenti, come il PD, oppure le piccole formazioni che rischiano, con i loro pochi voti, di essere determinanti in un senso o nell'altro, come nel caso, appunto, del centro di Mario Monti, secondo lo stesso fenomeno che nelle elezioni fa pendere l'attenzione dei sondaggisti sulle regioni in bilico tralasciando quelle già assegnate in partenza.
Le aree politiche considerate più compatte, come PdL, Lega o M5S, soffrono quindi di un deficit di attenzione in situazioni come queste.

A livello di testate, si nota come il centrodestra prevalga nettamente su Studio Aperto e MTV News, mentre il centrosinistra ottenga le proprie migliori prestazioni su RNews e Rainews; il M5S, infine, totalizza i propri risultati più significativi su TGLa7 e SkyTG24.
È interessante osservare che il centrodestra, pur staccato di cinque punti percentuale dal centrosinistra, è prima coalizione su TG1, TG2, TG3, TG4, Studio Aperto, MTV News e Deejay TG, quindi sette telegiornali su tredici misurati; mentre in questi telegiornali, tuttavia, le coalizioni sono generalmente una a ridosso dell'altra, nelle testate che hanno dato più spazio al centrosinistra i distacchi sono nettamente più alti, generando così il distacco evidenziato dai dati aggregati.

Dati AGCom luglio 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2013 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Raggruppando i dati per amggioranza, opposizione e istituzioni si osserva il netto travaso di tempo da M5S a PD in un calo drastico del tempo dedicato all'opposizione, che tocca il punto più basso dell'anno, a favore della maggioranza.
Il passaggio diretto di tempo telegiornalistico si nota osservando come il valore delle istituzioni si è mantenuto stabile intorno al 45%, un valore ancora troppo alto rispetto al 33% previsto dalla par condicio ma come già osservato più basso rispetto ai governi precedenti.

I telegiornali più generosi con la maggioranza parlamentare sono stati Studio Aperto e TG4, mentre quelli più sensibili alle opposizioni si sono rivelati essere TGLa7 e MTV News; infine, le testate più vicine alle istituzioni sono stati MTV News e Rainews.

A livello complessivo, i TG più aderenti alle norme della par condicio si sono rivelati nel mese di luglio TGLa7 - che conferma l'ottimo risultato di giugno - e TGCOM.

Dai dati del mese di luglio emerge prepotentemente il tema del bipolarismo, con la netta perdita di peso del M5S in favore di centrodestra e centrosinistra. Rispetto alla situazione pre-elezioni, tuttavia, si nota una sostanziale parità tra i due poli principali, che a seconda delle vicende politiche si alternano come forza mediaticamente predominante.
Si tratta di una conformazione indubbiamente più equa rispetto a quelle degli anni precedenti, ma che ancora una volta non tiene conto della reale situazione politica nelle Aule e nel Paese.
Related Posts with Thumbnails