lunedì 24 dicembre 2012

Monti è già in campagna elettorale

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Mario Monti

Mario Monti si candida alle elezioni politiche 2013, o per meglio dire, Mario Monti offre la propria disponibilità a guidare un nuovo esecutivo, legittimato dal consenso popolare, composto dalle forze politiche che si riconoscono nella sua agenda.
È con questa formulazione, da molti definita ambigua ma necessaria a causa della posizione del Professore, che si è consumata la "salita in politica" di Monti nella consueta conferenza stampa di fine anno.
Monti, infatti, in quanto senatore a vita, non può candidarsi direttamente al Parlamento, ma questo non impedisce alle forze politiche in suo appoggio di fare il suo nome alle consultazioni con il Presidente della Repubblica al momento della formazione di un nuovo governo; al tempo stesso, e si tratta di un fattore ancora più importante, le parole di Monti disegnano un rapporto di forza tra il Professore e le forze politiche in suo sostegno molto simile a quello attuale, in cui Monti tiene in qualche modo sotto scacco i partiti vincolando la propria presenza alla realizzazione di un determinato programma politico.

Sia come sia, conteggiare Monti tra i candidati al seggio di Palazzo Chigi significa ridisegnare completamente gli scenari politico-elettorali in vista delle politiche di febbraio, e le case sondaggistiche si ritroveranno costrette a fare gli straordinari per conteggiare il fattore Monti nelle prossime edizioni dei loro sondaggi politici.
Già dalle parole di Monti, tuttavia, si può capire come verrà impostato questo inizio di campagna elettorale, e, in ultima analisi, capire a quali parti dello schieramento politico conviene la discesa in campo di Monti e quali, invece, ne risultano più danneggiate.

Le forse politiche che stanno offrendo sostegno a Monti sono situate soprattutto nel centro dello schieramento, dove ai consueti partiti UdC, FLI e ApI si stanno aggiungendo nuove formazioni come Italia Futura di Montezemolo, Fermare il Declino di Giannino, i Popolari per Monti transfughi del PD e l'ala più moderata ed europeista fuoriustica dal PdL e capitanata da Frattini e Pisanu.
Tra convinzione politica e semplice trasformismo, il centro rischia seriamente di diventare un'area politica molto affollata, con troppi generali e pochi soldati semplici, un insieme di persone e movimenti dalla storia più disparata uniti solo dal nome di Monti; sotto questo aspetto risulta praticamente obbligata la mossa del Professore di mettersi in una posizione di forza, quasi di riserva della Repubblica, e di vincolare i suoi sostenitori ad un programma chiaro e definito.

Nel corso della conferenza stampa di Monti gli strali più pesanti del Presidente del Consiglio si sono abbattuti, nell'ordine, su Berlusconi e il PdL, sulla CGIL e su Vendola.
Mosse da campagna elettorale? Indubbiamente.
Con un'abilità molto sottile e pari a quella dei politici più navigati Monti segna in un colpo solo molti punti a proprio vantaggio.

Il punto più significativo sono le distanze che il Professore prende da Berlusconi. Come giustamente si affretta a precisare Alfano, dopo le parole di Monti è impensabile pensare ad un percorso comune tra il PdL e le forze a sostegno di Monti, ed è esattamente questo che il Presidente del Consiglio desiderava. Candidarsi senza l'ingombrante e a tratti imbarazzante appoggio di Berlusconi; senza quell'accozzaglia di schieramento da Storace a Casini passando per la Lega che il Cavaliere aveva proposto non più tardi di un paio di settimane fa.
Ma prendere le distanze da Berlusconi, oltre a rassicurare molti osservatori italiani ed esteri, ha un significato ancora più profondo, in special modo se confrontato con l'appoggio diretto da parte del centro e l'atteggiamento interlocutorio con il PD: vuol dire infatti bocciare uno dei partiti che hanno appoggiato l'esecutivo di quest'ultimo anno, e in qualche modo, per un percorso psicologico solo sottinteso ma non per questo meno efficace, accusarlo delle mancanze che l'esecutivo Monti ha oggettivamente collezionato nel corso della propria esistenza. Come dire: prendiamo le distanze dal PdL perché è per colpa sua se non si è potuta mettere la patrimoniale, o non si è potuta completare la legge anticorruzione.

Se verso destra, quindi, Monti non ha lesinato gli attacchi diretti, a sinistra il Professore sta usando una tattica diversa ma non per questo meno efficace sul lungo termine. In primo luogo, il Presidente del Consiglio sta letteralmente rubando il terreno sotto i piedi al Partito Democratico: dopo gli attacchi a Berlusconi da parte di Monti, Bersani non potrà fare altro che dichiararsi d'accordo, apparendo in qualche modo "in ritardo" rispetto al professore; al tempo stesso Monti ruba al centrosinistra l'arma dell'antiberlusconismo, appropriandosene.
Non è infatti un caso se tanto Letta quanto D'Alema si sono affrettati a ribadire che la versa corsa alle politiche sarà tra Bersani e Berlusconi, cercando in qualche modo di ridimensionare il fenomeno Monti e cercare, in qualche modo, di ricondurre la campagna elettorale agli schemi già visti del 2006 e del 2008.
Ma le parole di Monti nascondono altre e ulteriori insidie per il centrosinisra, ed in particolare per il PD. Accusando in qualche modo il PdL di essere stato il partito "meno fedele" alla linea del governo, e di essere il responsabile delle inadempienze del Governo - soprattutto in termini di equità sociale - nel corso dell'ultimo anno, obbliga in qualche modo Bersani e il centrosinistra a rendere conto della scelta di non sostenere più il Professore alle nuove politiche, li obbliga alla ricerca di un'identità che non si limiti all'antiberlusconismo, ma spieghi anche le reali differenze rispetto ad un'agenda Monti che per molti aspetti, a dire il vero, coincide con quella di Bersani.
L'accerchiamento nei confronti del PD si completa con le critiche a SEL e CGIL: non è difficile, infatti, intuire nelle parole del Professore un tentativo per separare il PD dai suoi alleati e ricondurre quella che oggi è la più grande forza politica del Paese verso il centro dello schieramento.

L'invadenza mediatica di Berlusconi. I firma-day di Grillo. Le convention arancioni. Le primarie parlamentari di centrosinistra. E ora le stoccate di fioretto di Monti.
La campagna elettorale è ormai pienamente in corso, e con il discorso del Professore, si arricchiesce di un protagonista fondamentale, e le elezioni politiche di febbraio 2013 si preannunciano come le più avvincenti da molti anni a questa parte.

martedì 18 dicembre 2012

Verso le politiche, il punto della situazione

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Palazzo Chigi

Con le annunciate dimissioni del Governo Monti, la vita politica del Paese sta correndo a rotta di collo verso nuove elezioni politiche, che secondo gli ultimi aggiornamenti dovrebbero tenersi alla metà di febbraio in concomitanza con le consultazioni regionali in Lombardia, Molise e - almeno stando alle ultime versioni dei fatti - Lazio.
Con le primarie del centrosinstra, le parlamentarie del M5S e il ritorno sulla scena di Silvio Berlsuconi si è ufficialmente aperta la campagna elettorale per le politiche 2013, ma mai come questa volta, malgrado i tempi strettissimi, vi è confusione e incertezza nel panorama politico del Paese, un'incertezza che non riguarda solo i programmi e le politiche che le varie coalizioni propongono, ma persino il perimetro - e in taluni casi l'esistenza stessa - di tali coalizioni.

Diventa quindi un obbligo offrire una panoramica su quello che è l'arco politico del Paese, pur nella consapevolezza che la variabilità e la fluidità della situazione contingente potrebbero apportare notevoli variazioni allo scenario attuale in tempi anche decisamente brevi.

Paradossalmente, la formazione che si è affacciata per ultima nel panorama politico del Paese è anche quella che appare più avanti nel cammino di avvicinamento alle elezioni politiche: rifiutando qualsiasi alleanza, infatti, il MoVimento 5 Stelle non deve affrontare le inevitabili fasi di contrattazione nella fase di stesura del programma, e attraverso le parlamentarie si trova in una buona situazione anche per quanto riguarda la composizione delle liste elettorali.
Da sottolineare, inoltre, il fatto che il pieno controllo decisionale che Grillo ha sul partito, che spesso costituisce un handicap per la vita democratica della formazione, in questo caso consente una rapida definizione di un programma elettorale e politico, senza contrattazioni interne e senza ripartizione cencelliana delle idee e dei provvedimenti.
I maggiori pericoli, in questa fase, per la formazione grillina riguardano gli squassamenti interni al partito da parte del gruppo dei cosiddetti ribelli alla gestione padronale di Grillo, uniti alla la scarsa trasparenza delle parlamentarie che può lasciare adito a complicazioni e strascichi al momento della reale stesura delle liste.

Da un punto di vista di mera preparazione all'appuntamento elettorale la coalizione di centrosinistra Italia Bene Comune è grosso modo nella stessa situazione del MoVimento 5 Stelle. Le primarie per la composizione delle liste parlamentari si terranno a fine anno per i due principali partiti della coalizione, PD e SEL, e in più si sono svolte tra novembre e dicembre le primarie per la scelta del candidato premier.
Ciò che pone, a livello globale, il centrosinistra più indietro del MoVimento 5 Stelle riguarda la composizione dell'alleanza e di conseguenza il programma. Sicuramente IBC sarà composta da PD, SEL, PSI e una lista centrista guidata da Tabacci, ma vi sono buone probabilità di un ingresso degli scissionisti dell'IdV capitanati da Donadi, e rimangono ancora aperte le possibilità di una lista civica composta da esponenti della società civile.
In termini di programma, ad oggi si è andati poco oltre una generica carta di intenti; in particolare, gli attriti tra PD e SEL sul proseguimento della cosiddetta Agenda Monti (che altro non è che il rispetto degli impegni internazionali assunti dall'Italia) sono ad oggi il tema dirimente sulla stesura del programma de centrosinistra, e questo naturalmente senza contare le condizioni che le forze minori della coalizione intenderanno porre in cambio del loro sostegno.

Uscendo da M5S e IBC, il caos.

A sinistra, si è assistito negli ultimi giorni al battesimo della lista arancione, battezzata da De Magistris a Napoli come movimento di espressione delle istanze della società civile ma che all'atto pratico - soprattutto per via del coinvolgimento di Ingroia come possibile candidato alla Presidenza del Consiglio - presenta numerose analogie con l'IdV delle origini, del tempo dell'entrata in politica di Di Pietro.
Non è chiaro ad oggi quale sia il potenziale attrattivo di questa nuova lista, se sarà in grado di raccogliere l'adesione delle forze della cosiddetta sinistra radicale unitamente a quella parte di IdV rimasta fedele a Di Pietro, né se tali adesioni si manifesteranno con la nascita di una nuova formazione oppure come una federazione di movimenti.

Spostando l'attenzione verso il centro e la destra dello schieramento politico, invece, emerge una situazione estremamente volatile, un rebus di formazioni e movimenti anche effimeri nell'attesa che Mario Monti sciolga la riserva sulla propria candidatura alle elezioni politiche e sulle modalità in cui questa eventualità potrà verificarsi.
Non è infatti un mistero che la presenza o l'assenza di Monti sarà importantissima nella determinazione del prossimo Parlamento proprio in virtù del suo peso elettorale e soprattutto delle differenti divisioni a cui costringerebbe il centro e il centrodestra in virtù delle sue scelte.
Anche tralasciando l'ipotesi lanciata da Berlusconi - e respinta da tutti gli attori in causa, Monti compreso - di un Professore leader di uno schieramento che vada da La Destra di Storace all'UdC passando per la Lega Nord, sono diversi gli scenari in cui centro e centrodestra possono scomporsi e ricomporsi in funzione delle scelte dell'attuale Presidente del Consiglio.

Se Monti non si candida, allora diventa probabile uno scenario in cui il centro verrà marginalizzato - perdendo tra l'altro l'ApI che tornerà con il centrosinistra - dinanzi a IBC da un lato e la rinata coalizione PdL-Lega dall'altro, quest'ultima sotto la guida di Silvio Berlusconi. Si tratta della riproposizione delle elezioni 2008, sia pure con numeri e sondaggi altamente differenti rispetto a cinque anni fa.
In questo caso il Professore potrebbe intervenire come deus ex machina in caso nessuna coalizione riuscisse a conseguire la maggioranza dei seggi, oppure essere disponibile per ruolo istituzionali - primo tra tutti la Presidenza della Repubblica.

Se invece Monti dovesse annunciare la propria candidatura, sarà importante capire se accetterà o meno l'appoggio di Berlusconi. In caso di risposta affermativa, rispetto allo scenario di centrodestra allargato auspicato proprio dal Cavaliere resterebbe fuori solo la Lega, che vedendosi isolata potrebbe ancora una volta sacrificare le proprie idee alla convenienza di appartenere ad una coalizione elettorale a quel punto molto competitiva.
Dal punto di vista elettorale un simile cartello perderebbe tutte le simpatie degli anti-montiani di destra, che convergerebbero sulla Lega se questa decidesse di non essere della partita o resterebbero senza rappresentanza in caso contrario, finendo per affidarsi, come evidenziano i flussi elettorali, con ogni probabilità al MoVimento 5 Stelle o agli spin-off antimontiani fuoriusciti dal PdL targati Crosetto o La Russa.
Da un punto di vista invece politico una coalizione di questo genere, pur ricalcando in buona parte la CdL del periodo 2001-2006, sarebbe invece più simile all'esperienza dell'Unione, estremamente variegata per posizioni e ideologie, come dimostrano gli attuali atteggiamenti di gradimento nei confronti dell'esecutivo Monti.

Il caso in cui Monti, candidandosi, prendesse invece espressamente le distanze da Berlusconi sarebbe il più deleterio per il Cavaliere ed il PdL tutto. In quel caso, infatti, si avrebbe una coalizione centrista con Monti come riferimento formata da UdC, FLI, ApI e una nutrita schiera di fuoriusciti dal PdL, capitanati da Frattini e probabilmente Pisanu. A destra, invece, se Berlusconi prenderà le redini del partito scendendo personalmente in campo è possibile che la Lega ne rifiuti le profferte di alleanza, mentre se sarà un altro - Afano? - il candidato premier vi sarà un polo di destra formato dai leghisti, da quanto resta del PdL e probabilmente dalla destra di Storace.

In tutte queste situazioni, ragionando con la mera validità dei numeri, il centrosinistra è oggi la coalizione favorita per la vittoria finale, anche se questo, a causa della legge elettorale, può non significare il raggiungimento di una maggioranza sufficiente per governare il Paese.
Tuttavia, come lo stesso Berlusconi ha già ampiamente dimostrato nel 2006, i numeri e i sondaggi contano ben poco quando si possiede la potenza di fuoco mediatica del Cavaliere...

sabato 15 dicembre 2012

Dati AGCom novembre 2012

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Logo dell'AGCom

Sono state le primarie il tema dominante del mese di novembre 2012, un tema di piena campagna elettorale che ancora una volta segna il ritorno della politica sull'amministrazione e che per la prima volta nell'anno vede il centrosinistra protagonista indiscusso della scena politica.
Sarebbe quindi d'obbligo attendersi la coalizione progressista, ed in particolare i partiti che ne fanno parte, alla ribalta del panorama televisivo del mese, ma l'analisi dei dati AGCom, pur rispettando a livello generale questa facile previsione, presenta alcune sorprese degne di un'analisi più approfondita.

Il numero totale di ore di informazione politica in TV è stato di 256 ore, un valore insolitamente basso, per la precisione il valore più basso dell'anno (da quando nel conteggio AGCom sono state aggiunte le nuove reti televisive) con la sola eccezione del mese di agosto. Di per sé questo dato serve già per connotare negativamente la copertura di uno degli eventi democratici più significativi di questa seconda parte del 2012, e relativizzare qualsiasi predominanza mediatica del centrosinistra nei dati AGCom del mese.

Dati AGCom novembre 2012

Come evidenziano i dati grezzi, il PD è la prima forza sia politica sia istituzionale nelle televisioni per quanto riguarda il mese di novembre, sfondando la soglia psicologica del 20% e mostrandosi in salita del 2% circa rispetto ai valori, già molto elevati, del mese precedente.
A farne le spese è soprattutto il PdL, che dal 31% passa al 19%. Si tratta in ogni caso di un valore altissimo se si pensa che per i democratici erano previste le primarie, mentre il PdL non ha presentato in novembre novità politiche degne di nota. Il fatto che i due partiti abbiano percentuali tutto sommato simili è di per sé un segno di profondo squilibrio nel sistema dell'informazione televisiva del Paese.
Spostando il focus ai partiti minori, si nota come in realtà tutti i partiti che hanno dato vita alle primarie hanno ottenuto miglioramenti, ed in particolare PD e SEL ottengono i propri risultati migliori dell'anno; buoni risultati ma non eccellenti per PSI, a riprova della differenza tra il partecipare alla competizione ed esprimere un candidato.
In forte salita anche l'IdV, anche se solo per le voci della scissione di Donadi e dell'ala meno intransigente del partito, e l'UdC, mentre appaiono in calo generalizzato tutte le altre forze politiche.

Passando alle istituzioni, invece, si assiste ad una lieve risalita sia di Monti (+2%) sia del suo esecutivo (+1%): laddove le vicende giudiziare del PdL avevano annullato la presenza televisiva del Governo, le primarie del centrosinistra hanno invece convissuto con una ripresa della visibilità dell'esecutivo.

In valori assoluti, tuttavia, il discorso cambia: il PD si assesta sulle 54 ore, che impallidiscono dinanzi alle 75 ore del mese di ottobre. Solo questo dato è emblematico per affermare come il centrosinistra sia stato il protagonista di un mese molto parco in termini di informazione politica.
La concomitanza con un importante evento partecipativo denota forse un'incapacità, da parte della TV, di saper interpretare la reale vita politica del Paese.

Dati AGCom novembre 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Esaminando lo spaccato per istituzioni - maggioranza - opposizione, si nota una sostanziale stabilità delle forze di opposizione, generata più che altro da una compensazione tra un calo della Lega Nord e una crescita dell'IdV.
Le istituzioni invertono la tendenza decrescente dei mesi precedenti, con un +8% su ottobre, riportando le forze di maggioranza, ancora preponderanti, sotto la soglia del 50%. Nuovamente, un simile risultato dinanzi ad un evento come le primarie del centrosinsitra, considerati i dati dei mesi precedenti, appare quantomeno strano.

In termini di telegiornali, le forze di maggioranza hanno avuto massima presenza su Studio Aperto, TG3 e TG4; quelle di opposizione su MTVFlash, TGCOM24 e TGCOM. Infine, le istituzioni hanno ottenuto i migliori risultati su TG1, TG2 e TGCOM24.

Dati AGCom novembre 2012 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2012 aggregati per
area politico-culturale

Osservando invece i dati per area politica, emerge come il centrosinistra raggiunga il 47% del tempo complessivo, sfiorando il massimo ottenuto nel mese di agosto. Nuovamente, un boom per la coalizione progressista ma in qualche modo inferiore alle attese, considerati gli eventi succedutisi nel mese. In crescita appaiono anche il centro e il M5S, mentre le altre aree politiche risultano invece in calo.

Proprio dall'analisi dei telegiornali emerge forse a pieno titolo quello che è il motivo del mancato exploit televisivo dell'area progressista: il centrosinistra è infatti maggioritario ovunque, ma sulle reti Mediaset e Telecom Italia è stato trattato in maniera paritaria con il centrodestra, riuscendo a distanziare la coalizione moderata solo su Sky e sui canali RAI.
Si tratta del maggiore scostamento tra le reti televisive da inizio anno - periodo elettorale compreso - e diventa tutto sommato semplice vedere in questa discrepanza una mossa dal sapore squisitamente elettorale, un tentativo esplicito di limitare la pervasività mediatica delle primarie del centrosinistra presso il pubblico più affezionato delle reti Mediaset e Telecom.

Dati AGCom 2012 aggregati per mese

L'analisi di quello che può essere l'andamento di lungo periodo, allargato a tutto il 2012, mostra come il Governo Monti, subito dopo il suo insediamento protagonista ufficiale delle scene televisive dinanzi ad un sistema partitito annichilito dalla sua stessa impotenza di far fronte alla crisi economica, abbia progressivamente lasciato il passo proprio a quelle stesse forze politiche, nuovamente schierate a battaglia in vista delle prossime elezioni politiche.
Se nei mesi precedenti erano gli scandali giudiziari a togliere tempo mediatico al premier e ai suoi ministri, da un paio di mesi a questa parte i toni sono completamente mutati; ciò che più stupisce in questo passaggio di consegne è in qualche modo la "verginità" con cui molte formazioni politiche si stanno presentando in campagna elettorale, quasi che un anno di governo tecnico possa far dimenticare i risultati ottenuti dagli esecutivo cosiddetti politici.

All'interno del tempo politico vero e proprio il mese di novembre ha segnato un importante avanzamento del centrosinistra, seppure - come già descritto - inferiore alle attese considerata l'importanza delle primarie. Sarebbe dunque sbagliato considerare novembre 2012 un tipico esempio di mese di campagna elettorale.
Sarà particolarmente interessante osservare come i media tratteranno il mese di dicembre, caratterizzato dalla caduta di Monti e dal ritorno in campo di Berlusconi, se le differenze tra centrodestra e centrosinistra saranno quantitativemente similari - naturalmente a parti invertite - oppure se persiste l'anomalia di una televisione più o meno velatamente schierata con una particolare fazione politica, in grado di alterare gli equilibri di qualsiasi campagna elettorale.

lunedì 10 dicembre 2012

Dietro le parlamentarie

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Giuseppe Piero Grillo (M5S) e Pierluigi Bersani (PD)

Sebbene il ritorno sulla scena politica di Silvio Berlusconi, con tanto di crisi di governo e sempre più probabili elezioni anticipate nel mese di febbraio, abbia in qualche modo calamitato l'attenzione dei media distogliendolo dagli eventi politici in corso prima delle dichiarazioni shock del Cavaliere, lo svolgimento delle primarie del centrosinistra e immediatamente dopo delle "parlamentarie" del MoVimento 5 Stelle è un elemento di importanza democratica tale da meritare analisi più approfondite di quelle finora dedicate, in particolar modo sulle implicazioni sociali e sociologiche che scaturiscono dal raffronto dei due eventi.

È bene in primo luogo evidenziare le debite differenze in termini di finalità delle due consultazioni: le elezioni primarie del centrosinistra servivano per esprimere il leader della coalizione progressista Italia Bene Comune, ovvero a vincolare i gruppi parlamentari che comporranno questa coalizione a valle delle prossime elezioni politiche a indicare come Presidente del Consiglio il nome del vincitore delle primarie e a sostenerne l'azione di governo - in caso di vittoria - e in generale la linea politica.
Le elezioni primarie tenute dal MoVimento 5 Stelle, invece, hanno riguardato direttamente i parlamentari: i votanti hanno ovvero potuto determinari quali persone e in quale ordine avrebbero composto le liste elettorali del MoVimento 5 Stelle.

Certamente si tratta di due aspetti complementari: da un lato si sceglie un leader, ovvero si "forza" il sistema parlamentare previsto dalla Costituzione italiana vincolando gli eletti di un certo partito a proporre un determinato nome come Presidente del Consiglio, ma non si interviene direttamente dal basso per determinare la reale composizione delle liste elettorali che determineranno chi deve entrare in Parlamento.
Dall'altra invece si concorre alla formazione delle liste elettorale lasciando mani libere agli eletti - in una visione indubbiamente più consona alla forma politica prevista dalla Carta - sulla scelta del capo del Governo.

Da un punto di vista prettamente qualitativo, quindi, l'operazione compiuta dal MoVimento 5 Stelle risulta migliore di quella effettuata dal centrosinistra, e questo non solo perché più vicina al solco tracciato dalla Costituzione, ma anche perché è effettivamente il Parlamento, più che il Governo, il principale bersaglio delle critiche dell'antipolitica, il principale ricettacolo dei privilegi da abbattere, la principale espressione del potere della Casta.

Spostando tuttavia il focus dal tipo di consultazione alle modalità di svolgimento, e quindi dall'analisi di merito a quella di metodo, lo scenario cambia radicalmente.
Da un punto di vista più "filosofico" la differenza fondamentale tra le consultazioni di Italia Bene Comune e quelle del MoVimento 5 Stelle risiede nella determinazione della platea dei votanti.
Il centrosinistra, pur in uno scenario di chiusura rispetto alle precedenti elezioni primarie, ha mantenuto il concetto di fondo di proiezione verso l'esterno che tanto successo ha portato a questo genere di elezioni: la dichiarazione di elettore di centrosinistra, l'accettazione del programma e il pagamento dei 2 € previsti dal regolamento sono passi che non impedivano formalmente l'accesso al voto da parte di chicchessia, consentivano al comune cittadino, simpatizzante o semplicemente interessato ad influenzare con il proprio voto l'esito dell'elezione, di poter partecipare senza particolari problemi. Erano esclusi soltanto - per ovvie ragioni - coloro che in quel momento coprivano cariche amministrative nelle fila di partiti e coalizioni avversarie di IBC.
Il MoVimento 5 Stelle ha scelto un approccio completamente diverso, blindando il voto assegnando il diritto di esprimere le proprie preferenze soltanto agli iscritti; per evitare iscrizioni al partito mirate alla semplice partecipazione alle primarie, inoltre, il M5S ha richiesto che l'iscrizione fosse attiva almeno da alcuni mesi. Questo ha di default limitato la platea degli aventi diritto di voto a circa 200.000 persone, un insieme ermeticamente chiuso che trasformava il resto del Paese in semplice spettatore.

La dialettica tra partecipazione e preservazione dell'identità, tra contaminazione da parte della società civile e autodifesa da OPA ostili è naturalmente un tema aperto, ed è difficile definire con certezza quale sia la posizione più corretta che un partito possa tenere in un simile frangente.
Ogni scelta ha i propri vantaggi e svantaggi, ma proprio ragionando sulle - pur legittime - scelte intraprese si possono cogliere alcune importanti considerazioni sullo spirito che anima rispettivamente il centrosinistra e il MoVimento.
I progressisti hanno scelto di non rinunciare, in ultima analisi, all'apporto della società civile, di portatori di idee e interessi anche esterni - ma sempre compatibili - rispetto alla cultura dei partiti della coalizione. Italia Bene Comune si è presentata come una coalizione se non propriamente scalabile quantomeno indirizzabile, entro certi limiti, dall'esterno.
Al contrario l'autodifesa e la non contaminazione del voto sono stati i dogmi delle parlamentarie del MoVimento 5 Stelle: l'area dei simpatizzanti, di quella massa inerziale che non desidera affrontare gli oneri della militanza ma che non disdegna forme di partecipazione più light è stata completamente esclusa dalla votazione, così come sono mancati gli apporti della cosiddetta "società civile".

Sarebbe indubbiamente facile rinfacciare al MoVimento, che si propone proprio di portare i comuni cittadini al potere, una scelta che invece esclude i cittadini dai processi decisionali del partito; e sarebbe altrettanto facile vedere nella paura la causa prima di un simile gesto.
Paura di infiltrazioni di simpatizzanti di altre aree politiche, paura del potenziale peso di interessi di potere sgraditi, paura anche - almeno per i detrattori del MoVimento - dell'inevitabile perdita di controllo di Grillo e Casaleggio sulla vita quotidiana del partito.
Vi sono tuttavia ragioni ancora più profonde a motivare una simile scelta, ragioni che devono indurre a profondi ragionamenti sulla natura del MoVimento 5 Stelle e sulla sua rapida ascesa.

Il MoVimento 5 Stelle nasce come concretizzazione e formalizzazione di un fenomeno più vecchio, che consisteva in una sorta di certificazione che Grillo forniva a enti amministrativi o semplici politici in funzione delle loro idee e delle loro azioni.
Questa base ideologica certificatrice, ora è chiaro, non è mai scomparsa dal DNA del M5S, ma emerge proprio in occasione degli appuntamenti più importanti. La società civile, l'apporto dei cittadini, non sono stati esclusi aprioristicamente, ma in quanto non certificati, non "a cinque stelle": un voto esterno al MoVimento non è un voto di cui il MoVimento si fida, e quindi non ne accetta il valore nei processi decisionali interni.
A differenza del centrosinistra, che accettano l'interazione con entità esterne, il MoVimento 5 Stelle non ammette una permeabilità con l'esterno, ma richiede una certificazione - l'ingresso nel MoVimento stesso - per poter partecipare alla vita del partito.
Esattamente il contrario della scalabilità: non sono i cittadini che indirizzano il partito, ma è il partito che ammette i cittadini a poter discutere della vita del partito. E chi ha il potere di ammettere o rifiutare i cittadini dentro il partito, comanda di conseguenza il partito.

Perché questo? Mantenere la propria purezza verso gli inevitabii influssi provenienti dall'eterno è una spiegazione plausibile, ma che certamente lascia insoddisfatti e tratteggia in maniera anche inquietante il MoVimento ed il suo operato.

mercoledì 5 dicembre 2012

Ballottaggio delle primarie, l'analisi del voto

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Pierluigi Bersani (PD)

E così sarà Pierluigi Bersani il candidato alla Presidenza del Consiglio della coalizione di centrosinistra Italia Bene Comune. Il segretario del Partito Democratico ha infatti convintamente vinto il ballottaggio delle elezioni primarie, che lo vedeva contrapposto al sindaco di Firenze Matteo Renzi.
Bersani si è infatti imposto con un solido 60% a 40%, vincendo in diciannove regioni su venti oltre che nella circoscrizione estero e lasciando al proprio rivale solo la Toscana.

Il popolo di centrosinistra è riuscito ancora una volta a stupire, mostrando un attaccamento ed una fedeltà assolutamente incrollabili nei confronti di uno strumento - le primarie - che è rapidamente diventato un simbolo della scalabilità di questa area politica e quindi un segnale di rinnovamento e trasparenza.

La settimana che ha separato il primo turno dal ballottaggio, infatti, non è sicuramente stata tra le più semplici per il PD e per il centrosinistra: la campagna elettorale, fino a quel momento caratterizzata da toni decisamente sereni e pacati e da una discussione estremamente orientata ai contenuti, ha bruscamente virato portando la discussione sul tema della partecipazione e sulle regole delle primarie.
Le scene a cui si è assistito sono state anche sgradevoli, e hanno visto da un lato decreti interpretativi delle regole che non possono non richiamare alla mente il caso delle elezioni regionali 2010 nel Lazio, e dall'altro inviti aperti a sfidare il regolamento recandosi lo stesso alle urne. Al di là di dove risiedessero torto e ragione, la caduta di tono e stile è stata evidente.

Malgrado questi episodi potessero in qualche modo scoraggiare la partecipazione al secondo turno, il dato finale dei voti validi al ballottaggio è stato 2.802.382, pari a poco meno del 90% del numero dei voti validi del primo turno. Se si considera il naturale calo dei votanti a cui si assiste tra il primo ed il secondo turno di una competizione elettorale ed il clima avvelenato che ha contraddistinto l'ultima settimana di campagna, si tratta di un dato assolutamente di tutto rispetto.

Attraverso l'analisi, anche geografica, dell'evoluzione del voto tra il primo ed il secondo turno è possibile comunque arrivare a definire alcuni punti fissi che costituiscono la base politica da cui adesso la coalizione di centrosinistra può e deve ripartire per affrontare gli appuntamenti elettorali decisivi: le elezioni regionali di Lazio, Lombardia e Molise, le elezioni comunali di Roma, e soprattutto naturalmente le elezioni politiche.

Risultati delle primarie
del centrosinistra 2012

Il primo dato che emerge dalla tabella, reperibile in formato excel nella pagina dei download, al di là l'affluenza è ovviamente il risultato: Bersani 60,89% - Renzi 39,11%. Un risultato netto, che evidenzia un orientamento preciso nelle scelte degli elettori di centrosinistra; un risultato, inoltre, maturato in maniera pressoché uniforme dal punto di vista territoriale, visto che Bersani lascia a Renzi solo la Toscana, e rispetto al primo turno recupera e sorpassa il sindaco di Firenze in Umbria e Marche.

Se da molti, soprattutto dopo il primo turno, la vittoria di Bersani era apparsa in ogni caso ormai scontata, l'entità del distacco e le modalità attraverso cui il risultato definitivo è stato raggiunto offrono spunti assolutamente rilevanti.

Bersani raccoglie 1.706.457 voti, mentre Matteo Renzi si ferma a 1.095.925 preferenze. Nel corso del primo turno i due si erano fermati rispettivamente a 1.414.847 e 1.120.176.
Questo significa che il segretario PD ha guadagnato 291.610 voti, mentre il sindaco di Firenze ne ha persi 24.251. D'altra parte, Bersani poteva contare sull'endorsement di tutti i candidati sconfitti al primo turno, Tabacci, Puppato e soprattutto Vendola, mentre Renzi in qualche modo era costretto a strappare con le unghie e con i denti i voti non solo a Bersani, ma anche agli altri candidati (e uno dei fattori di analisi più interessanti è proprio il tasso di fedeltà degli elettori ai propri leader di riferimento); proprio per questa ragione il tema dell'allargamento della platea elettorale, sopito durante tutto il primo turno, è diventato così dirimente al momento del ballottaggio: era chiaro che solo cambiando la composizione dei partecipanti il sindaco di Firenze avrebbe avuto delle chance di vittoria.

Confronti tra primo turno e ballottaggio
delle primarie del centrosinistra 2012

La tabella sopra riportata evidenzia i rapporti nel voto tra il primo ed il secondo turno, disaggregando i dati su base provinciale.
I dati calcolati, pur non arrivando alla precisione di altre tecniche statistiche, permettono di offrire un dettaglio dei flussi di voto sufficientemente preciso e affidabile per trarre alcune conclusioni di profonda importanza politica.

In primo luogo emerge il dato squisitamente geografico: le cinque province migliori di Matteo Renzi sono nell'ordine Arezzo, Pistoia, Prato, Lucca e Firenze, quindi tutte province toscane. Un dato certamente atteso, che dimostra da un lato come il sindaco di Firenze ottenga - al di là del classico supporto di bandiera - un apprezzamento notevole da chi ha avuto modo di constatare direttamente il suo operato, ma dall'altro come Renzi si sia dimostrato incapace di conquistare in campagna elettorale gli elettori di centrosinistra delle altre regioni. Uno smacco mediatico che sicuramente dovrà far riflettere il sindaco di Firenze.
Bersani, d'altro canto, ottiene i propri migliori risultati in quattro province sarde e una calabra: nell'ordine Vibo Valentia, Ogliastra, Nuoro, Medio Campidano e Carbonia-Iglesias. L'ottimo risultato sardo di Bersani, che ricalca in buona parte quello delle primarie 2009, deriva indubbiamente dall'appoggio incondizionato del PD locale, dove nessun dirigente di peso si è speso per Renzi; non è tuttavia nemmeno da sottovalutare l'endorsement del sindaco cagliaritano Zedda, indubbiamente in grado di portare ampiamente acqua al mulino di Bersani.

Come già era emerso nel corso del primo turno, non è possibile identificare una correlazione diretta tra i risultati dell'uno e dell'altro candidato e l'affluenza alle urne: se infatti si considerano le province in cui il calo dell'affluenza tra primo e secondo turno è stato maggiore si trovano Barletta-Andria-Trani, Bari, Napoli, la circoscrizione estero e Brindisi: in tre casi su cinque si tratta di province pugliesi, e in un altro caso, Napoli, di una realtà dove comunque Vendola aveva ottenuto ottimi risultati. Il maggior apporto al calo dell'affluenza tra primo e secondo turno, quindi, è da identificare senza ombra di dubbio nei molti elettori vendoliani che nell'impossibilità di votare il proprio leader si sono rifugiati nell'astensione.
Al contrario, le province più fedeli tra primo e secondo turno si sono dimostrate Prato, Mantova, Arezzo, Reggio Emilia e Siena. È indubbiamente vero che tre su cinque sono toscane e quindi feudi renziani, ma è anche vero che tutte e cinque sono parte della cosiddetta "zona rossa" dell'Italia: la vera correlazione che si cela nella partecipazione al secondo turno, quindi, è da ricercarsi più nell'orientamento politico generale a livello geografico che alle zone di influenza dei due candidati. La partecipazione al secondo turno delle primarie è stata maggiore nelle aree tradizionalmente di sinistra, dove il senso di appartenenza e di militanza all'area politica sono vissuti anche e soprattutto come partecipazione.

Per comprendere tuttavia il reale peso dell'elettorato dei candidati esclusi al primo turno nelle operazioni di ballottaggio sono stati messi a confronto i risultati del secondo turno con la somma dei voti presi da Renzi e Bersani al primo: in cinque province su 111 (contando metaforicamente come provincia la circoscrizione estero) il numero di voti totali al ballottaggio non ha nemmeno raggiunto quello dei due candidati maggiori alla prima tornata: Caltanissetta, Enna, Crotone, Trapani e Ogliastra. Si tratta in generale di province del sud, e ben tre su cinque sono in Sicilia, e appaiono in massima parte come episodi di "stanchezza" e di peso verso le complesse regole imposte dall'apparato. Rilevante è tuttavia il caso dell'Ogliastra, dove Bersani ottiene un risultato altissimo in un clima di calo, pur minimo dei voti: in questa provincia, sostanzialmente, l'effetto combinato dell'astensione e dell'apporto dei candidati minori si è dimostrato nullo, e il voto del secondo turno si è dimostrato di fatto una replica - per Bersani e Renzi - dei risultati assoluti ottenuti al primo.
Per contro, le province dove il numero di voti al secondo turno è stato maggiore rispetto alla somma dei voti di Bersani e Renzi al primo turno sono state Bari, Lecce, Brindisi, Taranto e Treviso: in tutti i casi si tratta di province dove erano particolarmente forti dei candidati minori, nei quattro casi pugliesi Vendola e in quello Veneto la Puppato. L'analisi numerica del dato, quindi, consente di stimare circa nel 50% l'elettorato vendoliano - la fetta più rilevante tra quelle degli sconfitti al primo turno - che si è recato alle urne al ballottaggio secondo le indicazioni del presidente della Puglia.

Passando dall'analisi dei dati dell'affluenza a quelli più prettamente legati ai risultati, la prima analisi riguarda i risultati di Bersani su Bersani, ovvero gli scostamenti del voto al segretario PD tra primo e secondo turno. I dati peggiori Bersani li ottiene a Caltanissetta, Enna, Trapani, Ogliastra e Crotone (nei primi quattro casi non viene nemmeno raggiunto il livello di voto del primo turno). Si tratta di province caratterizzate da bassa affluenza ma anche da affermazioni di Bersani generalmente al di sopra della media nazionale: in generale, quindi, Bersani soffre in termini di voti assoluti dove l'affluenza scende e quindi non può godere dell'apporto del voto dell'elettorato dei candidati minori in supporto dei naturali moti verso l'astensione, ma in termini percentuali si conferma su altissimi livelli a causa sostanzialmente del voto d'apparato.
Il peso che l'endorsement di Laura Puppato e Nicola vendola si mostra in pieno osservando le province dove Bersani ha invece guadagnato di più rispetto al primo turno in termini di voti assoluti: Bari, Brindisi, Lecce, Treviso e Belluno, le prime tre feudi vendoliani, le uniche tre realtà dove al primo turno il presidente pugliese aveva superato Bersani, le altre due in terra veneta, dove la Puppato ha ottenuto le sue migliori prestazioni.

Scendendo nel dettaglio del peso del voto di Vendola, è interessante osservare i risultati di Bersani comparati sul numero di voti ottenuti da Bersani stesso e da Vendola al primo turno. La composizione del voto al primo turno è formata dal 75% circa per Bersani e 25% circa per Vendola. Al secondo turno, i voti per Bersani sono stati l'89% della somma dei suoi voti e di quelli di Vendola al primo turno. Una conferma che, al netto degli altri effetti come l'astensione e il voto proveniente da altri candidati, circa metà degli elettori di SEL sono confluiti su Bersani.
A livello geografico, Bersani ottiene i suoi risultati peggiori in questa scala proprio a Bari, Barletta-Andria-Trani, Brindisi, Taranto e all'estero. Escluso quest'ultimo caso poiché legato ad un calo robusto di affluenza a livello generale non riconducibile a questo o quel candidato, non devono stupire i risultati delle province pugliesi: da un lato perché il semplice numero di voti per Vendola era tale che sottrarne la metà comporta un grande calo a livello assoluto, poi perché in Puglia tanto Laura Puppato quanto Bruno Tabacci hanno ottenuto risultati troppo bassi per essere rilevanti, e infine perché proprio in Puglia si deve considerare una componente di voto campanilistico per Vendola che al secondo turno si è rifugiata nell'astensione.
Le province che invece mostrano i risultati migliori sono state Treviso, Vicenza, Belluno, Padova e Mantova: quasi tutte in Veneto, dove l'apporto di Laura Puppato ha abbondamente gonfiato di numeri di Bersani permettendogli di raggiungere e a volte superare la soglia del 100% in questa particolare rilevazione.

Spostando il focus a tutti i candidati esclusi dopo il primo turno, e confrontandolo con i risultati di Bersani, si può ottenere un'analisi generale di quanto gli appoggi dichiarati da Vendola, Puppato e Tabacci abbiano realmente aiutato Bersani. A livello nazionale i voti dei tre candidati sconfitti erano il 30% circa dei voti di Bersani. Al secondo turno Bersani ha ottenuto l'84% della somma dei voti presi al primo turno da sé stesso e dai tre candidati minori. Bilanciando il dato con l'astensionismo, emerge che poco meno di metà dei voti di Bruno Tabacci, Nicola Vendola e Laura Puppato sono confluiti su Bersani.
A livello geografico i dati peggiori ricalcano quelli dell'analisi precedente, dimostrando il peso di Vendola nella platea dei candidati minori.
Osservando invece le province dove Bersani va meglio in questa particolare rilevazione, emergono Reggio Emilia, Ravenna, Modena, Piacenza e Mantova. Province rosse, province caratterizzate da una forte componente di voto d'opinione ma dove di per sé nessuno dei candidati minori aveva ottenuto risultati eccezionali, ma anche province dove Renzi perde molti voti, evidenziando quindi un flusso forse inatteso di voti che si sono spostati da Renzi a Bersani.

Proprio l'analisi dei dati di Renzi tra primo e secondo turno consente di completare il quadro di queste avvincenti primarie.
Caltanissetta, Olbia-Tempio, Crotone, Agrigento e Palermo sono le province dove Matteo Renzi perde il maggior numero di voti tra primo e secondo turno. Con la sola eccezione di Caltanissetta, si tratta di aree dove Bersani guadagna voti al ballottaggio, per di più in un contesto di forte calo dei votanti tra primo e secondo turno. Senza livelli di dettaglio più approfonditi diventa complesso capire se vi sia stato anche in questo caso un flusso diretto di voti da Renzi a Bersani oppure se Bersani abbia pescato dai candidati minori mentre Renzi sia stato vittima dell'astensionismo: indubbiamente, sia che i voti di Renzi siano finiti a Bersani, sia che si siano dissolti nell'area del non-voto, la prestazione del sindaco di Firenze in queste zone - dove, è bene ricordarlo, nessuno dei candidati minori era su livelli particolarmente alti - è stata deludente.
Ribaltando il caso, Renzi riesce a incrementare in maniera anche sostanziosa i propri consensi a Matera, Brindisi, Bari, Benevento e Barletta-Andria-Trani; il forte successo di Vendola in queste province evidenzia come vi sia stata una parte di elettorato di Vendola, stimabile tra il 15% e il 20%, che ha scelto di sostenere il sindaco di Firenze malgrado la preferenza espressa dal presidente pugliese.

Come era quindi prevedibile, in un contesto di elettorato chiuso tra primo e secondo turno a fare la differenza sono stati gli endorsement a Bersani di Nichi Vendola e Laura Puppato, che hanno fornito serbatoi di voti importanti in Puglia e Veneto. Renzi ha saputo cogliere il supporto di una pur modesta parte di elettorato vendoliano, ma ha anche dimostrato una capacità inferiore di trattenere il proprio elettorato, tanto verso l'astensione quanto, sia pure in piccola parte, verso Bersani.
Indubbiamente le polemiche dell'ultima settimana non hanno giovato a Renzi, che probabilmente è stato visto in atteggiamenti troppo berlusconiani - la caciara sulle possibilità di voto al solo ballottaggio, il tentativo di ignorare le regole indicando ai sostenitori di recarsi alle urne anche senza avere i requisiti richiesti - per poter attirare nuovi gradimenti e strapparli a Bersani.
Paradossalmente, Renzi ha peccato proprio nella comunicazione, appiattendosi sulla figura del rottamatore (il cui effetto è cessato dopo che Veltroni e D'Alema hanno annunciato di non volersi più candidare) e di figura gradita al mondo di destra, autoproclamandosi quasi un corpo estraneo in una platea di simpatizzanti che, pur auspicando spesso il cambiamento, sono comunque per definizione estremamente legati alla loro identità e alla loro eredità storica.
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