martedì 31 luglio 2012

Friuli, la marcia verso le regionali

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Renzo Tondo (PdL) e Debora Serracchiani (PD)

Da qui alla primavera del 2013 si preannuncia una serie di elezioni particolarmente ricca ed importante in Italia, con una serie di appuntamenti dall'alto valore tanto operativo quanto simbolico.
Giungono infatti a naturale scadenza della legislatura, oltre al Parlamento che dovrà essere rinnovato con le elezioni politiche, anche tre delle cinque regioni autonome del Paese, ovvero Valle d'Aosta, Trentino-Alto Adige e Friuli-Venezia Giulia, oltre al Comune di Roma. A queste si deve aggiungere la Sicilia, che con le dimissioni del Presidente Raffaele Lombardo subirà l'ordalia delle elezioni anticipate.

Il rinnovo di così tante amministrazioni - alcune delle quali vere icone politiche al di là del peso effettivo in termini di PIL o di numero di abitanti - sicuramente muterà ancora una volta gli equilibri istituzionali e politici del Paese, fornendo una netta spinta o un serio ostacolo di legittimazione mediatica all'esecutivo che si insedierà dopo le prossime elezioni politiche.

Il rinnovo dell'amministrazione regionale del Friuli-Venezia Giulia è senza alcun dubbio uno degli appuntamenti più interessanti della prossima tornata elettorale, tanto per l'importanza della regione nelle dinamiche dell'annosa "questione settentrionale" quanto perché, dopo un lungo tira e molla, costituirà la prova del fuoco per una delle promesse della politica italiana, la PD Debora Serracchiani.

Il Friuli-Venezia Giulia è sempre stato una regione governata dalla DC nel corso della Prima Repubblica, per poi virare violentemente a destra nel passaggio alla Seconda: fu la prima regione italiana ad eleggere come Presidente un esponente della Lega Nord, e salvo la brevissima parentesi di Travanut nel 1994, il centrodestra governò ininterrottamente la regione fino al 2003, quando l'imprenditore Riccardo Illy, indipendente sostenuto dal centrosinistra, riuscì con un risultato storico a far cambiare bandiera alla regione.
Nel 2008, anche sfruttando il momento nazionale favorevole al centrodestra, la coalizione conservatrice ritornava al potere, chiudendo la breve parentesi di governo progressista nella regione.

Le elezioni del 2013, considerato l'attuale quadro politico, rischiano di segnare un nuovo ribaltone nella politica regionale, riportando al governo il centrosinistra; la relativa perdita di compattezza delle coalizioni tradizionali legata al tramonto di Silvio Berlusconi, unita al progressivo affermarsi del MoVimento 5 Stelle, rischia di rendere queste elezioni più incerte e combattute di quanto si potrebbe intendere ad un'analisi superficiale.

In area centrodestra appare scontata la ricandidatura di Tondo; il vero interrogativo, in questo campo, riguarda piuttosto i confini della coalizione che si schiererà a supporto del Presidente uscente. Nel corso delle elezioni amministrative 2012 la città friulana di Gorizia fu l'unico caso - tra i centri abitati di grosse dimensioni - in cui venne mantenuta in vita l'alleanza tra PdL e Lega; vi sono ad oggi buone probabilità che Tondo riesca a garantirsi l'appoggio dei due principali partiti di centrodestra, assieme ad una o più liste civiche.
Ben più complessa è invece la posizione dell'UdC: se a livello nazionale infatti il partito di Pierferdinando Casini ha sempre cercato di mostrarsi indipendente e distante dalle due coalizioni principali, a livello locale si è invece contraddistinto per una politica dei due forni piuttosto cinica, alleandosi di volta in volta con centrodestra e centrosinistra più in funzione delle possibilità di vittoria alle urne che di reali affinità programmatiche. Non è quindi dato sapere quali saranno le azioni dei centristi, ma secondo diversi rumors vi sono discrete probabilità di un appoggio al centrodestra di Tondo.

Spostando lo sguardo sul centrosinistra, gli interrogativi si spostano dal perimetro dell'alleanza alle candidature.
Fino a non molti giorni or sono le voci più accreditate vedevano uno scontro alle primarie tra Sergio Bolzonello, l'ex-sindaco di Pordenone e battitore libero dell'ala moderata del PD, e Furio Honsell, ex-rettore dell'Università di Udine e ora sindaco della città, noto anche per la sua partecipazione al programma Che tempo che fa come ospite fisso di Fabio Fazio.
A sparigliare le carte è giunta tuttavia l'europarlamentare Debora Serracchiani, considerata una delle promesse del PD e impegnata con Civati nel progetto di rinnovamento del partito e del Paese "Prossima Italia". Catapultata alla notorietà a seguito di una serie di domande scomode rivolte all'allora segretario democratico Franceschini, la Serracchiani ha sfruttato al meglio la propria posizione ottenendo risultati eccezionali alle elezioni europee 2009 (dove in regione superò il numero di preferenze dello stesso Berlusconi), che le valsero l'elezione a Strasburgo.
Debora Serracchiani ha quindi affermato di voler correre per il posto di Presidente della regione, rinunciando ad un posto in Parlamento e - perché no - nel Governo, e con le sue parole è riuscita in qualche modo a sedare gli animi nel PD, unendolo intorno alla sua candidatura. Sembra infatti piuttosto improbabile che altri esponenti democratici decidano di mettersi in gioco contro un candidato così favorito e in buon fine apprezzato dall'elettorato, per di più tenendo conto del fatto che il termine per la presentazione delle candidature scade il 9 agosto. Resta la possibilità di primarie di coalizione: SEL e IdV hanno in passato mostrato di sostenere la candidatura di Honsell, ma quest'ultimo aveva già dichiarato una linea di desistenza in caso di candidatura unitaria della Serracchiani.
Grazie alla mossa della giovane democratica, quindi, il centrosinistra potrebbe aver trovato con largo anticipo sull'appuntamento elettorale un discreto equilibrio a livello di candidature, che potrebbe fornire alla coalizione quella tranquillità necessaria per gestire una campagna elettorale che non vede, per una volta, i progressisti sconfitti in partenza.

A rendere completamente imprevedibili queste elezioni saranno le terze forze, tra cui naturalmente spicca il MoVimento 5 Stelle. Nel 2011, a Trieste, i grillini ottennero un risultato piuttosto lusinghiero, mostrando come l'estremo nord-est del Paese sia un terreno fertile per questa giovane formazione. Considerate le fonti di voto di questa formazione, sarà essenziale saper leggere la tenuta della Lega Nord e quanto la figura di Debora Serracchiani apparirà appetibile - inteso come alternativa ai vertici di partito - presso l'elettorato di centrosinistra per comprendere quanto il MoVimento 5 Stelle riuscirà ad essere competitivo nelle regionali 2013.

Pur se annegate in una miriade di appuntamenti elettorali forse più rilevanti dal punto di vista prettamente numerico, le elezioni regionali friulane conservano un innegabile fascino e costituiscono un valido indicatore tanto per il centrodestra, che dovrà sperimentare la propria tenuta in una regione-feudo, quanto per il centrosinistra, che vedrà finalmente messa alla prova un'esponente della cosiddetta "generazione dei rottamatori".

venerdì 27 luglio 2012

Capitan Harlock, la censura e Berlusconi

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Capitan Harlock

Una delle critiche più feroci rivolte al berlusconismo inteso come sistema di potere e propaganda della II Repubblica riguarda sicuramente l'utilizzo della televisione come strumento di controllo delle masse.
È in effetti innegabile, come evidenziano anche le serie storiche dei dati AGCom sul pluralismo televisivo, che Berlusconi sia riuscito a trasformare le tre reti Mediaset nel kernel della diffusione del proprio messaggio politico, condizionando in maniera anche pesante l'opinione pubblica pro o contro determinate posizioni.

Quasi per reazione dinanzi all'evidenza e alla portata di un simile fenomeno diventa quasi un obbligo guardare alla televisione del passato come ad una sorta di Eldorado, un luogo ed un momento mitizzato fatto di libertà e professionalità.
In realtà l'utilizzo politico di questo controverso mass media non è un'invenzione del berlusconismo, e uno degli esempi più evidenti di questo fenomeno si verificò alla fine degli anni '70 e all'inizio degli anni '80 con l'invasione, sugli schermi televisivi del Bel Paese, degli anime giapponesi.

I primi anime ad essere trasmessi in Italia, se si escludono alcuni lungometraggi, furono Barbapapà nel 1976, Vicky il Vichingo nel 1977, Heidi e Atlas UFO Robot nel 1978. A questi precursori seguirono oltre un centinaio di serie animate acquistate tanto dalla RAI quanto dalle televisioni commerciali negli anni a cavallo tra i '70 e gli '80, quando una crescente campagna contro i cartoni animati giapponesi provocò uno stop alle tramissioni di nuove serie fino alla seconda metà degli anni '90.
Un mondo nettamente diverso dall'attuale: un mondo dove non erano ancora stati approvati i decreti Berlusconi (Decreto Legge 694/1984, Decreto Legge 807/2984, Decreto Legge 223/1985) o la Legge 223/1990 (Legge Mammì), un mondo che usciva dalle contestazioni giovanili del 1977, dove lo Statuto dei Lavoratori era una novità, Mediaset non esisteva ancora come la conosciamo, imperversava il terrorismo di destra e di sinistra e la RAI, dopo la riforma del '75, era rigidamente spartita tra DC, PSI e PCI; un mondo, in sostanza, così diverso nella forma ma così simile nella sostanza a quello attuale.
La comprensione e la contestualizzazione degli scenari politici dell'epoca è fondamentale per cogliere appieno le cause e gli effetti di uno degli strumenti più vergognosi della televisione, la censura, applicato ad un medium che ben pochi legherebbero alla politica, ovvero gli anime. In effetti, buona parte delle operazioni di censura operate dalla televisione italiane sui cartoni animati sono state legate al sesso e alle scene di nudo, basti pensare ai casi di Kmagure Orange Road oppure Sailor Moon; in diversi casi, tuttavia, la matrice della censura fu espressamente di natura politica, e proprio tali casi possono offrire un'importante testimonianza storica dell'uso della televisione come strumento di controllo del pensiero in epoca pre-berlusconiana.
Dopo le prime serie animate giapponesi prettamente dedicate ad un pubblico pre-adolescenziale (kodomo), sostanzialmente innocue, i canali RAI ed in particolare RAI 2 iniziarono tuttavia a interessarsi a serie più adatte ad un pubblico più maturo; tra queste, apparvero ad esempio Lupin III e Capitan Harlock nel corso del 1979, serie considerate da subito molto problematiche perché i loro protagonisti erano uomini che vivevano ai borsi della legge, se non in aperta opposizione. In particolare fu la seconda di queste due serie a subire i tagli più pesanti, tagli che l'edizione integrale della Yamato consente di apprezzare appieno, in quanto non ridoppiati ma lasciati in lingua originale sottotitolata in italiano.




Nell'anno 2977, gli abitanti della Terra, unificati sotto un governo mondiale, trascorrevano i loro giorni nell'apatia. Solo pochi uomini avevano scelto la bandiera della libertà, e sfidando le nuove frontiere dell'avventura erano salpati verso l'immensità, diventando pirati dello spazio. Ma a due milioni di anni luce dalla Terra, un'immensa carovana di astronavi si sta muovendo alla ricerca di un nuovo spazio vitale per la razza mazoniana, che in un tempo ormai remoto discese sulla Terra, ed ora è pronta a rivendicare ciò che ritiene la propria seconda patria. E quando gli osservatori astronomici iniziano a saltare in aria uno dopo l'altro, il governo non trova di meglio che incolpare un outsider, un pirata, una leggenda: Capitan Harlock.

La semplice presentazione della versione DVD dell'opera lascia intendere appieno gli elementi con cui ci si troverà a che fare nella serie: un governo imbelle, un popolo sopito, un contestatore che lotta per la libertà ai margini della legge e dalla legge anzi ostacolato. Se il ladro Lupin III, pur essendo un criminale, è comunque inserito nel sistema sociale in cui vive, Capitan Harlock è invece un'accusa ed una critica sociale molto pesante contro l'inazione politica e lo smarrimento dei valori, una bandiera dell'impossibilità di abdicare ai propri principi nel nome della semplice convivenza sociale.

Per quanto i sostenitori della censura parlino della protezione degli individui da contenuti pericolosi, è evidente come - e la giustificazione esposta non lo nega - la censura in realtà nasca dal bisogno di prevenire nel popolo il sorgere di determinati pensieri, la presa di coscienza di determinate opinioni.
Agendo retroattivamente, analizzando la censura operata su questo anime, emerge un quadro desolante in cui la partitocrazia italiana al comando della RAI esprime tutta la propria sottile capacità di conservazione del potere attraverso l'epurazione di elementi anche solo lontanamente di critica. Osservando l'entità degli interventi censori, si può letteralmente parlare di una coda di paglia da parte dei politici italiani, evidentemente riconosciutici nell'imbelle classe dirigente che domina la Terra nell'anime.

La produzione RAI ebbe da ridire sull'opera a partire dalla sigla, in particolare per quanto riguarda il verso il suo teschio è una bandiera che vuol dire libertà, in quanto riteneva ricordasse la Xa MAS, la divisione dell'esercito della Repubblica di Salò che al comando di Borghese contrastò assieme ai tedeschi l'avanzata degli alleati sul suolo italiano, ed il cui stemma era proprio un teschio. La sigla andò in onda senza censura e senza modifiche, ma l'opera venne circondata da un'ingiustificata fama di filo-fascismo per diverso tempo.

Sin dall'introduzione del cartone si notano i primi tagli: la Terra di Harlock è un mondo in declino, una civiltà stanca e stemperata, preda di un governo corrotto e non interessato al bene pubblico e in cui la popolazione è tenuta in uno stato di serenità permanente grazie a trasmissioni televisive manipolate. Questa parte, anche se per diversi aspetti è stata riportata fedelmente nella versione italiana, ha subito diverse edulcorazioni; il taglio ha di per sé quasi dell'ironico, considerando che afferma l'esistenza di una manipolazione simile a quella descritta nel cartone...

la scena censurata forse più celebre si trova tuttavia nella 4° puntata dell'anime, e riguarda il momento in cui uno dei personaggi principali, Tadashi Dayo, in fuga da una città terrestre dopo aver visto il proprio padre ucciso dagli invasori alieni di turno, aver tentato di avvertire il governo della minaccia ed essersi ritrovato per questo arrestato e condannato, spara ad una bandiera del governo urlando "Tu non sei più la mia bandiera" prima di arruolarsi definitivamente nella compagine di Harlock. L'idea di rinnegare la propria patria per seguire un fuorilegge - non importa quali fossero gli ideali che muovevano tanto la patria quanto il fuorilegge - unita all'oltraggio della distruzione del simbolo patriottico della bandiera era evidentemente insopportabile per la RAI dell'epoca, e nella versione integrale del DVD si assiste quindi ad una lunga scena, oltre una decina di secondi, interamente in lingua giapponese.

Analogamente, le parole di Harlock allo stesso Dayo, "Combatti per ciò in cui credi e non per obbligo" sono state considerate non prudenti da divulgare in un Paese in cui era in corso una vera e propria guerra in corso con le Brigate Rosse, e in cui ancora diverso tempo dopo un Presidente della Repubblica, il DC Cossiga (all'epoca della messa in onda di Harlock Presidente del Consiglio), rifiutò di firmare una legge sull'obiezione di coscienza. Emerge quasi con tristezza in queste operazioni il tentativo dello Stato di estirpare sul nascere sentimenti antipatriottici considerata l'incapacità di garantire la fedeltà dei propri cittadini attraverso una buona politica.

In taluni casi è persino evidente la mano che guidò la censura: il corpo militare al servizio del governo terrestre che da la caccia ad Harlock non brilla certo per efficienza, e spesso è proprio a causa dei soldati che il Consigliere Kirita fallisce nei suoi tentativi di assicurare alla giustizia del pianeta il pirata. In un episodio i soldati sono tutti in licenza, in un altro invece si rifiutano di intervenire perché è l'ora del tè, e alle parole infuriate di Kirita viene risposto "Ma non possiamo andare contro lo statuto dei lavoratori". Nemmeno dieci anni prima il PSI e la triade sindacale (con il nullaosta del PCI) si erano battuti allo strenuo proprio per l'approvazione di una legge che portava il medesimo nome. Vederla sbeffeggiata in questo modo non era evidentemente accettabile, e così la frase si perse nell'edizione italiana.

Poco prima del già citato episodio della bandiera Dayo afferma che il Primo Ministro, interessato soltanto al golf e del tutto inadatto al suo ruolo di guida politica del pianeta, è un codardo; anche questa frase finì nella censura: in un periodo di forti contestazioni sociali evidentemente non era auspicabile lasciar passare un simile messaggio.

Nemmeno la temibilissima Raflesia, regina del pianeta Mazone e nemica dell'umanità, sfugge ai tagli della censura: una donna, sia pure regina, che reprime nel sangue le rivolte del popolo, evidentemente, è un tema troppo forte per la società del periodo.

Il fatto che la serie si rivolgesse ad un pubblico giovane ma comunque più maturo rispetto ad altri anime del periodo, un pubblico che era già sceso in piazza nel '77 o avrebbe potuto farlo di lì a pochi anni ha sicuramente contribuito a calcare la mano dei censori su un'opera dal forte contenuto di denuncia sociale.
Colpisce, in tutto questo, come la censura di matrice politica non avesse colore o partito, ma arrivasse indistintamente da destra, dal centro o da sinistra. La differenza tra conservatori e contestatori di quegli anni risulta quindi più sfumata di quanto le cronache l'abbiano consegnata poi alla storia: non già uno scontro tra difensori dello status quo e "rivoluzionari", ma al contrario una costellazione di gruppi di potere ciascuno dei quali desideroso di difendere i propri totem anche attraverso la manipolazione del pensiero via la censura televisiva.

Berlusconi, senza alcun dubbio, si pone ad un livello nettamente differente di utilizzo politico della televisione. L'analisi storica del mondo televisivo prima del suo avvento, tuttavia, consente di rispondere a chi vede in Berlusconi una semplice anomalia del sistema politico italiano, un fatto transitorio terminato il quale sarà possibile rientrare in uno stato di normalità.
Berlusconi altro non è che il l'ultimo e più visibile frutto di un fertile humus di supina e consapevole accettazione alla manipolazione dell'opinione pubblica, l'evoluzione spinta all'estremo di una cultura, tipicamente italiana, di creazione del consenso fine a sé stesso, di negazione dei problemi sociali, di lassismo politico.
Per sconfiggere tutto quello che la cronaca recente ha battezzato con il nome di berlusconismo non serve - soltanto - andare oltre Berlusconi; ben più importante è consentire a Capitan Harlock, paladino virtuale del libero pensiero, di vincere la sua battaglia contro la censura politica di qualsiasi colore.

martedì 24 luglio 2012

Referendum PD, Civati all'attacco

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Giuseppe Civati (PD)

Anche se è difficile offrire una quantificazione precisa, è indubbio che parte del riacutizzarsi della crisi finanziaria nel Paese sia dovuto alle incertezze del dopo-Monti e ad un generale scetticismo da parte dei mercati finanziari e degli stessi partner politici dell'Italia verso chiunque sarà destinato a sostituire l'attuale inquilino di Palazzo Chigi.

Se la notizia del ritorno in campo di Berlusconi alla guida del centrodestra non viene certo vista come un fattore positivo per l'outlook del nostro Paese da buona parte dei commentatori politici, è anche vero che la recente Assemblea Nazionale del Partito Democratico non ha certo offerto un'alternativa credibile per un governo in grado di traghettare l'Italia nella crisi più dura della sua storia.
L'evento, tenutosi il 14 luglio a Roma, è stato infatti offuscato da alcuni episodi piuttosto imbarazzanti su temi storicamente scottanti per il partito, come i matrimoni omosessuali, oppure strettamente correlati ai prossimi impegni elettorali, come la data delle future elezioni primarie o il limite dei mandati ai parlamentari.
L'evento ha in parte nascosto alcuni risultati comunque significativi raggiunti dall'Assemblea su svariati temi quali la necessità di formalizzare comunque delle unioni civili per gli omosessuali, oppure - anche se in forma forse volutamente vaga - l'utilizzo delle primarie per la scelta dei candidati al Parlamento alle prossime elezioni politiche.
Sugli ordini del giorno considerati più scomodi, tuttavia, si è arrivati ad un "non luogo a votare", adducendo a tecnicismi legati all'affinità tra gli odg e altri già votati in precedenza ma evidenziando in realtà tutti i limiti di una classe dirigente del PD incapace di dialogare con la propria base e completamente presa in un risiko di alleanze e preparazione al voto che sembra non tenere conto nemmeno più dell'umore dei militanti.

È infatti evidente che che un ordine del giorno sulle primarie ed uno sui matrimoni omosessuali, se votati e quindi vincolanti per determinare l'azione politica futura del PD, possono agevolare o bloccare interi percorsi politici; nella fattispecie, il vero oggetto del contendere è l'alleanza con l'UdC di Casini, una strada che molti nella dirigenza democratica vedono ormai come intrapresa (come dimostrano le parole di Fioroni al termine dell'Assemblea Nazionale) ma che rischia letteralmente di far deflagrare una base elettorale ancora saldamente di sinistra.

Ed è quindi nella piena consapevolezza degli impatti politico-elettorali di simili decisioni all'apparenza solo interne alla vita democratica di un partito che si deve collocare l'interessante azione promossa da Giuseppe "Pippo" Civati, consigliere regionale lombardo nelle fila del PD noto per la sua attività di blogger, per essere una delle figure più di spicco dei cosiddetti "rottamatori" (sebbene il suo tira e molla con l'altro grande rottamatore, Renzi, abbia generato qualche confusione sulla sua reale posizione) e l'anima ispiratrice di Prossima Italia, un think tank di solida matrice democratica volto tuttavia ad un forte rinnovamento del partito.
Proprio da Prossima Italia Civati lancia quella che potrebbe diventare la chiave di volta del futuro del PD e far fare al partito - ben più della strada intrapresa da Renzi - quel salto di qualità generazionale e mentale di cui sempre più spesso si sente il bisogno.

Rifacendosi infatti all'articolo 27 dello statuto del PD, Civati propone l'istituzione di cinque referendum interni al PD per vincolare la segreteria, se così vorranno gli elettori del partito, ad azioni e posizioni che persino l'Assemblea Nazionale non ha avuto il coraggio di affrontare.
Lo statuto del PD, in effetti, lascia ampio margine di azione a iniziative referendarie:
Articolo 27. (Referendum e altre forme di consultazione)
1. Un apposito Regolamento quadro, approvato dalla Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, disciplina lo svolgimento dei referendum interni e le altre forme di consultazione e di partecipazione alla formazione delle decisioni del Partito, comprese quelle che si svolgono attraverso il Sistema informativo per la partecipazione.
2. È indetto un referendum interno qualora ne facciano richiesta il Segretario nazionale, ovvero la Direzione nazionale con il voto favorevole della maggioranza assoluta dei suoi componenti, ovvero il trenta per cento dei componenti l'Assemblea nazionale, ovvero il cinque per cento degli iscritti al Partito Democratico.
3. La proposta di indizione del referendum deve indicare: la specifica formulazione del quesito; la natura consultiva ovvero deliberativa del referendum stesso; se la partecipazione è aperta a tutti gli elettori o soltanto agli iscritti.
4. Il referendum è indetto dal Presidente dell'Assemblea nazionale, previo parere favorevole di legittimità della Commissione nazionale di garanzia, sulla base di uno specifico Regolamento approvato dalla Direzione nazionale.
5. La proposta soggetta a referendum risulta approvata se ottiene la maggioranza dei voti validamente espressi.
6. Il referendum interno può essere indetto su qualsiasi tematica relativa alla politica ed all’organizzazione del Partito Democratico. Il referendum può avere carattere consultivo o deliberativo. Qualora il referendum abbia carattere deliberativo, la decisione assunta è irreversibile, e non è soggetta ad ulteriore referendum interno per almeno due anni.
7. Le norme dello Statuto, fatto salvo quanto previsto all’articolo 43, comma 3, non possono essere oggetto di referendum.

Civati sceglie di non proporre direttamente i cinque quesiti, peccando forse - e non sarebbe la prima volta - in carenza di leadership, ma propone al contrario che siano gli iscritti, attraverso Prossima Italia, a definire e rifinire quali saranno i quesiti referendari, limitandosi a indicare le aree di azione: fisco, diritti civili, ambiente, spesa pubblica e governo del Paese.

Contrariamente a molte simili iniziative persesi nel nulla, Civati mantiene la promessa e pubblica un vademecum sul funzionamento dei referendum interni al PD, ne delinea con chiarezza la tipologia - raccolta firme presso gli iscritti, votazione aperta a tutti i simpatizzanti, tipologia di voto vincolante per l'azione politica del partito - e, sulla base della partecipazione alla scelta delle domande, evidenzia già i temi che saranno toccati dal referendum:
Quali sono i quesiti?
Nei giorni scorsi abbiamo fatto alcune proposte e aperto una riflessione allargata sui temi che ci sembravano più importanti per la proposta politica del PD. Tra questi, i diritti civili e il matrimonio gay, la riduzione dell'Irpef attraverso un’imposta sui patrimoni, un quesito sui grandi temi ambientali del Paese, la riduzione della spesa militare, il reddito di cittadinanza, la corruzione e la riforma della politica, e infine un quesito di indirizzo politico, dedicato all'alleanza con l’UdC e altre forze già al Governo con il centrodestra negli ultimi vent’anni. Proprio in questo momento una serie di esperti nei vari temi sta valutando la fattibilità dei quesiti e lavorando a una loro formulazione ufficiale e ammissibile. Contiamo di pubblicarli il prima possibile.

Lo stesso Civati, in questa seconda uscita sul tema, dimostra di essere ben conscio della portata che un referendum tra gli iscritti può avere sulla futura vita del partito, quando parla espressamente di alleanze e di proposte politiche semplici, forse incomplete, ma certamente molto concrete.

Sicuramente, vista la popolarità tanto delle proposte quanto del mezzo di espressione, l'unico ostacolo alla riuscita di questo progetto rischia di essere una scarsa diffusione dell'iniziativa, che impedisca di raggiungere le firme necessarie alla presentazione dei referendum oppure che releghi l'operazione ad una semplice formalità interna alla vita del partito. Sembra infatti difficile che il PD, se messo alle strette, possa e voglia sopportare la pubblicità negativa di aver accantonato una simile espressione di democrazia.
Civati lo sa bene, ed il tam tam mediatico, soprattutto su internet, è già iniziato. Sarà sufficiente? La storia recente insegna che lo spaccato dell'elettorato reale del PD è ben lontano dalla sua componente più informatizzata: i risultati di Marino alle primarie del 2009, che da quanto si poteva apprezzare dal web pareva essere un candidato con potenzialità molto maggiori dei suoi risultati reali, ne sono un monito costante.
Eppure si tratta forse di una delle ultime occasioni per vincolare una classe dirigente alla volontà popolare, attraerso uno strumento che costituisce forse la massima espressione democratica. Un'occasione da non perdere, un'occasione da non sprecare.

venerdì 20 luglio 2012

E se la crescita non fosse la soluzione?

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Il pianeta Terra

L'aggravarsi della crisi economica internazionale, che vede l'Italia nella ben poco invidiabile posizione di Paese ad alto rischio, rischia ormai di distruggere la società europea così come la conosciamo, con le sue regole democratiche, con il suo welfare state, con tutte quelle conquiste che hanno reso il Vecchio Continente, seppur non più all'apice del pianeta dal punto di vista economico, politico e militare, un baluardo e un faro di civiltà per il mondo intero.

La crisi dei debiti sovrani sta mettendo in forte crisi la tenuta degli standard di diritti e servizi in molti Paesi Europei, né pare che - basta osservare Spagna e Italia - le politiche messe in atto per arginare lo sfacelo stiano dando buoni frutti.

Ad oggi, le principali istituzioni della UE paiono bloccate dalle divisioni tra le fazioni a favore del rigore e della crescita: gli esponenti della evidenziano come non sia possibile, per gli Stati virtuosi, finanziare ulteriormente i Paesi indebitati senza garanzia - via via più stringenti a seconda della gravità della crisi - di un rientro economico, tradotto in un controllo sulla politica monetaria dei Paesi più deboli; i fautori della seconda rimarcano l'impossibilità di arrivare a produrre ricchezza sotto il cappello di politiche restrittive e recessive, evidenziando come l'imposizione di politiche rigoriste svuoti completamente le potenzialità economiche di un Paese allo scopo di pagare i debiti contratti senza dagli più alcuna speranza di poter di nuovo in futuro camminare con le proprie gambe.

Entrambi gli approcci hanno naturalmente le proprie ragioni d'essere e le proprie modalità di applicazione, ma entrambi, pur nelle profonde diversità, partono da una necessità comune e si pongono all'interno del medesimo modello sociale, basato sulla crescita economica.
La strategia rigorista, prettamente darwiniana e che si potrebbe stigmatizzare in un approccio "di destra", fissa le proprie priorità nell'abbattimento delle spese - cercando di colpire quelle improduttive - e nella restrizione della platea dei diritti e dei servizi sociali allo scopo di onorare il debito contratto proprio per finanziare un livello di ricchezza evidentemente non supportato da fondamentali economici sufficienti. Il default di un Paese sancisce il fallimento della sua linea politica ed economica, e la sua trasformazione in protettorato - di fatto se non di nome - di Paesi maggiormente virtuosi.
La linea che vorrebbe mettere in primo piano la crescita, naturalmente, non pretende una riproposizione delle politiche economiche degli anni '80, di una crescita fittizia pagata solo con il debito pubblico, ma vorrebbe tuttavia un maggior respiro creditizio - basandosi su un concetto solidaristico tra nazioni forse un po' utopico - allo scopo di rilanciare la crescita economica.

Ambedue i modelli si possono tuttavia inserire all'interno dell'attuale corso macroeconomico, e si fondano entrambi su un assioma fondante, ovvero che sia possibile una crescita infinita in grado, con semplici politiche di redistribuzione, di garantire un elevato stile di vita all'intera umanità.
Si tratta forse del più antico retaggio ancora in essere di una visione del mondo positivista messa già in crisi in mille altre branche dello scibile, dalla fisica alla filosofia.
Certamente non era questa la visione sociale delle civiltà più antiche: dagli Egizi, ai Greci, ai Romani, tutte le popolazioni che hanno scritto la storia del mondo avevano modelli sociali largamente basati sulla schiavitù, ovvero sulla manodopera a costo zero.
L'ondata di ricchezza derivante dal progresso tecnologico e dalla Rivoluzione Industriale ha convinto il mondo della possibilità di una crescita infinita, mito che ancora oggi anima i cuori e le menti di chi ha in mano le leve del potere in Italia e in Europa.

Eppure due fenomeni, nel corso del XX secolo, hanno messo alle corde questa visione del mondo.
Il primo, naturalmente, è la globalizzazione. Il progressivo abbattimento delle dificoltà e dei costi dei trasporti ha progressivamente spostato la produzione di beni e servizi verso Paesi con costi di manodopera molto bassi: per quanto le distanze geografiche abbiano minimizzato la percezione del fenomeno, non si tratta di qualcosa di molto diverso dalla schiavitù degli antichi. Inoltre, questo fenomeno di delocalizzazione ha trasformato i Paesi più ricchi da produttori a consumatori di ricchezza, rendendo più fragili le loro economie e rendendo dipendenti dall'estero i loro modelli sociali. Questo fenomeno ha condotto ad un livellamento delle condizioni del lavoro verso le posizioni dei Paesi più poveri, svuotando i diritti e le conquiste sociali dei decenni precedenti.
Il secondo fenomeno consiste, in maniera spicciola, nella presa di coscienza ambientalista, e nella comprensione che il pianeta Terra è un sistema a risorse finite, almeno secondo la scala di vita umana. La semplicità di questa informazione non deve trarre in inganno: essa ha un effetto dirompente su qualsiasi modello economico attualmente in vigore, e disegna un nuovo rapporto tra i Paesi forti e deboli nella crisi mondiale.

In un mondo a risorse finite - non è infatti realistico inserire nel modello la corsa allo spazio, in quanto non in grado di apportare nuove risorse al sistema per ancora molti decenni - diventano infatti soltanto due i modi per aumentare la ricchezza disponibile pro capite: il primo, molto semplice, consiste nella diminuzione della popolazione, ovvero in una spartizione delle risorse per un minor numero di persone. Appartiene a questa categoria anche l'estromissione forzata dai diritti sociali e civili di fasce di popolazione.
Il secondo consiste nel progresso tecnologico e scientifico, in grado di rendere accessibili risorse che prima non lo erano, semplificare e abbattere i costi della produzione di beni e servizi, velocizzare le operazioni e mettere a disposizione nuovi processi di realizzazione più efficienti.
A queste due strade si aggiungerebbe l'arte e in generale la bellezza - capaci di influire sulla valutazione di un bene ben oltre il valore legato alla sua utilità - ma si tratta di un fenomeno soggettivo e difficilmente parametrizzabile in un modello schematico.
I Paesi europei si assomigliano in buona parte tanto in termini di politiche demografiche quanto in avanzamento tecnologico. Al tempo stesso, con l'eccezione della Gran Bretagna ed il suo Commonwealth, non vi sono Paesi che hanno relazioni commerciali con Stati extraeuropei fuori misura rispetto agli altri Paesi di confronto.

Se la differenza tra un Paese virtuoso ed uno in crisi, quindi, è una gestione più sapiente delle risorse, è altrettanto vero che tali risorse hanno visto un flusso in uscita dai Paesi meno accorti per entrare in quelli più capaci.
È dunque il concetto stesso di virtù che viene messo in discussione: non è vero che Paesi come la Germania hanno attuato una politica di crescita sana a livello assoluto; hanno al contrario saputo sfruttare le debolezze di altri Paesi per conquistare le loro quote di mercato e imporsi sui mercati internazionali. Non sarebbe corretto dire le politiche economiche dei PIIGS destabilizzano l'economia mondiale, perché a tali politiche ha fatto fronte l'atteggiamenti di altri Paesi che, per fare il proprio interesse, hanno acuito le differenze tra centro e periferia d'Europa fino ad un livello insostenibile.
Parlare di virtuosismo, ed è questo il grande cambio di paradigma, diventa errato e ipocrita; al contrario, è corretto parlare di opportunismo, egoismo nazionalista, e naturalmente - inutile negarlo - maggiore efficienza, maggior servizio all'interesse nazionale e maggiori capacità.

Ma l'applicazione di questo nuovo modello non offre solo un modo originale di guardare alla crisi economica; suggerisce anche spunti per l'impostazione e la realizzazione di un sistema economico differente, che dia la priorià alla conservazione delle risorse, all'efficienza, alla ricerca scientifica e soprattutto sveli la natura predatoria delle attuali relazioni economiche e le trasformi in un rapporto realmente collaborativo.
In questo frangente più che mai serve una classe politica forte, indipendente, lungimirante e cittadina del mondo, nel reale significato di questo termine; l'alternativa è il progressivo ritorno ad una società di stampo preindustriale, basata sulla manodopera a bassissimo costo, sulla versione moderna della schiavitù, su un tecnofeudalesimo finanziario dove pochissimi fortunati saranno depositari della stragrande maggioranza delle risorse mondiali.
Saprà la politica rispondere a questa cruciale chiamata?

mercoledì 18 luglio 2012

Dati AGCom giugno 2012

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Logo dell'AGCom

Che il mondo televisivo e dell'informazione assomigli sempre di più ad uno specchio in cui la politica si rimira senza avere più una reale corrispondenza nella vita di tutti i giorni è una sensazione ormai comune nella vita quotidiana, eppure anche i numeri dei dati AGCom iniziano a confermare questo sospetto, questa sensazione di scollamento tra società civile e politica che già pervade altri aspetti della vita dello Stato.

Leggendo infatti i dati AGCom di giugno 2012, pare difficile credere che negli ultimi anni il Paese abbia attraversato una crisi finanziaria ed economica di portata storica, un cambio di governo, che alcuni partiti si siano letteralmente sgretolati sotto il peso di inhieste giudiziarie e altri si siano ora affermando come astri nascenti della costellazione politica del Paese.
Osservando i dati presentati, in effetti, non si notano differenze sostanziali da quanto l'AGCom registrava durante il Governo Berlusconi IV, quando le parole crisi, Belsito o Grillo avevano ben altri significati rispetto agli attuali.
Il mese ha visto un totale di 278 ore circa di informazione politica, un valore che anche se è ben lontano dal record del mese precedente di 290 ore, è pur sempre piuttosto elevato.

Dati AGCom giugno 2012

Il primo dato rilevante nell'analisi dei valori riportati dall'AGCom è la correzione di una grave mancanza del mese precedente: appare infatti a pieno titolo il dato del MoVimento 5 Stelle, non più annegato nella voce generalista "altri". Questa informazione finalmente disponibile non solo consente di effettuare analisi maggiormente complete ed approfondire, ma anche a vedere sotto una luce più corretta i dati - effettivamente sensazionali - attribuiti al MoVimento 5 Stelle il mese precedente.
Come emerge infatti dai dati, la formazione grillina costituisce una percentuale piuttosto piccola rispetto alla voce "altri", indicativamente un quinto. Aver attribuito nel corso del mese di maggio la quasi totalità del tempo di questa categoria al M5S si rivela quindi essere un conteggio errato, assieme alle conclusioni ad esso associate: Grillo e la sua formazione restano di fatto ai margini della scena telegiornalistica nazionale.

Tra gli altri dati salienti del mese spicca il balzo in avanti del PdL, che agitato dai primi rumor di un ritorno in campo di Silvio Berlusconi, schizza in tempo televisivo ben più di quanto faccia nei sondaggi. A livello generale si assiste ad una sorta di scrematura del tempo televisivo, che torna ad accentrarsi nelle mani dei pochi grandi azionisti a discapito delle formazioni minori: con la sola eccezione del Governo, in lievissimo calo, tutte le formazioni principali sono in netta ascesa; oltre al già citato PdL risultano infatti in aumento il PD, il Presidente della Repubblica ed il Presidente del Consiglio.

Dati AGCom giugno 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

L'analisi dei dati relativi alla suddivisione per istituzioni, maggioranza e opposizione disegna in realtà un andamento piuttosto simile al mese precedente, ed evidenzia un trend di ritorno alla "normalità" dopo l'esplosione dello scandalo leghista. Come evidenzia la tabella con l'andamento storico del 2012, infatti, si assiste ad una quota costante di tempo televisivo in mano alle istituzioni di alcuni punti al di sopra della maggioranza assolulta, mentre l'opposizione continua a perdere punti a favore della maggioranza dopo l'esplosione del caso Belsito e il relativo spostamento dell'equilibrio.

All'interno delle voci istituzionali non si incontrano variazioni degne di nota, mentre tra le forze politiche si assiste, come già evidenziato dai dati grezzi, ad una sorta di raccoglimento del tempo televisivo intorno agli schieramenti maggiori (PD, PdL e in misura nettamente inferiore UdC) mentre le altre forze, in particolare quelle extraparlamentari, appaiono in qualche modo relegate ai margini della scena politica.

Guardando i dati suddivisi per telegiornale si evidenzia come siano state SkyTG24 e Rainews24 a fornire maggior spazio alle forze di governo, con percentuali intorno al 60%, mentre le forze di maggioranza hanno trovato sponta principalmente su MTVFlash e TG3; l'opposizione, infine, ha ottenuto il suo massimo su MTVFlash e TGLa7. Proprio questo dato riveste particolare importanza: lo scorporo del dato del MoVimento 5 Stelle e l'inserimento di tale voce all'interno delle forze di opposizione ha evidenziato come le due reti Telecom abbiano dato spazio in abbondanza alla formazione grillina (assieme al TG4).

Dati AGCom giugno 2012 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2012 aggregati per
area politico-culturale

Passando invece all'analisi per area politico-culturale, si nota come, malgrado tutto, l'egemonia mediatica della destra italiana continui di fatto a sopravvivere. Si assiste infatti ad un progressivo travaso del tempo dedicato alla Lega verso il PdL, condito da un incremento del 3% circa: valori certo lontani da quelli dell'era Berlusconi ma comunque maggioritari, se si pensa che l'ala sinistra dello scacchiere si ferma al 33%, il centro appena al 7% ed il resto (circa il 16%), si posiziona sotto la voce "altro".

Sono i partiti maggiori, PD e PdL, a fare sicuramente la voce del leone in questo particolare conteggio; l'UdC appare in crescita ma su una base di valori piuttosto bassa mentre tutte le altre formazioni soffrono l'egemonia dei partiti maggiori. Persino il MoVimento 5 Stelle, scorporato dalla voce residuale cui era relegato nei mesi scorsi, si rivela piuttosto basso come valori, falsificando le voci di una conquista mediatica della TV da parte della formazione grillina.

A livello di telegiornali, i più schierati con il centrodestra sono Studio Aperto e TG5, mentre quelli più rivolti al centrosinistra sono Rainews (unica rete in cui il centrosinistra è prima forza mediatica) e RepTV30. Il centro moderato trova spazi principalmente su TG2 e TG1, mentre ancora ancorati allo scandalo leghista appaiono essere principalmente TGLa7 e Rainews24.

Dati AGCom 2012 aggregati per mese

Sebbene il quadro dei dati sia di fatto un'evoluzione plausibile rispetto a quanto delineato il mese precedente, si nota l'assenza di quel fenomeno di rottura che i molti eventi politici dell'ultimo anno lasciavano intendere come inevitabile: malgrado l'avvicendamento al governo del Paese, lo scandalo leghista, le elezioni amministrative ed il mutato quadro politico, la crisi internazionale e la comparsa sulla scena del MoVimento 5 Stelle i cambiamenti sostanziali e permanenti nella comunicazione televisiva italiana paiono del tutto minimali.
Ciò naturalmente non fa che avallare la visione di un mondo dei media completamente slegato dalla realtà, in cui si celebrano rituali e propagande di una politica che non rispecchia più il Paese che è chiamata a governare.

Sarà interessante osservare già dal mese di luglio - per quanto riguarda le reti RAI - in che modo l'avvicendamento al Consiglio di Amministrazione potrà influire su questo fenomeno. Si tratta in effetti del primo atto del Governo Monti in tema di governance della televisione pubblica, il primo in grado di produrre effetti sulle decisioni aziendali: basterà a scuotere la televisione italiana dal suo colpevole torpore?

sabato 14 luglio 2012

Disservizio pubblico

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Logo di Trenitalia

Ore 9:25 del 14 luglio 2012: il treno regionale 2855 Voghera-Rimini esce dai binari all'altezza di Lavino di Mezzo, comune del bolognese situato tra Anzola dell'Emilia ed il capoluogo regionale.
Fortunatamente l'incidente non ha causato vittime, solo una trentina di feriti, ma è stato l'epicentro di una serie di ritardi e disservizi che si sono propagati a onde concentriche tanto geograficamente che temporalmente, scatenando una vera e propria giornata di passione per i viaggiatori della tratta che segue la Via Emilia e da lì prosegue verso Lombardia e Piemonte - e viceversa.

Questa è una di quelle storie.

Malgrado siano passate diverse ore dall'incidente, alle ore 15 il tabellone dei treni alla Stazione Centrale di Bologna evidenzia ancora pesanti ritardi sui treni che attraversano la tratta Castelfranco Emilia - Bologna, a volte anche superiori ai 60 minuti.
La speranza che il treno regionale 2132 Ancona-Piacenza sfugga a questo destino è destinata a restare vanificata: sebbene infatti il mezzo sia arrivato in orario a Bologna Centrale e le porte si siano chiuse all'orario prestabilito, subito una voce dagli altoparlanti gela i passeggeri: "Il treno partirà con 10 minuti di ritardo a causa del ritardo accumulato da altri mezzi."
Il messaggio non è molto chiaro, non si capisce se si deve attendere una coincidenza oppure se semplicemente bisogna dare strada a treni con maggiore diritto di precedenza; in ogni caso alla fine i minuti di ritardo saranno 25, un numero che salvo variazioni minimali si manterrà costante per l'intero, surreale, viaggio.

Al momento della partenza, improvvisamente, l'aria condizionata si spegne di colpo in alcuni vagoni; le lamiere, sotto il sole implacabile di Minosse, diventano fornaci, aumentando il disagio dei passeggeri.
Il treno procede a velocità - giustamente - ridotta fino al superamento del mezzo deragliato in mattinata, ancora nel bel mezzo dei binari ad oltre 6 ore dall'incidente, per poi procedere a pieno regime lungo la tratta: Castelfranco Emilia, Modena, Reggio Emilia, Parma, Fidenza, Fiorenzuola, e infine Piacenza.

L'asse Bologna-Piacenza è vitale per gli spostamenti tra Emilia Romagna e Piemonte, in particolare per le zone dell'alessandrino, dell'astigiano e del cuneese che non possono usufruire dell'Alta Velocità. Alcuni collegamenti tra Torino e Ancona sono diretti, altri prevedono appunto un cambio a Piacenza: il treno 2132 ricade proprio in questa seconda categoria: secondo l'orario delle Ferrovie dello Stato deve arrivare a Piacenza alle ore 17:02, mentre alle 17:17 parte il treno 2066 alla volta del capoluogo piemontese.

In questo sfortunato 14 luglio, il treno 2132 arrivava a Piacenza alle ore 17:23. Alcuni agenti delle forze dell'ordine, unitamente ai controllori, si informano su chi debba proseguire alla volta del Piemonte, allo scopo di bloccare la partenza del 2066 di quei minuti necessari ad attendere l'arrivo del 2132 e permettere il passaggio dei viaggiatori da un mezzo all'altro. "Chi prosegue per Torino troverà la coincidenza sul binario 1," è la comunicazione che i controllori spargono nei vagoni.

All'arrivo a Piacenza, tuttavia, il primo binario è vuoto, il treno già partito.
Una cinquantina di persone accaldate ed esauste si scaglia contro la biglietteria, anche con toni veementi, ma si ritrova dinanzi il classico muro di gomma: "non possiamo farci niente, non sono decisioni che prendiamo noi, attendete il prossimo treno." Già, due ore di attesa.
Ma le città toccate dal treno non sono le sole che devono essere raggiunte dai viaggiatori: c'è chi ad Alessandria o ad Asti deve prendere coincidenze per raggiungere i paesini della provincia, chi una volta a Torino deve proseguire perla Val di Susa, il Canavese o altre mete. Coincidenze saltate, e spesso il treno successivo non offre le medesime possibilità.

C'è chi chiede autobus sostitutivi, chi un treno speciale, chi, impossibilitato a raggiungere la meta, vorrebbe almeno il pernottamento a Piacenza. Tutte le richieste vengono rudemente declinate dietro il mantra delle responsabilità altrui; dell'azienda, dei dirigenti. Ma dei dirigenti nemmeno l'ombra.
Sono i tutori dell'ordine a rompere il piccolo assedio alla biglietteria di Piacenza: mentre uno riporta la calma tra i passeggeri furiori, il secondo si mette in contatto con Bologna per cercare di comprendere quale sia stato il disguido che non ha fatto sì che il 2066 attendesse il 2132.
Dopo un'ora di attesa, l'amara e surreale spiegazione: poiché i due treni fanno capo ad aziende diverse, rispettivamente del Piemonte e dell'Emilia Romagna, un "banale" errore di comunicazione ha fatto sì che Piacenza non ricevesse da Bologna l'ordine di far attendere il treno 2066.

Errore di Trenitalia, soluzione a carico di Trenitalia, direbbe la logica: e invece no. Approntare un treno speciale? Impossibile. Un bus sostitutivo? Ci vorrebbe troppo tempo, almeno quanto attendere il successivo treno per Torino. Pernottamenti per chi non potrà raggiungere la propria destinazione? I dirigenti che dovrebbero fornire le autorizzazioni misteriosamente diventano introvabili. Almeno dei taxi che conducano dalle stazioni di sosta del treno successivo ai paesi di destinazione i passeggeri? Anche qui servono autorizzazioni da parte dei dirigenti, anche qui chi deve fornire le autorizzazioni non si fa trovare. Rimborsi del biglietto? Nemmeno a parlarne.
Persino gli agenti, che si sono spesi con impegno a sostegno dei viaggiatori, escono sconfitti e frustrati dal confronto con la macchina amministrativa ostile e molliccia di Trenitalia, dove il gioco dello scaricabarile diventa evidenza palese della volontà di non pagare per le proprie mancanze ed i propri errori.

Il sistema ferroviario ha commesso due disservizi: il primo è stato nei ritardi prolungati a tutta la giornata seguiti all'incidente del treno 2855, ed il secondo è stato legato alle mancate comunicazioni che hanno fatto sì che il treno 2066 partisse senza attendere il treno 2132. Se il primo evento è stato dettato da cause impreviste, il secondo è piena responsabilità dell'azienda. Azienda che invece che pagare per i propri errori, oppone il più classico dei muri di gomma.

E così... e così si attende il treno successivo, si chiamano in preda al panico amici e parenti per organizzare missioni di recupero alle stazioni più vicine tra quelle toccate dal treno, mentre Trenitalia, chiusa nella sua vergognosa incomunicabilità, ride sotto i baffi per i soldi risparmiati in termini di rimborsi, spese di approntamento di mezzi supplementari e pernottamenti.

Forse Trenitalia avrà vinto questa battaglia contro questa sparuta cinquantina di viaggiatori ormai vinti e rassegnati, una battaglia giocata su poche migliaia di euro; ma di certo l'Italia sta perdendo la guerra, la guerra che ha come posta in palio i diritti, i buoni servizi e in ultima analisi quella che chiamiamo comunemente civiltà.

venerdì 13 luglio 2012

Il ritorno in campo

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Silvio Berlusconi (PdL)

La notizia con ogni probabilità destinata a sconvolgere gli equilibri della politica italiana nell'imediato futuro - se confermata - è senza alcun dubbio la decisione di ricandidarsi presa dall'ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi.
Coloro che ritenevano, nel bene o nel male, ormai conclusa l'epoca del berlusconismo devono ancora una volta ricredersi dinanzi alle scelte di un uomo che ancora una volta si getta in prima persona nell'agone politico, andando ad affrontare forse la sfida politica più difficile della sua vita, ancora più complessa di quella - persa per un soffio - del 2006.

Sono infatti molti gli ostacoli che si frappongono tra Berlusconi e un ulteriore, quasi surreale considerato l'andamento politico degli ultimi mesi, mandato da premier.

Il primo punto, cruciale, riguarda naturalmente le alleanze. Con l'attuale legge elettorale, e anche considerando le principali proposte di modifica che i partiti stanno tentando di introdurre in vista delle elezioni del 2013, è infatti pressoché impossibile per un singolo partito ottenere la maggioranza necessaria per governare; questo è vero soprattutto in una situazione in via di disgregazione come quella attuale, in cui le alleanze che avevano caratterizzato le passate legislature paiono vacillare ed è in via di affermazione un nuovo polo, il MoVimento 5 Stelle, in grado di competere con le coalizioni storiche.
Per il PdL, quindi, diventa un obbligo individuare partner di peso, e su questo tema il ritorno in campo di Berlusconi rischia di trasformarsi in un handicap per la principale formazione di centrodestra. La Lega Nord non è più quella di Bossi, il cui legame personale con il Cavaliere rendeva piuttosto agevole la definizione di un'alleanza, ma è giunta nelle mani di Maroni dopo una tempesta giudiziaria che ha letteralmente spazzato via il partito tanto dalle amministrazioni locali del nord quanto dalle menti e dai cuori di parecchi militanti. Un abbraccio con Berlusoni, immediatamente associabile al vecchio corso leghista, rischierebbe di essere fatale per la formazione padana.
Al tempo stesso la figura di Berlusconi costituisce un ostacolo pressoché insormontabile nella costruzione di un'alleanza al centro. Casini e Fini, rispettivamente nel 2008 e nel 2010, hanno abbandonato Berlusconi non tanto per l'offerta politica dell'ex-premier quanto per le divergenze sorte a fronte di opposte visioni sulla struttura del centrodestra italiano; proprio per queste ragioni sarebbe poco credibile pensare ad un ritorno alla conformazione della Casa della Libertà 2001.

Inoltre il ritorno in campo di Berlusconi avrebbe l'effetto di compattare un fronte di centrosinistra oggi in effetti piuttosto litigioso: la coalizione classica tra PD e SEL-IdV appare piuttosto in crisi dopo le aperture centriste del PD, ma indubbiamente l'antiberlusconismo sarebbe un collante formidabile, in grado di fermare qualsiasi moto di dispersione attualmente in atto nel fronte progressista.

Nonostante questo, tuttavia, i maggiori ostacoli per un nuovo successo di Silvio Berlusconi paiono risiedere soprattutto nell'impatto della sua ricandidatura sull'elettorato.
Il Cavaliere, senza alcun dubbio, è un grande trascinatore di folle, ed il semplice rumor di un suo ritorno alla politica attiva ha avuto impatti positivi su un PdL altrimenti in caduta libera, arrestandone la discesa e riuscendo, secondo alcune case sondaggistiche, persino ad invertirne la tendenza negativa.
D'altro canto, il PdL è ad oggi su livelli talmente bassi che il rapido recupero a cui si è assistito può essere considerato in massima parte come un ritorno al PdL da parte dei fedelissimi del Cavaliere inteso come persona, i meno contenti del passaggio del testimone ad Alfano. Un recupero fino a livelli sufficienti per ottenere la vittoria alle prossime elezioni politiche, tuttavia, appare un compito decisamente più gravoso e copmlesso, ma non impossibile per un abile comunicatore come è Berlusconi.

La diarchia - ed in certi casi l'ambiguità di ruoli - tra Berlusconi ed Alfano si è rivelata un macigno sulla via della legittimazione e conseguentemente sulla credibilità del nuovo segretario del PdL; il medesimo rapporto, tuttavia, può al contrario giovare al Cavaliere e alla sua campagna elettorale; a seconda dei risultati ottenuti dal Governo Monti e soprattutto dalla sua popolarità presso l'elettorato di destra, Berlusconi è libero di spaziare a proprio piacimento sulla propria posizione nei confronti dell'esecutivo.
Mentre, ad esempio, politici come Bersani e Casini vivranno in prima persona in campagna elettorale il loro appoggio al governo, nel bene o nel male, Berlusconi è libero di associare alla figura di Monti il nome di Alfano, liberandosi individualmente dei legami con il Governo attualmente in carica e acquisendo indubbiamente un vantaggio in termini di libertà di azione nei confronti dei principali concorrenti sulla strada di Palazzo Chigi.

Resta, naturalmente, il pesante interrogativo sul giudizio dell'elettorato sull'esperienza di governo di centrodestra conclusasi bruscamente a novembre 2011: un'esperienza oggettivamente non positiva, caratterizzata dalla tentata approvazione di troppe leggi ad personam mentre i fondamentali del Paese si deterioravano; la sfida forse più complessa per Berlusconi sarà riuscire a distogliere l'attenzione dal rapporto causa-effetto che lega la sua passata esperienza di governo all'attuale situazione del Paese, slegare il legame temporale tra l'inerzia dei suoi anni di governo ed i sacrifici imposti da Monti, e far apparire al contrario la propria esperienza di governo come una sorta di età dell'oro in raffronto alla difficile situazione attuale.

Il principale ostacolo alla rielezione di Berlusconi, in assenza di avversari forti e carismatici in possesso di programmi elettorali altrettanto credibili e condivisibili, pare essere quindi Silvio Berlusconi stesso. Riuscirà il Cavaliere a spuntarla, una volta tanto, contro sé stesso?

venerdì 6 luglio 2012

Chi tocca la RAI muore

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Sede della RAI

Che la televisione pubblica, al pari della giustizia, fosse un tema scottante per l'ex-Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, era cosa nota. Che la disputa sulle nomine del consiglio di amministrazione RAI fosse uno dei temi in grado di ricompattare la vecchia maggioranza PdL-Lega, malgrado gli annunci di Maroni di voler ritirare la Lega da Roma, era un tema dato per assodato. Che si arrivasse ad uno scontro istituzionale tra la seconda e la terza carica della Repubblica Italiana, tuttavia, è stato risvolto inaspettato della vicenda, e sicuramente un tema che non farà che gettare ulteriore discredito su una classe politica ormai ampiamente bocciata dalla popolazione del Paese.

La composizione del cda è stata gestita, in maniera in qualche modo surreale, esattamente come tutte le altre elezioni in tal senso; come se le rivendicazioni di trasparenza arrivate dalla società civile non fossero mai giunte; come se nel Paese non imperversasse un'ondata di antipolitica senza precedenti; come se, insomma, tutto filasse liscio nella tormentata società italiana.

La spartizione dei seggi è stata effettuata secondo meticolosa osservanza del Manuale Cencelli: quattro seggi tra PdL e Lega Nord, due tra PD e IdV, uno all'UdC.
E così è stato.

Se però si entra nel merito dell'elezione, si scopre come le varie forze politiche, complessivamente incapaci di scardinare metodi e rituali ormai autoreferenziali e privi di valore, hanno però affrontato la delicatissima "questione RAI" in maniera molto diversa tra loro, e proprio in frangenti di questo tipo è possibile cogliere il carattere ed il tratto distintivo dei partiti, quel carattere e quel tratto che inevitabilmente li contraddistinguerebbe anche in un'eventuale azione di governo dopo le sempre più vicine elezioni politiche.

Composizione della
Commissione di Vigilanza RAI

La composizione della commissione, il cui elenco è reperibile a questo link, è solo apparentemente in pareggio tra centrodestra e resto del parlamento: poiché il presidente è di centrosinistra e per prassi questo non vota, il centrodestra berlusconiano si ritrova a controllare la commissione, e ha ampiamente sfruttato tale controllo per condizionare l'andamento e l'esito delle elezioni del cda RAI.

L'elezione dei membri del cda, infatti, è avvenuta solo il 5 luglio alla quinta votazione, dopo che i precedenti tentativi del 26 giugno, 3 luglio (due votazioni) e 4 luglio si erano risolti con un nulla di fatto.

La prima votazione si è conclusa con un nulla di fatto a causa della mancanza del numero legale, causata dall'assenza di tutto il centrodestra e di alcuni esponenti del centrosinistra; spicca, in questa votazione, la posizione del radicale Beltrandi, già in passato agli onori dela cronaca per le sue posizioni favorevoli al centrodestra, che pur presente in commissione ha rifiutato di partecipare alla votazione in quanto ancora una volta non si è dato corso a iniziative procedurali realmente innovative sul piano della trasparenza volte a superare la logica della lottizzazione partitica.

La seconda e la terza votazione sono quelle che hanno fatto scattare un vero e proprio campanello d'allarme nel centrodestra, che ha visto la propria egemonia in commissione pericolosamente vacillante.
Nel corso della seconda votazione, infatti, vi sono stati ben due colpi di scena. Il primo è stato il raggiungimento di 5 voti da parte della candidata del Terzo Polo Nardelli, laddove il candidato del centrodestra Pilati si arrestava a quattro. Clamorosamente, il centrodestra riusciva a portare alla soglie dell'elezione solo tre candidati contro i quattro previsti, rischiando quindi di perdere la maggioranza al cda. Il secondo colpo di scena è consistito invece in un voto a Verri, laddove il candidato del centrodestra si chiamava Verro. La situazione quindi vedeva cinque voti ciascuno per Luisa Todini (cdx), Flavia Nardelli (tp), Benedetta Tobagi (csx), Rodolfo De Laurentiis (tp), Guglielmo Rositani (cdx) e Gherardo Colombo (csx), quattro voti ciascuno per Antonio Verro (cdx) e Antonio Pilati (cdx), mentre un voto risultava attribuito a Verri.
Poiché i membri del cda RAI, da regolamento, devono essere eletti tutti assieme e si era verificato un pareggio tra due candidati del centrodestra a pari merito a quattro voti, la votazione, come richiesto dal centrodestra, sarebbe stata da annullare. Con il senno di poi, diventa semplice vedere nel voto a Verri un diretto tentativo di invalidare la votazione, forse perché un risultato sfavorevole al centrodestra era nell'aria.
Falliti infatti i tentativi del centrosinistra di attribuire a Verro il voto assegnato a Verri, il presidente della commissione Zavoli chiamava una nuova votazione, conclusasi con il seguente risultato: cinque voti per Luisa Todini (cdx), Benedetta Tobagi (csx), Rodolfo De Laurentiis (tp), Guglielmo Rositani (cdx), Antonio Verro (cdx) e Gherardo Colombo (csx); quattro voti per Flavia Nardelli (tp) e Antonio Pilati (cdx) e una scheda bianca. Votazione ancora una volta senza esito.
Esplodeva a questo punto la paura nel centrodestra, evidentemente alle prese con un dissidente. Poiché, tuttavia, nel corso della terza votazione questo ribelle aveva votato in bianco e non aveva dato preferenza alla Nardelli, era chiaro che restavano margini di trattativa.

Si giungeva così al 4 luglio e alla quarta votazione, risoltasi con un nulla di fatto ancora una volta per mancanza del numero legale. Sono rapidamente montate le polemiche intorno al radicale Beltrandi, che per la seconda volta non si è presentato alla votazione ma che, in questo caso, è risultato determinante nel mancato raggiungimento del numero legale: sono stati infatti venti i partecipanti alla votazione contro i ventuno richiesti.
Montava tuttavia nel frattempo il "caso Amato": il PdL era infatti riuscito a individuare in Paolo Amato il dissidente delle votazioni del 3 luglio, e con una mossa senza precedenti operava per rimuoverlo dalla Commissione di Vigilanza del Parlamento.

Il 12 giugno 2012, infatti, il senatore Viespoli di CN scriveva al Presidente del Senato Schifani e a quello della Camera Fini sottolineando come, per il principio del pluralismo, anche il gruppo CN dovesse avere un rappresentante in Commissione di Vigilanza RAI; per ragioni di quote, tale rappresentante sarebbe dovuto entrare in sostituzione di un membro del PdL. La lettera è rimasta ignorata per circa un mese, ma improvvisamente, il tre di luglio, il Presidente del Senato Schifani contattava il capogruppo PdL Gasparri per invitarlo a segnalare il nome del senatore PdL che avrebbe lasciato la Commissione di Vigilanza. Viene fatto il nome di Amato, che lascia quindi la Commissione per essere sostituito dallo stesso Viespoli.

Nel corso dell'ultima votazione, del 5 luglio, si arrivava quindi all'elezione del cda, un'elezione a questo punto senza alcuna conseguenza nefasta per il PdL, che vedeva in salvo la propria maggioranza nel cda RAI.

È naturalmente montata la polemica intorno alla decisione di Schifani di procedere alla sostituzione di Amato, polemica alimentata dal Presidente della Camera Gianfranco Fini e che ha portato ad uno scontro istituzionale tra le due cariche dello Stato.
Se da un lato è vero che era stato lo stesso Fini a sollecitare una sostituzione urgente di Amato, è innegabile che la tempistica dell'operazione, per quanto ampiamente nei poteri del Presidente del Senato, suoni quantomeno sospetta, ed evidenzia le vaste differenze tra centrodestra e centrosinistra in tema di RAI.

Da un lato infatti l'Italia dei Valori ha deciso di non presentare propri candidati per sfuggire alla logica spartitoria del cda RAI, mentre il Partito Democratico ha deciso di consultare associazioni della società civile e sostenere i nominativi da esse scelti. Si può ragionare sull'opportunità e sull'etica delle due scelte effettuate dai due partiti dell'ala progressista, ma non sfugge la differenza che in entrambi i casi divide simili atteggiamenti da quello del duo PdL-Lega.
Oltre ad aver proposto e sostenuto nomi frutto di mera scelta politica, infatti, il PdL ha persino fatto chiamare in causa una carica in teoria super partes per blindare un risultato che rischiava di essere in bilico fino all'ultimo.

Un atteggiamento che sicuramente non giova all'immagine del partito in un periodo di massima attenzione al tema della trasparenza, ma ciò che fa veramente riflettere è la decisione e la rapidità con cui la formazione ha messo in campo la propria strategia, incurante delle conseguenze a livello di immagine.
Quando i temi toccati sono così scottanti per le vicende personali e aziendali del Cavaliere il PdL rivela ancora una volta il ferreo controllo che Berlusconi possiede ancora sul suo partito, calando la maschera moderata che il segretariato di Alfano ed il sostegno al Governo Monti tentano di mettergli. Berlusconi è ancora il dominus del PdL, il quale è a sua volta pronto a votare o bloccare qualsiasi provvedimento che dovesse rispettivamente piacere o dispiacere all'ex-Presidente del Consiglio.
Chi tocca la RAI muore. Era vero con Berlusconi al Governo, è vero ancora oggi.

martedì 3 luglio 2012

L'Europa è in guerra?

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Moneta da 2€ coniata in Germania


La guerra è un evento sociale e politico generalmente di vaste dimensioni che consiste nel confronto armato fra due o più soggetti collettivi significativi. Il termine "guerra" deriva dalla parola "gwarra" dell'alto tedesco antico, che significa "mischia". Nel diritto internazionale, il termine è stato sostituito, subito dopo la seconda guerra mondiale, dall'espressione "conflitto armato" applicabile a scontri di qualsiasi dimensioni e caratteristiche.


Si giunge alla guerra quando il contrasto di interessi economici, ideologici, strategici o di altra natura non riesce a trovare una soluzione negoziata, o quando almeno una delle parti percepisce l'inesistenza di altri mezzi per il conseguimento dei propri obiettivi.


La guerra è preceduta da:
  • un periodo di tensione, che ha inizio quando le parti percepiscono l'incompatibilità dei rispettivi obiettivi;
  • un periodo di crisi, che ha inizio quando le parti non sono più disponibili a trattare tra di loro per rendere compatibili tali obiettivi.
Nei periodi di tensione e di crisi si sviluppa l'attività politica e diplomatica di tutta la comunità internazionale per evitare il conflitto: in tali periodi, le forze armate giocano un ruolo rilevante nel dimostrare la credibilità e la determinazione dello Stato, con lo scopo deterrente di rendere evidente all'antagonista la sproporzione fra l'obiettivo da conseguire e il costo, sociale e materiale, di una soluzione militare. La guerra quindi può essere evitata quando ambedue i contendenti percepiscono questo sfavorevole rapporto.

Carl von Clausewitz, nel suo libro Della guerra, compie un'analisi del fenomeno: "La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi" e "La guerra è un atto di forza che ha lo scopo di costringere l'avversario a sottomettersi alla nostra volontà."

La guerra in quanto fenomeno sociale ha enormi riflessi sulla cultura, sulla religione, sull'arte, sul costume, sull'economia, sui miti, sull'immaginario collettivo, che spesso la cambiano nella sua essenza, esaltandola o condannandola.

Le guerre sono combattute per il controllo di risorse naturali, per risolvere dispute territoriali e commerciali, per motivi economici, a causa di conflitti etnici, religiosi o culturali, per dispute di potere, e per molti altri motivi. In Europa non si sono più combattute guerre per motivi religiosi dal 1648, anno della pace di Vestfalia che chiuse la guerra dei trent'anni.


Con queste parole Wikipedia introduce il termine "guerra", una condizione in cui l'Europa - per lo meno l'Europa occidentale - non si trova più nominalmente dalla caduta di Hitler e la fine del secondo conflitto mondiale.

Indubbiamente non sarebbe corretto pensare ad un continente pacificato: sono troppo recenti le crisi dei Balcani degli anni '90, gli scontri succedutisi alla caduta dell'Unione Sovietica e le attuali politiche di repressione russa in Cecenia per poter coltivare una simile utopia; è tuttavia innegabile che il nostro continente sta vivendo un periodo notevolmente lungo di sostanziale pace e stabilità rispetto alla definizione di guerra riportata.

Tuttavia dalla semplice lettura di Wikipedia emerge una certa ambiguità di fondo che lascia spazio ad analisi più approfondite sulla situazione del continente ed in particolare dell'Unione Europea: la riduzione del concetto di guerra a quello di conflitto armato lascia infatti un vasto cono d'ombra tra lo status di guerra e quello di pace che apre interrogativi di fondo molto importante.
È possibile che l'Europa, pur non in guerra, non stia in realtà vivendo un reale periodo di pace? È possibile che ci ritroviamo a vivere un periodo storico in cui le antiche ambizioni di egemonia continentale che a corrente alterna hanno attraversato tutte le nazioni europee si stiano riproponendo e manifestando in nuove forme, forme che per una volta non vedono l'impiego di eserciti sul campo? È possibile, infine, che sia in corso una guerra interna all'Europa, una guerra invisibile perché non riconoscibile, perché lontana dalla definizione generalmente offerta a tale sostantivo?

Per rispondere a queste inquietanti domande il primo passaggio è indubbiamente comprendere quali sono le meccaniche che individuano uno stato di conflitto e capire se sono presenti nella realtà attuale.
Come riporta Wikipedia, vi sono mille motivi in grado di scatenare un conflitto, ma a livello generale tutte le guerre possono essere ricondotte a due filoni principali:
  • le guerre ideologiche, in cui il tema dominante è l'imposizione della propria visione al nemico, o al contrario la liberazione da una imposizione pre-esistente; il massimo esempio di questa categoria sono naturalmente i conflitti religiosi e, portando al limite il concetto, le guerre di sterminio
  • le guerre di conquista, in cui lo scopo dichiarato è acquisire vantaggi economici e/o territoriali nei confronti del nemico, a cui appartengono sostanzialmente tutti gli altri tipi di conflitto

Il secondo passo della catena logica è una semplice ma focale constatazione: come hanno dimostrato gli episodi di neocolonialismo in Africa, non occorre la conquista militare di un Paese per renderlo proprio vassallo, così come non occorrono necessariamente raid aerei, cannoni e nemmeno virus informatici per danneggiare e indebolire uno Stato.
Se uno Stato inizia ad acquisire rilevanti settori dell'industria di un Paese straniero, se ne è fornitore privilegiato di materie prime oppure energia, infine se ne controlla il debito pubblico attraverso una sapiente esposizione verso i suoi titoli di Stato, diventa evidente che si arriva lentamente ma inesorabilmente ad instaurare un rapporto quasi di protettorato tra lo Stato più forte e quello più debole, che riesce a mantenere solo nominalmente la propria sovranità.
Questo genere di conquista soft è naturalmente meno sicuro di un attacco militare, proprio perché le armi potrebbero essere l'estrema risposta dello Stato più debole per aprire una breccia nei vincoli economici di sudditanza in cui si ritrova a dibattersi, ma in una cultura uscita dall'orrore di due Guerre Mondiali una simile azione appare sostanzialmente relegata al ruolo di ipotesi accademica.

Alcuni degli effetti più evidenti di questo fenomeno riguardano naturalmente il controllo del know-how scientifico, dal momento che i brevetti sarebbero nelle cassette di sicurezza di società straniere, la sudditanza energetica, con una distribuzione di energia sottoposta alle decisioni di aziende straniere, e in ultima analisi la riduzione dello Stato più debole a semplice supermercato in cui esporre i propri prodotti e da cui mungere capitale.
Solo in un secondo tempo, e solo dopo un intollerabile abbassamento delle condizioni di vita, la convenienza economica degli investimenti nel Paese più debole sarebbe sufficientemente rilevante da arrestare questo fenomeno. Ma il prezzo da pagare per arrivare ad un simile stadio sarebbe altissimo.

D'altra parte, sembra impossibile che uno Stato possa cedere in questo modo la propria sovranità ad un altro Paese senza colpo ferire... persino uno Stato in perenne debito di ossigeno come l'Italia, schiacciata da un debito pubblico immenso.
Le regole del capitalismo liberista, che dal reaganismo degli anni '80 regolano o dovrebbero regolare la vita degli Stati d'Europa, prevedono una netta separazione tra politica ed economia, tra pubblico e privato: in questo senso, l'acquisizione di un'industria da parte di un gruppo straniero non dovrebbe e non potrebbe essere vista come parte di una manovra più ampia di egemonia transnazionale.
Eppure la realtà dei fatti dimostra che non è così: da un lato molti Stati - come dimostrano ad esempio gli interventi francesi degli ultimi anni a difesa del proprio settore energetico - giocano un ruolo molto attivo a protezione dei propri settori chiave; dall'altro gli Stati più deboli sono spesso costretti a intraprendere la strada delle privatizzazioni per pagare il proprio debito pubblico, sottraendo al controllo statale intere filiere industriali e affidandole al molto più rischioso mercato privato.

Soprattutto in Italia riesce forse difficile pensare che un'azienda privata possa lavorare al servizio dello Stato, fino all'estremo paragone di diventarne un braccio armato - economicamente parlando. Una compagnia energetica come Edison in mano a EdF non è certo come porla in mano al governo francese. È tuttavia innegabile che il business core di EdF non è certo l'Italia dove opera la controllata Edison, ed il nostro Paese viene quindi visto come mercato periferico: nel migliore dei casi terra di penetrazione commerciale, nel peggiore una mera riserva di risorse, eventualmente da sfruttare altrove.

Se, quindi, una posizione dominante in fatto di credito e debito pubblico può essere fondamentale per l'acquisizione degli asset strategici di un Paese, se una penetrazione commerciale pur privata equivale ad una sudditanza dello Stato, allora diventa più semplice vedere nelle vicende della recente storia dell'Unione Europea un gigantesco, unico, conflitto.
Se per una certa linea di pensiero le posizioni inflessibili di Angela Merkel sul rigore dei conti - appena intiepidite da un accordo che versa comunque generose contropartite in termini di governance - appaiono meramente dogmatiche, occorre ripensarle alla luce del vantaggio che avrebbe la Germania da una prosecuzione lungo l'attuale linea politica.

Da più parti si sente ripetere che alla lunga la politica del rigore fiaccherebbe anche i tedeschi.
Tuttavia, si tratterebbe di uno svantaggio a lungo termine, e preceduto da tanti e tali punti positivi da rendere l'opzione in ogni caso appetibile per la Germania.
Come il caso greco e quello spagnolo - e, perché no, anche quello italiano - stanno dimostrando, i Paesi più deboli, messi alle strette, anziché ribellarsi ai diktat e utilizzare il proprio debito come una clava verso i Paesi creditori, stanno progressivamente smantellando stato sociale e asset per tentare di salvare il salvabile... senza tra l'altro alcuna garanzia di successo.
Alcuni Paesi sicuramente esploderanno, come la Grecia; altri forse riusciranno a salvarsi, ma sicuramente a carissimo prezzo.
Nel frattempo i Paesi creditori potranno contare su una serie di vantaggi: in primo luogo un flusso di cassa garantito dalla riscossione del credito, ed in secondo luogo immensi vantaggi sul proprio costo del denaro in termini di apprezzamento dei propri titoli di stato. Se si pensa che cento punti di spread, considerata la mole dei titoli italiani sul mercato, equivale in una differenza di una decina di miliardi di interessi in più o in meno, si capisce la reale dimensione della posta in gioco, indubbiamente superiore a qualsiasi minor introito legato alla crisi delle esportazioni negli Stati più deboli legato alle manovre recessive a cui questi sono stati sottoposti.
Ma anche se qualche Paese dovesse lasciare l'Euro o dichiarare default proseguirebbero i vantaggi per le economie più forti, che in presenza di una moneta pesantemente svalutata, magari in concomitanza con uno Stato affidato ad una sorta di curatore fallimentare internazionale, potrebbero letteralmente fare shopping di asset, industrie e persino territori strategici dal punto di vista militare o commerciale.

Sono lontani i tempi in cui le dichiarazioni di guerra venivano consegnate alle ambasciate dei Paesi nemici, ma non per questo il conflitto che si sviluppa in questi anni in Europa non sembra meno violento e virulento. Il prezzo, in questo momento, non si paga in vite umane ma in progressivo svuotamento di capitali, indipendenza e diritti.
Ed il maggiore beneficiario di questo fenomeno è il Paese che sostiene con maggior forza l'attuale politica. Quasi troppo per pensare ad una semplice coincidenza.
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