venerdì 29 giugno 2012

Può la politica essere una professione?

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Vignetta di Arnald

Uno degli effetti forse più contradditori e controversi dell'ondata di indignazione e di antipolitica montata in concomitanza con la crisi finanziaria ed economica degli ultimi anni è la generalizzazione dell'ostilità verso una classe politica e dirigente inadeguata alla classe politica e dirigenziale in quanto tale.
Anche in virtù della progressiva chiusura a riccio della "Casta" su sé stessa e sui propri privilegi, si è sviluppata una vera e propria ostilità rivolta non tanto - o non solo - verso i singoli politici, ma piuttosto verso il ruolo in quanto tale del politico, dell'eletto, del rappresentante. I fallimenti di chi ha nel corso degli anni governato il Paese si sono tradotti non già nella semplice messa in discussione delle persone fin qui alla guida dell'Italia, ma della struttura stessa della nostra democrazia.

L'attacco frontale più diretto rivolto alla figura del politico di professione - espressione che negli anni ha di per sé assunto una connotazione via via più negativa - riguarda il tetto al numero di mandati in una qualsiasi carica elettiva, uno dei cavalli di battaglia del trasversale partito di chi, in buona fede o meno, chiede un maggiore rinnovamento della classe politica del Paese.
Rottamatori, formattatori, grillini, tutti promettono una cosa soltanto: un limite al mandato dei parlamentari, un vincolo che impedisca a chi ha già svolto un determinato numero di mandati di presentarsi ancora come candidato alle elezioni.

Di per sé la richiesta nasce da esigenze legittime: il bisogno di rinnovamento della classe politica italiana è al di là di ogni evidenza, e la necessità di allontanare dalle poltrone del potere persone che hanno fatto cattivo uso della cosa pubblica è oggettivamente impellente.
Ciò che spesso non viene presentato all'opinione pubblica è il modo di fare politica che nascerebbe una volta superata l'attuale fase emergenziale, un mondo nuovo su cui forse occorrerebbe effettuare alcune valutazioni.

Porre un vincolo al numero di mandati, o in maniera ancora più stringente al numero di presentazioni a consultazioni per cariche elettive, significa distruggere la figura del politico: la carriera del politico, per quanto riguarda i ruoli amministrativi, sarebbe un'attività a termine, limitata ad una decina o ad una quindicina d'anni, lasciando come attività politica per la vita soltanto la militanza di partito e di conseguenza la permanenza in ruoli amministrativi all'interno delle formazioni politiche. Se da un lato questo garantisce un adeguato ricambio alla classe dirigente del Paese, dall'altro solleva una serie di punti negativi sui quali è opportuno soffermarsi.

La prima obiezione al tetto ai mandati è di natura puramente giuridica, in quanto costituisce un limite al diritto di elettorato passivo: un conto è se il limite ai mandati è inserito all'interno dello Statuto di un partito e quindi volontariamente abbracciato da chi intende candidarsi all'interno di tale partito; ben diverso è imporre una simile limitazione per forza di legge, applicando tale norma in maniera diffusa, indiscriminata e potenzialmente contro la volontà degli interessati.

Un secondo aspetto di vitale importanza riguarda l'appeal che perderebbe la professione di politico rispetto al presente. Diventerebbe assimilabile ad una qualsiasi un'occupazione a termine, senza alcuna opzione di rinnovo allo scadere del tempo stabilito. In particolare, la questione diventa dirimente se, come propongono certe forze politiche, si desidera combinare il tetto al numero di mandati con un severo abbassamento degli stipendi dei politici.
Che attrattiva avrebbe un posto di lavoro a termine a dieci anni con nessuna possibilità di carriera e che permetterebbe scarse possibilità di reimpiego una volta terminati i mandati? I sostenitori di queste proposte hanno gioco solo apparentemente facile a ribattere che l'amministrazione della cosa pubblica non deve essere considerata un lavoro, ma un servizio verso lo Stato. Il cittadino prestato alla politica.
Per quanto forte possano essere lo spirito di servizio ed il senso di dovere civico, tuttavia, diventa arduo immaginare professionisti e lavoratori sgomitare per ritagliarsi un posto in politica: il mondo del lavoro necessita un aggiornamento costante, richiede rapporti interpersonali coltivati con cura, e non può essere compatibile con un impegno politico. Quale avvocato, informatico, medico, lascerebbe il posto di lavoro sapendo che andrebbe a guadagnare una cifra inferiore al più paragonabile al proprio attuale reddito, perderebbe nel corso della propria attività politica tutta la propria clientela, resterebbe indietro rispetto alle novità introdotte nella propria professione nel corso del suo mandato... per poi essere costretto a lasciare la politica e rientrare nel mondo del lavoro? In che modo potrebbe riaffacciarsi con successo nella propria attività?

Questo interrogativo apre le porte a due conclusioni essenziali per capire gli effetti ultimi della rabbia contro il sistema politico vigente in Italia.
In primo luogo è evidente che la scomparsa del politico di professione comporterà anche la scomparsa delle competenze legate a questa figura. Ammesso e non concesso infatti di individuare per ciascun ruolo politico una figura professionale in grado di ricoprirlo, è evidente che vi sono fattori personali che incidono in maniera anche determinante sulla qualità dell'operato di un governante. Basti pensare alla diplomazia, in cui la conoscenza delle persone che si hanno di fronte può determinare l'esito di una trattativa. O al mondo dell'intelligence, in cui lo spoil system è semplicemente una pratica impraticabile. Il rifiuto di considerare la politica un lavoro, ed il credere che il compito del politico possa essere svolto in maniera altrettanto efficace da semplici esperti nei rispettivi campi - ovvero i cosiddetti tecnici - è un'utopia destinata ad infrangersi contro la semplice realtà dei fatti.
Il secondo aspetto dirimente riguarda coloro che potrebbero permettersi di fare politica in simili condizioni. Salvo rare e lodevoli eccezioni ascrivibili comunque al campo delle vocazioni individuali, restano tre categorie: coloro i quali vedrebbero comunque il genere di occupazione previsto per i politici come un miglioramento, ovvero in genere precari, disoccupati, lavoratori a bassa o nulla specializzazione; persone dotate di una ricchezza tale da non considerare problematica un'uscita dal mondo del lavoro; persone di per sé al di fuori del mondo del lavoro, quindi i pensionati. Sicuramente un risultato poco attraente per chi spera un migliormento della qualità della democrazia.

Resta da chiedersi come sia possibile arrivare a simili risultati partendo da premesse indubbiamente auspicabili come favorire l'avvicendamento dei politici e limitare i privilegi che la Casta si è accordata nel corso degli anni.
La realtà è che una soluzione così radicale altro non è che un eccesso nel senso opposto rispetto a quello attuale; malgrado la rabbia, l'indignazione e spesso il senso di rivalsa, occorre non cedere a facili populismo e cercare con la giusta razionalità soluzioni che oltre a soddisfare bisogni immediati "di pancia" siano in grado di configurare un sistema politico migliore dell'attuale e non solo diverso.

lunedì 25 giugno 2012

Lusi arrestato, come ne escono i partiti

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Luigi Lusi (Misto)

La decisione del Senato di dare l'approvazione all'arresto del senatore Lusi, ex Partito Democratico, per molti aspetti è giunta inaspettata alle orecchie di un popolo ormai si può dire rassegnato alle manovre di impunità della cosiddetta Casta.
Il caso dell'arresto di Alfonso Papa alla Camera sembrava dovesse essere un caso isolato, e malgrado l'importanza dell'evento, il concomitante salvataggio di Alberto Tedesco al Senato ha fatto pensare più che altro a manovre politiche da parte delle coalizioni per acquisire dei vantaggi sulle controparti agli occhi degli elettori o addirittura ad accordi sottobanco di reciproco salvataggio saltati per via dei franchi tiratori.
Il sentimento antipolitico, in sostanza, è così forte che anche nelle azioni in cui i parlamentari vedono venire meno i propri privilegi diventa quasi automatico pensare ad un malfunzionamento della macchina dell'impunità oppure a mere azioni di calcolo che scaricano su dei capri espiatori l'estremo tentativo della politica di recuperare credibilità dinanzi ad una cittadinanza sempre più delusa e insofferente.

Un'analisi più approfondita della votazione su Lusi consente di disegnare tuttavia un quadro notevolmente differente.

Attuale composizione dei gruppi parlamentari
al Senato della Repubblica

L'avvento del Governo Monti, nel sentire comune, pare aver spazzato via il precedente dominio berlusconiano, ma non bisogna dimenticare che l'attuale Parlamento è ancora quello uscito dalle elezioni politiche del 2008, un Parlamento - soprattutto al Senato - pesantemente orientato a destra, in cui PdL, Lega Nord e CN sono ancora depositari di una maggioranza numerica seppure non più politica.
Per essere analizzata correttamente, la votazione sull'arresto dell'ex tesoriere della Margherita deve essere inserito in un simile contesto e valutata secondo il comportamento dei gruppi parlamentari.

Come riportato da OpenParlamento, la votazione ha visto prevalere il parere favorevole all'arresto di Lusi con un totale di 155 voti favorevoli, 13 contrari e 1 astenuto. In totale sono stati espressi 169 voti, a cui sono da aggiungere 12 senatori in missione, 21 richiedenti la votazione ma non votanti e ben 118 assenti.

Esito della votazione sull'arresto di Luigi Lusi

Il primo elemento essenziale per la valutazione del voto è naturalmente la natura stessa della votazione, tenutasi a scrutinio palese. Per mancanza di firme, infatti, non è stato raggiunto il quorum necessario per una votazione a scrutinio segreto, e questo fatto, di per sé, è una svolta importante nella storia di questo genere di votazione.
I tentativi del PdL di arrivare ad uno scrutinio segreto si sono infranti sullo scoglio delle venti fime necessarie per richiedere tale modalità di votazione, e questo implica non solo come la linea ipergarantista della formazione di Alfano sia ormai isolata in Parlamento, ma anche come persino al proprio interno - il PdL può dopotutto contare su un gruppo di 127 Senatori - fatichi ad imporsi.

L'utilizzo della votazione a scrutinio palese, sottoponendo gli eletti a mostrare la popria opinione in modo evidente e verificabile, viene spesso contestato in quanto pone un vero e proprio vincolo di mandato, da cui i parlamentari sono costituzionalmente esenti. Tale argomentazione, tuttavia, è completamente fuorviante se si pensa che in realtà la difesa dal vincolo di mandato è stata introdotta in Costituzione per tutelare i parlamentari dalle pressioni dei partiti, e non certo da quella dell'opinione pubblica, a cui gli eletti del popolo devono sempre e in prima persona rendere conto.
Considerando poi che il mero funzionamento meccanico delle istituzioni poco si cura delle motivazioni attraverso cui si giunge ad un determinato risultato, si può ben dire che la strada intrapresa dalla votazione sul caso Lusi è stata una vittoria per la trasparenza offerta dalla legislazione del Paese.

Entrando nel dettaglio dei singoli gruppi parlamentari, si nota come l'intera Aula, ad eccezione di CN e PdL, abbia votato a favore dell'arresto, passando dal gruppo dell'IdV presente al gran completo e arrivando ad una Lega Nord che riscopre la propria anima giustizialista, senza trascurare il gruppo del PD di cui Lusi faceva parte fino a non molto tempo fa e quello Per il Terzo Polo di cui fa parte l'ApI, il partito di Rutelli, segretario di quella Margherita di cui Lusi era tesoriere.

PdL e CN hanno scelto una strada piuttosto ambigua, quella dell'uscita dall'aula: non un voto chiaro contro o a favore, non un'astensione che in Senato ha quasi la forza di un voto contrario, ma l'abbandono stesso del voto, con l'effetto di far scendere da un lato la soglia necessaria per l'approvazione della mozione, dall'altro un pericoloso abbassamento dei presenti intorno al limite del numero legale. I pochi esponenti dei due gruppi rimasti in aula si sono poi schierati compattamente contro l'arresto, con l'eccezione di Centaro (CN).

La decisione del PdL, naturalmente, è stata di natura squisitamente politica, al di là delle dichiarazioni di facciata che volevano nell'abbandono dell'aula il desiderio di non entrare in gioco delle vendette interne al centrosinistra.
Il PdL giocava sicuramente in difesa, dopo le fibrillazioni legate all'impossibilità di far passare il voto segreto, sulla propria capacità di esprimere o meno una posizione unitaria: l'uscita dall'aula ha evitato di mostrare eventuali, probabili, spaccature nel partito. Ma è chiaro che quella del PdL era soprattutto una strategia di attacco, per due fattori.
Un primo cavallo di troia poteva consistere nell'abbassamento della soglia al di sotto del numero legale: considerando i senatori in missione, infatti, il numero legale scendeva a 155 membri. Appena 14 in meno rispetto a quelli rimasti in Aula. Su questo numero si consuma una frattura importante tra PdL e la nuova Lega di Maroni: i 16 membri della Lega, infatti, sarebbero stati sufficienti per portare l'Aula sotto la soglia fatidica e rimandare la votazione, ma la formazione padana, con ogni probabilità desiderosa di rifarsi una verginità agli occhi del proprio elettorato, ha in questo caso abbandonato il PdL al proprio destino.
Il secondo tentativo di attacco da parte del PdL era naturalmente l'esplosione delle eventuali contraddizioni del centrosinistra, basate sul timore delle possibili dichiarazioni di Lusi ai procuratori che stanno indagando sui movimenti dei fondi della ex-Margherita. Considerato il voto palese e sapendo delle posizioni ultragarantiste del PdL, solo l'assenza di questo partito dall'aula avrebbe potuto con certezza far ricadere la piena responsabilità di un eventuale salvataggio sul centrosinistra, mostrando tanto lo spettacolo di un esponente della Casta salvato dal voto quanto una sorta di prova mediatica di colpevolezza da parte di un centrosinistra che salvava Lusi per non farlo parlare dinanzi ai giudici.

Non è tuttavia andata così. Che sia stato per reale estraneità alle manovre di Lusi, che sia stato per un atteggiamento di facciata, il centrosinsistra e gli ex-Margherita fuoriusciti nel centro hanno votato compattamente a favore dell'arresto, con il risultato di isolare ancora di più il Popolo della Libertà su posizioni di garantismo ormai insostenibili nell'attuale clima mediatico.
La votazione risulta quindi essere stata un boomerang per la formazione berlusconiana, che ne esce provata tanto nei confronti dell'opinione pubblica quanto nei suoi rapporti con l'ex-alleato leghista: meglio sarebbe stato votare a favore dell'arresto con il resto del Parlamento, ma quella, forse, era una prova che Popolo della Libertà sarebbe stata ancora più difficile.

giovedì 21 giugno 2012

L'onda rosa è arrivata

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Logo delle elezioni legislative francesi 2012


Alla fine, l'onda rosa c'è stata, sia pure in misura leggermente inferiore alle attese. La gauche vince nettamente il secondo turno delle elezioni legislative francesi, tenutosi il 17 giugno, e consente al nuovo presidente François Hollande di evitare le insidie di una logorante coabitazione con un governo di un colore differente.

Con 343 parlamentari in suo appoggio (10 del FG, 280 del PS, 12 del RDG, 17 del VEC, 2 del REG e 22 indipendenti di sinistra), Hollande supera ampiamente la maggioranza prevista di 289 seggi necessaria per il controllo dell'Assemblea Nazionale. Si tratta di una maggioranza simile a quella su cui poteva contare il suo predecessore Sarkozy nella legislatura 2007 - 2011, composta da 342 elementi; inoltre, si tratta della più ampia maggioranza mai conquistata dalla sinistra francese nel corso della V Repubblica.

Risultati delle elezioni legislative francesi
2007 - 2012

Come si evince dal report dei risultati 2007 e 2012, il numero di cittadini chiamati a votare al secondo turno del 2012 era nettamente maggiore rispetto al 2007, segno del minor numero di elezioni dirette intercorse in questo appuntamento elettorale: la conclamata debolezza dell'UMP ed il travaso di voti verso il FN da un lato, e la maggior forza del PS dall'altro hanno spesso dato origine a strutture tripolari - sia pure di diversa forza tra loro a seconda delle circoscrizioni - spesso in grado di impedire ad un qualsiasi candidato il raggiungimento della maggioranza assoluta dei voti.

Il differente numero di iscritti al voto tra il 2007 ed il 2012 e naturalmente il differente numero di scontri che richiedono il ballottaggio rende inutile il confronto sul numero dei votanti ai due ballottaggi riportati in tabella; tuttavia ha particolare valore il dato dell'affluenza percentuale alle urne, che conferma e anzi accentua il calo rispetto al 2007 già evidenziato al primo turno.
Se nel 2007 l'affluenza era rimasta praticamente immutata tra primo e secondo turno (appena un -0,44%), in questa tornata elettorale il calo è stato molto più sensibile: -1,83%. Le differenze tra 2012 e 2007 passano quindi da un -3,19% del primo turno ad un -4,58% del ballottaggio, e questo malgrado un più elevato numero di scontri triangolari e in generale battaglie più aperte rispetto al 2007, quando l'UMP staccava nettamente tutte le altre formazioni.
Il calo dell'affluenza, confermato anche da indagini geografiche in tal senso, riguarda una maggiore impermeabilità tra i partiti francesi rispetto al 2007, soprattutto a destra: la progressiva disillusione verso l'UMP ed il relativo passaggio al FN ha fatto sì che al centrodestra francese venisse meno una parte di quel flusso di ritorno di cui poteva godere da destra nel caso di scontri a due con candidati di sinistra. Si tratta di un'evoluzione, per quanto al momento di piccola entità, che se fosse confermata da rilevazioni future segnerebbe veramente una svolta nello scacchiere politico d'oltralpe.

Mappa elettorale delle elezioni legislative 2012

Lo spostamento dell'asse politico francese verso sinistra è evidente: l'UMP passa da 313 seggi a 194, perdendo il 38% del proprio potere parlamentare. Dal punto di vista geografico l'UMP conserva le proprie roccaforti della Costa Azzurra, del centro-nord e dell'Alsazia-Lorena, ma mostra un arretramento generalizzato su tutto il territorio nazionale in favore delle forze di centrosinistra.
Tra gli sconfitti della tornata elettorale anche il centro di Bayrou, che vede fallire nei pochissimi seggi conquistati il sogno di fornire un'alternativa al bipolarismo che da sempre caratterizza la politica francese.
Se quattro seggi ottenuti dalle due liste centriste sono da considerarsi come una sconfitta, i due seggi conquistati dal FN sono al contrario un risultato di portata storica: per la prima volta il partito di estrema destra entra in parlamento, grazie a due elezioni in una delle aree tradizionalmente più a destra del Paese, il sud-est costiero. Non altrettanto positive le prestazioni nell'altra parte della Francia dove il FN raccoglie numerosi consensi, il nord-est, dove la formazione della Le Pen non è riuscita ad eleggere rappresentanti.

Passando alle formazioni di centrosinistra, queste appaiono tutte in crescita, in termini di seggi, rispetto al 2007, mostrando un successo generalizzato a livello di maggioranza presidenziale e non riferito ad un singolo partito. Questa crescita anche piuttosto omogenea in termini percentuale è spiegabile naturalmente con gli accordi di coalizione al ballottaggio, che hanno visto sostegni reciproci negli scontri contro la destra e vere e proprie cessioni dei seggi per abbandono del ballottaggio negli scontri tra esponenti della medesima coalizione.
Geograficamente, il centrosinistra è dominante in tutta l'area occidentale del Paese (il sud-ovest pirenaico in particolare) e nel nord-est. Non sono tuttavia da trascurare le vittorie ottenute nell'area parigina, della Lorena e del Rodano, che mostrano una capacità di penetrazione assolutamente degna di nota in territori storicamente più legati alla destra.
L'unico neo della prestazione del centrosinistra riguarda forse proprio il suo partito principale: per quanto con 280 seggi il PS sia di gran lunga il primo partito, per quanto aumenti del 50% il risultato del 2007, c'è forse un senso di occasione sprecata. Conteggiando i ballottaggi in cui era primo partito al termine del primo turno e sommandoli ai seggi conquistati già nella prima tornata di votazione, per il PS 287 seggi era forse il risultato minimo atteso, con previsioni forse troppo ottimistiche che si spingevano fino ai 300 seggi. Al PS è mancata quella forza propulsiva che nel 2007 gli permise di conquistare diversi seggi al ballottaggio partendo anche da dei -10% dopo il primo turno, un quid che avrebbe trasformato una vittoria in un trionfo.

Risultati delle elezioni legislative 2012
aggregati per dipartimento

Essendo il sistema francese un maggioritario a doppio turno, il peso e l'importanza dei candidati assume un valore spesso determinante nell'assegnazione di un seggio; al tempo stesso, l'elezione o la mancata elezione di un esponente di peso di questo o quel partito spesso può trasformare una sconfitta in una vittoria o viceversa.
Diventa quindi importante una panoramica sul risultato dei principali esponenti della politica francese.

In primo luogo, si registra un'approvazione piena per la squadra di governo voluta da Hollande: nessuno dei ministri, infatti, è stato bocciato nella competizione elettorale - cosa che da prassi comporta le dimissioni dal ruolo di governo. In particolare, il Primo Ministro Jean-Marc Ayrault aveva già ottenuto l'elezione al primo turno nella 3° circoscrizione della Loire-Atlantique.
Tra gli altri esponenti del PS, fa sicuramente scalpore la disfatta di Ségolène Royal al ballottaggio nella 1° circoscrizione della Charente-Maritime ad opera del dissidente PS Falorni, sostenuto tra gli altri dalla première dame: una sconfitta bruciante per la candidata all'Eliseo 2007, e la fine delle sue ambizioni di presidenza dell'Assemblea Nazionale.

Passando all'UMP, si nota la riconferma in Assemblea dell'ex-Primo Ministro François Fillon nella 2° circoscrizione di Parigi, ma sono molti gli esponenti del vecchio esecutivo ad aver fallito l'elezione: dal Ministro del Lavoro Nadine Morano, battuta nella 5° circoscrizione del Meurthe-et-Moselle, al Segretario di Stato Frédéric Lefebvre, sconfitto nella 1° circoscrizione estera; dalla pluri-incaricata Michèle Alliot-Marie, superata nella 6° circoscrizione dei Pyrénées-Atlantiques, a Salima Saa, presidente dell'Agence nationale pour la cohésion sociale et l'égalité des chances, che fallisce l'elezione nella 8° circoscrizione del Nord.

Dando un occhio agli altri partiti, falliscono l'elezione i leader nazionali di MoDem, FN e FG, rispettivamente François Bayrou (2° circoscirzione dei Pyrénées-Atlantiques), Marine Le Pen (11° circoscrizione del Pas-de-Calais) e Jean-Luc Mélenchon (11° circoscrizione del Pas-de-Calais).
Entrano invece in Assemblea Jean-Christophe Lagarde del Nouveau Centre (5° circoscrizione di Seine-Saint-Denis), Nicolas Dupont-Aignan di Debout la République (8° circoscrizione dell'Essonne) e Jean-Louis Borloo del Parti Radical Valoisien (21° circoscrizione del Nord).
Anche se Marine Le Pen fallisce l'elezione, il cognome entra in Assemblea: Marion Maréchal-Le Pen, studentessa di legge, riesce dove ha fallito la zia centrando l'elezionenella 3° circoscrizione di Vaucluse. Con i suoi ventidue anni si tratta del più giovane deputato della storia repubblicana francese.

Sebbene le percentuali raccolte dai partiti di sinistra non siano da record per la storia elettorale del Paese, a causa degli smottamenti del voto dell'UMP la Francia si trova sicuramente in un momento storico di sbilanciamento a sinistra senza precendenti. Non solo, infatti, la maggioranza conquistata da Hollande all'Assemblrea Nazionale è la più ampia - a sinistra - di sempre, ma con questa vittoria elettorale la sinistra si ritrova depositaria di una serie di poteri senza precedenti nella storia di questa parte politica:
  • Presidenza della Repubblica
  • Maggioranza all'Assemblea Nanzionale (343/577)
  • Maggioranza al Senato (178/348)
  • Maggioranza dei Presidenti di Regione (23/24)
  • Maggioranza dei Presidenti di Dipartimento (61/100)
  • Espressione di 7 sindaci tra quelli delle dieci città più popolose (Parigi, Lione, Tolosa, Nantes, Strasburgo, Montpellier, Lilla)
Bisogna risalire al 1995, alla fine dell'era Mitterand e al primo mandato di Chirac, per trovare una concentrazione di poteri in mano ad una sola parte politica - la destra - paragonabile all'attuale. Il popolo francese ha dato, nel corso degli ultimi anni, dato un mandato alla sinistra pieno e totale; Hollande e la coalizione in suo sostegno si ritrovano ad avere massima libertà di azione, e proprio per questo non avranno giustificazioni in caso di fallimento.

lunedì 18 giugno 2012

Dati AGCom maggio 2012

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Logo dell'AGCom

Dal punto di vista politico il mese di maggio 2012 è stato segnato da una moltitudine di appuntamenti elettorali, tanto all'estero quanto in Italia. Le elezioni amministrative di maggio hanno segnato un profondo e radicale mutamento del panorama politico italiano, spazzando letteralmente via il dominio di PdL e Lega da numerosissime realtà locali, segnando un avanzamento del centrosinistra che ora si ritrova egemone nella stragrande maggioranza delle realtà al voto ed evidenziando un dirompente ingresso sulla scena del MoVimento 5 Stelle, che smette di essere un comprimario di lusso nelle competizioni elettorali per giungere allo status di formazione in grado di lottare alla pari con le coalizioni classiche per la conquista delle amministrazioni locali.

C'era in qualche modo da attendersi che i tempi politici in televisione, sintetizzati dai dati forniti dall'AGCom, rispettassero in qualche modo l'esito delle elezioni: considerato che primo turno e ballottaggi si sono consumati nella prima metà del mese, il vincolo della par condcio avrebbe potuto solo parzialmente riequilibrare l'inevitabile tendenza a offrire maggiori spazi alle formazioni vincitrici.
Tuttavia, e questa è la profonda anomalia - ed il profondo interesse - dei dati AGCom, non è andata così.

Dati AGCom maggio 2012

L'analisi dei dati grezzi, infatti, evidenzia come l'attenzione dei media si sia andata concentrando prevalentemente sul Governo a discapito del Parlamento: nei telegiornali, in sostanza, si è preferito lasciare maggiore spazio agli impatti delle elezioni sulla tenuta e sulle possibilità di azione del Governo rispetto alla notizia delle vittorie e delle sconfitte politiche in sé stesse. Fare un confronto con i dati del mese precedente, dominato dallo scandalo Lega Nord, è ovviamente poco significativo, ed in effetti si può notare come i dati di maggio si leghino molto facilmente a quelli dei primi tre mesi dell'anno, quasi ignorando la peculiarità elettorale del mese appena trascorso.

Un punto essenziale per tutte le analisi effettuate sui dati di maggio 2012 riguarda l'assenza di una voce specifica nei dati AGCom per il MoVimento 5 Stelle, raggruppato nella voce "Altro". Oltre a non rendere visibilità dei dati televisivi effettivamente ottenuti dal MoVimento, questo fa sì che l'analisi dei dati aggregati per istituzioni, maggioranza ed opposizione escluda a priori il valore della formazione grillina, in quanto i dati sotto la voce "Altro" non possono essere univocamente attribuiti ad un'area specifica. Considerata la grande visibilità televisiva ottenuta dal MoVimento 5 Stelle a seguito di queste ultime amministrative, i dati reali attribuibili alle forze di opposizione sono quindi nettamente più alti rispetto a quelli che emergono dalle tabelle e dai grafici riportati.

Dati AGCom maggio 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2012 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Come emerge dai dati relativi alla suddivisione per istituzioni, maggioranza e opposizione, sono le prime a riappropriarsi della scena televisiva dopo un mese dominato dai diamanti e dai lingotti di Belsito. Le istituzioni tornano al di sopra della maggioranza assoluta, ed in particolar modo Presidente del Consiglio e Governo appaiono in rapida risalita dal mese scorso (+7%) anche se non ancora ai livelli dei primi tre mesi dell'anno. Maggioranza ed opposizione si spartiscono quanto resta: gli strascichi del caso Lega, e naturalmente la sua pessima prestazione elettorale, garantiscono alle forze di opposizione un lusinghiero - pur sempre il secondo valore dell'anno - quanto non gradito 16%, mentre le forze di maggioranza unite assieme raccolgono il 32%. Il dato, per quanto squilibrato rispetto alle norme della par condicio, non si discosta in maniera eccessiva dagli standard a cui la televisione italiana ha abituato la popolazione; ciò che colpisce sono simili dati in periodo elettorale, quando l'analisi delle vittorie e delle sconfitte, le interviste ai segretari di partito ed i riposizionamenti strategici in funzione degli appuntamenti successivi la dovrebbero far da padrone.

Analizzando la suddivisione per telegiornale, si nota poi come le istituzioni siano state privilegiate su SkyTG24 e TG2; la maggioranza ha avuto i suoi maggiori spazi su RepTV30 e TG4 mentre l'opposizione ha ottenuto maggiore visibilità su MTV Flash e Studio Aperto.

Dati AGCom maggio 2012 aggregati per
area politico-culturale

Dati AGCom 2012 aggregati per
area politico-culturale

Passando all'analisi dei dati per area politico-elettorale, spicca in primo luogo l'altissimo valore ottenuto dalla voce "altro", competitiva per la prima volta con quelle delle aree codificate. Si tratta, naturalmente, dell'effetto generato dal successo elettorale del MoVimento 5 Stelle, non codificato con una voce propria e quindi inserito nel calderone delle voci residuali.
A fare le spese di questa crescita così violenta (oltre il 300%) è in primo luogo il centro moderato di Fini, Casini e Rutelli: anche in questo caso si tratta di un effetto delle votazioni, che hanno visto il Terzo Polo passare ad attore marginale della competizione elettorale italiana, invece che il tanto atteso ago della bilancia tra centrodestra e centrosinistra. Con appena il 4,5% il centro riesce a fare peggio del mese di aprile, in cui però quasi metà del tempo totale dei telegiornali era occupato dalla Lega Nord.
Proprio la destra di stampo leghista viene (assieme alle altre formazioni di area) ridimensionata al 16%, un valore comunque piuttosto alto in termini assoluti e in linea con quanto ottenuto nei primi tre mesi dell'anno: è difficile individuare quanto nel tempo dedicato alla Lega sia derivante dalla componente elettorale e quanto dalla componente scandali, solo le analisi dei prossimi mesi e la curva che esse individueranno permetterà di capire quanto gli strascichi degli scandali leghisti impatteranno nell'immagine del partito.
Il centrodestra ottiene il 26% del tempo complessivo, più alto del valore di aprile ma nettamente inferiore a quello dei primi tre mesi dell'anno: la sconfitta elettorale sicuramente si fa sentire in un simile, pessimo, risultato televisivo.
Il centrosinistra, dal canto suo, non arriva al 32%. Sicuramente un valore nettamente più alto di quello di aprile, ma inferiore a quello dei primi tre mesi dell'anno. Dopo la sproporzione tra tempo istituzionale e politico, la seconda anomalia di questo mese di maggio si rileva proprio nel tempo dedicato alle formazioni progressiste. Il centrosinistra, in termini di consenso e di amministrazioni conquistate, è sicuramente l'area politica vincitrice delle elezioni 2012. Questa vittoria, tuttavia, non si è riflessa in una maggiore presenza televisiva, schiacciata tra un centrodestra presente ben oltre i suoi risultati, e l'arrembante crescita del MoVimento 5 Stelle, trattato da tutti i media come il vero fenomeno elettorale e oggetto quindi di un tempo televisivo anch'esso sproporzionato rispetto al valore assoluto dei risultati elettorali.

A livello di singolo telegiornale, si nota come la Lega Nord sia rimasta un tema di primo piano soprattutto su Studio Aperto e TGLa7. Il centrodestra berlusconiano ha i maggiori tempi su RepTV24 e RaiNews24; considerando l'orientamento dominante di queste testate, si nota il tentativo sulle reti Mediaset di dare poca visibilità ai partiti sconfitti alle elezioni amministrative. Il centro trova maggiore spazio su TG2 e TG1, mentre il centrosinistra ha avuto le sue migliori prestazioni su RaiNews e TG1. Infine, il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto i risultati maggiori su Studio Aperto e RepTV30, dove ha superato il 25% del tempo politico.

Dati AGCom 2012

Scendendo nel dettaglio dei singoli partiti spiccano in primo luogo i risultati delle due formazioni principali: 13,80% al PdL e 11,13% al PD. Se per il primo si tratta del peggior risultato dell'anno ed è inserito all'interno di un trend discendente, per il secondo il valore è appena al di sopra della media dei primi cinque mesi dell'anno. La Lega appare in normalizzazione dopo l'exploit del mese scorso, mentre IdV e SEL ottengono risultati piuttosto buoni se inseriti nel loro storico annuale ma di scarso rilievo in termini assoluti.
Come già evidenziato da altre analisi, infine, spicca la voce dedicata agli altri partiti, ovvero al MoVimento 5 Stelle, che superando la Lega diventa terza voce politica dopo PdL e PD e quinta voce totale dei telegiornali italiani.

L'impressione che si ricava dai dati è quella di un mese normale: l'impatto elettorale si evince soltanto dal prepotente ingresso di Grillo nelle tabelle - sia pure non in maniera esplicita - e non, come sarebbe stato più logico attendersi, da un predominio della formazione che ha vinto le elezioni.
Parlare di un tentativo di marginalizzazione del centrosinistra a livello televisivo è forse esagerato, ma di fatto i numeri evidenziano come queste amministrative 2012 siano state di volta in volta evidenziate o messe in sordina con l'effetto - voluto o meno - di mettere in ombra il risultato ottenuto dall'ala progressista dello scacchiere politico.
Nei prossimi mesi le tanto attese primarie del centrosinistra in vista delle politiche - e lo strascico di discussioni che queste si porteranno dietro - permetteranno di comprendere se a livello mediatico vi sia veramente un tentativo di relegare i progressisti in secondo piano oppure se quanto avvenuto nel mese di maggio resterà un caso isolato.

giovedì 14 giugno 2012

Il PS alla conquista dell'Assemblea Nazionale

Valutazione post: 
L'Aula dell'Assemblea Nazionale


Il primo turno delle elezioni legislative francesi, tenutosi domenica 10 giugno 2012, ha rischiato forse di passare in sordina dopo il botto delle elezioni presidenziali del mese precedente che riconsegnavano la Francia alla gauche per la prima volta dall'era Mitterand.
Eppure il rinnovo dell'Assemblea Nazionale è un passaggio cruciale nella vita politica del Paese: l'indipendenza tra l'elezione del Presidente della Repubblica e quella dell'aula infatti consente la formazione di una maggioranza parlamentare di colore diverso rispetto al Presidente, costringendolo alla cosiddetta "coabitazione" e di fatto tarpandone le ali in termini di potere politico, slancio decisionista e possibilità di mettere in atto il suo programma.
Per quanto il fenomeno sia piuttosto raro - appena tre volte dal secondo dopoguerra ad oggi - ed i sondaggi lo indicassero come una probabilità remota in questa tornata 2012, l'importanza delle elezioni legislative francesi di quest'anno non ne deve uscire sminuita: l'ambizioso programma di Hollande, la sua sfida alla Merkel sulla direzione futura verso cui si incamminerà l'Europa ed il suo piano di riforme necessitano di un sostegno parlamentare ampio per poter essere messi in atto, sostegno parlamentare che può giungere solo da una netta affermazione, appunto, alle legislative.

Confronto elezioni legislative 2007 - elezioni legislative 2012

I dati che mettono a confronto il 2007 con il 2012 (quest'ultimo naturalmente limitato al primo turno) evidenziano la tendenza di progressivo svuotamento dell'elettorato dell'UMP già emersa con forza durante le elezioni presidenziali.
Rispetto alle consultazioni che hanno portato Hollande all'Eliseo si nota una minore concentrazione del voto intorno ai partiti maggiori, legata tanto ad un minore possibilità di richiamo al voto utile propria di questo tipo di elezione quanto ad una maggiore territorilità dell'elezione, più sensibile al carisma e al radicamento del candidato di turno che al mero simbolo del partito presente sulla scheda elettorale.

Pur con queste premesse il primo dato che emerge con forza è il crollo verticale dell'UMP, che perde oltre tre milioni di voti, il 12% dei consensi e lo status di primo partito del Paese. Il partito di Nicolas Sarkozy continua la sua parabola discendente lasciando voti sia all'astensione sia ad altre formazioni di destra; l'impopolare politica dell'ex-Presidente francese miete ancora effetti negativi sul consenso al partito, che in questo primo turno riesce ad eleggere appena 9 parlamentari contro i 98 della precedente legislatura.

Il principale partito che si ritrova a beneficiare del crollo dell'UMP è naturalmente il FN di Marine Le Pen, che schizza dal 4,29% del 2007 al 13,60%, incrementando i propri consensi di oltre due milioni e mezzo di voti. Per quanto roboante rispetto a cinque anni fa, il risultato raggiunto dal FN appare un po' in tono minore se confrontato con i dati, nettamente più alti, delle elezioni presidenziali. È proprio in casi come questo che tutte le differenze tra elezioni presidenziali e legislative emergono con forza: in assenza del carisma diretto della Le Pen, dovendo votare al contrario per notabili locali, il FN assume improvvisamente un appeal decisamente minore agli occhi dell'elettorato, pur costituendo un rifugio per moltissimi delusi dell'UMP.
Il FN, contrariamente a molte altre formazioni, non è un partito con un particolare radicamento territoriale; sebbene presenti come tutti differenti consensi in differenti regioni della Francia, non è direttamente riconducibile ad una particolare zona del Paese, non è egemone o maggioritario neppure nelle zone dove ottiene i risultati più alti. Solo così è possibile commentare il fatto che, malgrado la percentuale raggiunta, il FN non sia riuscito ad esprimere al primo turno nessun parlamentare, laddove formazioni con un risultato nazionale di gran lunga inferiore sono al contrario riuscite ad eleggere uno o più rappresentanti.

Spostanto lo sguardo a sinistra, il panorama cambia radicalmente: ad eccezione dei partiti di estrema sinistra crescono tutte le formazioni in lizza, tanto in termini percentuali quando, spesso, in numero di voti assoluti. Il FdG di Melenchon, così come il FN, cala rispetto alle elezioni presidenziali attestandosi intorno al 7% senza tuttavia riuscire ad eleggere candidati. I Verdi, anche in virtù di accordi con il PS che prevedevano il reciproco sostegno nei diversi collegi sul territorio francese, superano il milione e quattrocentomila voti aumentando di seicentomila unità il risultato del 2007 ed eleggendo un deputato al primo turno. Il PS, principale forza di centrosinistra del Paese, passa da 6.436.520 a 7.617.996 voti aumentando il proprio consenso percentuale di circa il 5%, diventando primo partito francese ed arrivando ad eleggere al primo turno ben 22 candidati contro l'unico eletto nel 2007.

Su tutto domina il valore della partecipazione al voto, così importante nel sistema elettorale francese, in calo rispetto al 2007. Se la diminuzione dei voti è stata tutto sommato modesta (circa 200.000 unità), a livello percentuale la diminuzione è stata nettamente più sensibile, con un passaggio dal 60,42% al 57,23%. La discrepanza tra il dato assoluto e quello relativo è dovuta all'ampio incremento degli aventi diritto al voto intercorso tra i due appuntamenti elettorali, che ha in qualche modo parzialmente mascherato una disaffezione politica che inizia a diventare preoccupante nel Paese transalpino.


Candidati eletti al primo turno
alle elezioni legislative 2012


Un dato di primaria importanza di queste elezioni legislative 2012, tuttavia, è il numero piuttosto ridotto di candidati eletti al primo turno rispetto alle elezioni 2007; in quel caso, infatti, furono 110 i deputati che si assicurarono il seggio al primo turno di votazione, mentre quest'anno sono scesi a 36.
La minore affluenza alle urne, la maggiore frammentazione dell'offerta politica e soprattutto il travaso di voti dall'UMP al FN hanno reso progressivamente più complesso per un singolo candidato il raggiungimento della soglia necessaria per l'elezione al primo turno, rendendo necessario nella stragrande maggioranza dei casi il ballottaggio.
Nel sistema elettorale francese, i ballottaggi si tengono nel caso non vi sia un candidato in grado di ottenere la maggioranza assoluta dei voti; possono accedere al ballottaggio tutti i candidati che abbiano ottenuto almeno il 12,5% delle preferenze calcolate sul numero degli iscritti alla votazione, per un minimo comunque di due candidati se non ve ne sono a sufficienza in possesso di tale requisito. Il ballottaggio alla francese, quindi, non è necessariamente limitato a due competitor, ma prevede talvolta anche scontri a tre o addirittura a quattro.

Il sistema maggioritario, inoltre, rende in qualche modo meno accurata un'analisi elettorale basata sul sistema nazionale che non sia in grado di entrare nel dettaglio delle prestazioni territoriali. Ben più delle mere percentuali di voto, quindi, diventa interessante misurare il numero di deputati eletti ed i candidati che andranno a partecipare al ballottaggio.

Risultati elezioni legislative 2012
(dettaglio per dipartimento)

La tabella che dettaglia i risultati del primo turno delle legislative evidenzia una serie di tematiche piuttosto interessanti: oltre ad una fisiologica variazione delle circoscrizioni per dipartimento dovuta al naturale andamento demografico del Paese, emergono due punti salienti dal lato prettamente elettorale.
In primo luogo si evidenzia una maggiore dispersione del voto rispetto al 2007, con un maggior numero di partiti coinvolti nei ballottaggi e in generale con un allentamento dell'egemonia dei due partiti maggiori. In particolare, il crollo dell'UMP ed il conseguente incremento del FN ha portato le due forze di destra a farsi una concorrenza reciproca molto forte in questo primo turno di votazione, permettendo alla formazione della Le Pen di entrare in molti ballottaggi. A sinistra, la nascita di un partito strutturato come il FG ha generato risultati simili, in virtù non già di un calo del PS (anzi in aumento) ma della coagulazione sotto un'unica bandiera di candidati e voti precedentemente dispersi in mille gruppuscoli.
Il secondo punto saliente è il netto spostamento verso sinistra dell'elettorato francese: proprio confrontando dipartimento per dipartimento i dati del primo turno si nota come ovunque sul territorio nazionale il centrodestra governativo dell'UMP sia in arretramento, andando ai ballottaggi dove aveva conquistato il seggio al primo turno nel 2007 o arrivando dietro al PS laddove cinque anni fa era davanti; il PS si conferma in avanzamento in maniera generalizzata in tutto il Paese, incrementando il vantaggio dove era già avanti, sorpassando l'UMP in molti dipartimenti e riducendo comunque il gap con l'UMP nelle storiche roccaforti della destra in Alsazia o nel sud-est.
È da notare che l'elettorato francese ha premiato non tanto la sinistra in senso generale quanto proprio il PS: laddove, per accordi di legislatura, i candidati socialisti hanno lasciato spazio agli alleati dei Verdi o ad altri esponenti indipendenti di sinistra, le forze progressiste hanno ottenuto risultati mediamente peggiori rispetto ai casi in cui il PS si è presentato in prima persona alla competizione elettorale.

Ballottaggi previsti
per il secondo turno delle
elezioni legislative 2012

La tabella dei ballottaggio evidenzia gli scontri che avverranno al secondo turno, evidenziando non solo i partiti coinvolti ma anche l'ordine in cui si sono posizionati al primo turno. Come si può vedere la grande maggioranza degli scontri riguarda PS e UMP, con i socialisti nettamente avvantaggiati sui moderati. Non mancano però nutrite delegazioni di candidati dei partiti minori, sia per ragioni di alleanze (come ad esempio i Verdi) o perché espressione di particolari condizioni locali (come i regionalisti in Corsica).
Sulla base di questi dati è possibile eseguire una rapida stima di quelli che potranno essere i risultati finali. Ipotizzando infatti una vittoria al ballottaggio della formazione in vantaggio al primo turno e sommandoli ai seggi già conquistati si otterrebbe, dall'estrema sinistra all'estrema destra:
  • FG: 0 + 9 = 9
  • PS: 22 + 262 = 284
  • RDG: 1 + 8 = 9
  • DVG: 1 + 14 = 15
  • VEC: 1 + 8 = 9
  • REG: 0 + 4 = 4
  • CEN: 0 + 1 = 1
  • ALLI: 0 + 1 = 1
  • PRV: 0 + 5 = 5
  • NCE: 1 + 14 = 15
  • UMP: 9 + 203 = 212
  • DVD: 1 + 7 = 8
  • FN: 0 + 5 = 5
Per avere la maggioranza all'Assemblea Nazionale, composta da 577 membri, occorrono 289 seggi. Il PS si troverebbe poco al di sotto della soglia per raggiungere in maniera autonoma un simile risultato, che già verrebbe raggiunto conteggiandi gli alleati verdi o il FG o gli indipendenti di sinistra.
In realtà, tuttavia, l'analisi dei ballottaggi del 2007 ha dimostrato come il centrosinistra francese riesca storicamente ad avere prestazioni nettamente migliori del centrodestra al secondo turno, non subendo mai dei recuperi ove in vantaggio e anzi riuscendo spesso ad eseguire sorpassi sul centrodestra anche partendo da una decina di punti di svantaggio.
Questi numeri, quindi, costituiscono un limite soltanto minimale per quelle che possono essere le aspettative del centrosinistra e del PS in particolare, partito che potrebbe tranquillamente sfondare il muro dei 300 deputati, che garantirebbe una solida maggioranza in Parlamento.
Osservando infatti il numero totale di ballottaggi in cui è coinvolto il PS (a volte contro altre formazioni di sinistra), si nota come i socialisti siano coinvolti in 421 scontri, cosa che porterebbe il limite teorico di eletti a 443. Naturalmente sarà impossibile raggiungere un simile risultato, ma si vede in maniera piuttosto chiara considerate le capacità di recupero della sinistra al secondo turno come la soglia dei 300 deputati sia ampiamente nelle corde del PS.

L'ultimo punto notevole di questi ballottaggi sono le numerose casistiche in cui i neofascisti del FN sono arrivati al secondo turno: oltre ai cinque casi in cui arrivano come formazione vincente del primo round, infatti, sono presenti in altri 53 scontri: il netto spostamento di voti dall'UMP al FN rischia di portare per la prima volta all'Assemblea Nazionale membri del partito di estrema destra.
Nell'era del ritorno della gauche, succede anche questo.

giovedì 7 giugno 2012

5 Stelle, analisi di un successo (III parte)

Valutazione post: 
Alvise Maniero (M5S) e Federico Pizzarotti (M5S)

La prima parte dell'articolo (Sarego e Budrio) è disponibile a questo link.
La seconda parte dell'articolo (Comacchio e Garbagnate Milanese) è disponibile a questo link.

Risultato delle elezioni
amministrative 2012 a Mira (VE)

Il comune di Mira è sempre stato, storicamente, orientato a sinistra. Non solo a livello di amministrazione comunale, ma anche in competizioni di diverso livello Mira si è sempre comportante in maniera sensibilmente difforme dal resto del Veneto verdeazzurro. Solo per ripercorrere gli ultimi appuntamenti elettorali, a Mira Veltroni vinse su Berlusconi alle elezioni politiche 2008, Zoggia sconfisse Zaccariotto alle elezioni provinciali 2009 (Mira I e Mira II), il centrosinistra arrivò in vantaggio alle elezioni europee 2009 e persino Bortolussi vinse sul popolarissimo Zaia alle elezioni regionali 2010.
La lunga tradizione di sinistra di Mira si è spezzata in questa tornata amministrativa 2012, e non già contro il centrodestra, bensì contro il MoVimento 5 Stelle ed il suo candidato, Alvise Maniero, nuovo sindaco della cittadina lagunare. Il caso di studio offerto dalla città veneta diventa quindi particolarmente interessante, in quanto si tratta del solo caso in cui l'amministrazione uscente non era di centrodestra.

Osservando l'andamento del voto, in particolare con riferimento alle elezioni 2007, si può osservare come il centrosinistra al primo turno abbia subito un arretramento più forte che in altre realtà, arretramento solo in parte mascherato dall'ingresso in coalizione dell'UdC di Casini. Le liste a sostegno di Carpinetti passano infatti dal 47% (49% con l'UdC) al 44%, mentre i voti al candidato sindaco scendono dal 44% al 43%. Un risultato tutto sommato simile, ma che denota un logoramento della coalizione al governo cittadino che, a conti fatti, si dimostrerà fatale. Queste prestazioni in fondo deludenti trovano conferma nella prestazione del Partito Democratico, perno dell'alleanza di centrosinistra, che a Mira perde terreno non solo in termini di voti, ma anche come consenso percentuale (-3%).
Dal canto suo, il centrodestra si polverizza letteralmente con quattro candidature, una PdL, una Lega e due civiche tra cui quella di Vanna Baldan, candidato sindaco nel 2007. Sommando i voti di tutte le liste di centrodestra si ottiene un modesto 25%, un risultato pesantemente inferiore al 36% ottenuto nel 2007. Molto meglio va per i candidati, che si attestano in totale al 25% solo un punto sotto il risultato della Baldan nel 2007; come si vede, però, la lettura del risultato dipende solo dalla pessima prestazione personale della Baldan alle precedenti amministrative.
Nel 2007 completavano il quadro la candidatura centrista di Marcato, capace di raggranellare un eccellente 20%, ed una serie di civiche in grado di arrivare insieme all'8%. Nel 2012 lo scenario vede invece solo due civiche in grado comunque di arrivare al 14% delle preferenze.

È in questo scenario che si deve collocare il risultato del MoVimento 5 Stelle, capace di arrivare al 17,5% sia come formazione sia - con appena qualche decimale in meno - come candidato. Un valore di tutto rispetto, che complice la frammentazione del centrodestra consentiva alla formazione grillina di arrivare al secondo turno; un valore, considerati i movimenti delle altre liste, proveniente eminentemente dalle rovine del centrodestra, che se pure non al governo cittadino anche a Mira risente del difficilissimo momento nazionale.

Tra il primo turno di votazioni ed il ballottaggio il numero di voti validi è sceso di circa 3.000 unità; a fronte di questo dato il candidato di centrosinistra Carpinetti ha visto il proprio consenso scendere da 7.848 voti a 7.334, una perdita secca che evidenzia un flusso in uscita - in prevalenza verso l'astensione - non compensato da ingressi provenienti da altre formazioni.
Al contrario Maniero del M5S passa da 3.169 voti a 8.102, surclassando il proprio avversario e vincendo dunque la competizione elettorale. La chiave della vittoria di Maniero si trova proprio nella capacità di essere riuscito ad attrarre voti in maniera trasversale ben oltre lo schieramento che lo aveva sostenuto al primo turno. La forte astensione tra primo e secondo turno impedisce, a meno di analisi dal valore comunque statistico, di cogliere se Maniero abbia potuto anche contare su votanti che al primo turno non si erano recati alle urne; in ogni caso ha saputo attrarre a sé le preferenze tanto del centrodestra e del centro quanto delle liste civiche, arrivando così allo storico risultato di far cambiare colore, per la prima volta nella storia repubblicana, al comune di Mira.

Contrariamente ad altre realtà, non vi sono stati casus belli dal punto di vista amministrativo che abbiano avvantaggiato il MoVimento 5 Stelle, come nel caso delle centrali a biomasse di Budrio o gli scandali di Comacchio o Parma. Il centrosinistra, semplicemente, è a Mira formazione di maggioranza relativa, finora vincente a causa della forte polarizzazione tra destra e sinistra che in qualche modo congelava i blocchi elettorali; l'introduzione di un terzo componente estraneo a questa logica, in ogni caso credibile nella sua proposta elettorale, non considerato a causa della sua giovane storia come avversario - e quindi invotabile - e anzi utilizzabile come grimaldello per scardinare l'odiata formazione avversa è stato il fattore destabilizzante che in ultima analisi ha generato questo avvicendamento ai vertici comunali.

Risultato delle elezioni
amministrative 2012 a Parma (PM)

Parma senza alcun dubbio, per le sue dimensioni, per il suo status di capoluogo di provincia e per l'attenzione mediatica che ha calamitato, è il fiore all'occhiello delle amministrative del MoVimento 5 Stelle.
Un'analisi approfondita sul risultato elettorale di Parma è disponibile a questo link, in questo articolo verranno ripresi gli aspetti più salienti che hanno condotto alla vittoria del MoVimento 5 Stelle.

Dopo un governo di centrodestra lungo tre mandati, i grillini hanno privato il centrosinistra di una clamorosa reconquista imponendosi con una percentuale notevole al ballottaggio, dove Federico Pizzarotti ha rifilato un pesante 60-40 al candidato del PD Vincenzo Bernazzoli.
Dal punto di vista prettamente elettorale, il centrodestra si spacca in quattro candidati rispetto ai tre del 2007, restando al di sotto del 20% contro il 50% della precedente tornata amministrativa: una perdita secca di circa il 30% delle preferenze che lascia intendere come gli elettori abbiano pesantemente punito l'amministrazione Vignali, costellata di scandali e caratterizzata da un bilancio sull'orlo del fallimento economico.
Dal canto suo, il centrosinistra avanza nettamente rispetto al 2007 sfiorando il 45% in termini di candidature ed il 48% come liste; è tuttavia da notare la pessima prestazione del principale candidato dell'area, Bernazzoli, che con il 39% al primo turno si posizionava ben quattro punti al di sotto delle liste in suo appoggio.
A parte una modesta lista civica con risultati marginali, il resto dello scenario era occupato dal MoVimento 5 Stelle, in grado di raggranellare poco meno del 20%; è da rilevare il fatto che Pizzarotti, candidato del M5S, è riuscito da solo a superare la somma di tutti e quattro i candidati di area centrodestra, sia pure di pochi decimali; contrariamente ad altre realtà, quindi, a Parma il MoVimento 5 Stelle non ha avuto bisogno di approfittare delle divisioni del centrodestra per arrivare al ballottaggio.

Il secondo turno non può essere definito diversamente da una cavalcata trionfale di Pizzarotti. Il candidato del MoVimento 5 Stelle è riuscito a coalizzare intorno alla propria figura tutti coloro che non avevano votato Bernazzoli al primo turno, arrivando ad imporsi con oltre il 60% delle preferenze. Considerate le dimensioni di Parma e la sua conseguente divisione in circoscrizioni, è in questo caso anche l'analisi geografica a mostrare come il voto di Pizzarotti al ballottaggio non ricalchi la sua prestazione al primo turno, ma al contrario sia pressoché identica - naturalmente in negativo - ai risultati ottenuti da Bernazzoli.

Nel caso di Parma il MoVimento 5 Stelle ha avuto gioco facile nel cavalcare l'onda lunga di due proteste su temi popolari e sensibili: il primo, naturalmente, riguarda il dissesto finanziario lasciato dalla giunta Vignali, che ha portato la città sull'orlo del fallimento con un debito di oltre seicento milinoi di euro. Dall'altro, il contestatissimo progetto di inceneritore di cui Bernazzoli, candidato del centrosinistra, si era fatto alfiere.

Correlazione tra il voto a Pizzarotti al primo turno,
il voto a candidati diversi da Bernazzoli al primo turno
e il voto a Pizzarotti al secondo turno

L'analisi e lo studio dei casi di maggior successo del MoVimento 5 Stelle alle amministrative 2012 rivela quindi quali siano gli scenari che hanno consentito al giovane partito grillino di lottare alla pari con formazioni ben più rodate e blasonate.
  • La presenza di tematiche locali di grande impatto: i dissesti finanziari di Comacchio e Parma, le centrali a biomasse di Budrio, l'inceneritore ancora a Parma hanno fatto montare una protesta anti-casta di cui solo il MoVimento 5 Stelle ha saputo rendersi interprete. In particolare nel caso di Parma, con la vittoria di bernazzoli alle primarie del centrosinsitra il fronte anti-inceneritore ha avuto in Pizzarotti l'unico referente credibile nella competizione elettorale.
  • La crisi e la frammentazione del centrodestra: spesso il MoVimento 5 Stelle è riuscito ad approdare al ballottaggio sfruttando la debolezza del centrodestra, prostrato dalla disaffezione degli elettori del PdL dopo la caduta del Governo Berlusconi IV e dagli scandali che hanno travolto la Lega Nord
  • L'estraneità alla contrapposizione destra-sinistra: si può ben dire che il MoVimento 5 Stelle sia riuscito nel compito che il Terzo Polo si era proposto, fallendo miseramente, ovvero offrire un'alternativa di amministrazione credibile alla dicotomia destra-sinistra in cui il Paese è congelato praticamente dal dopoguerra. La giovinezza del partito e la sua politica di corse in solitaria senza associazioni né a destra né a sinistra hanno reso il MoVimento 5 Stelle votabile da elettori di destra desiderosi di non vedere la sinistra al potere (non si sono verificati casi opposti alle amministrative 2012, ma con ogni probabilità lo scenario sarebbe stato lo stesso); nel comune sentire politico il MoVimento non è ancora sufficientemente "politicizzato" per essere visto come formazione avversa dagli elettorati degli altri partiti, e sfruttando questo particolare fenomeno i candidati grillini sono riusciti a fare incetta di voti ai ballottaggi ben oltre i risultati ottenuti al primo turno.
Sarà certamente difficile che simili condizioni si possano ripresentare in futuro: il centrodestra in effetti è arrivato a questo appuntamento elettorale forse nelle sue condizioni peggiori, ma è prevedibile una sua riorganizzazione in uno o due tronconi - uno più moderato ed uno più estremo - in grado di arginare l'attuale emorragia di voti; inoltre, lo shock delle vittorie elettorali alle amministrative ed i ruoli di governo assunti dal MoVimento 5 Stelle dovrebbero essere in grado di trasformare l'ottica bipolare che ha condizionato la politica negli ultimi vent'anni in una almeno tripolare, congelando non tanto i flussi di voto in uscita e in entrata da una coalizione all'altra, quanto piuttosto quel meccanismo di seconda preferenza indiretta che tanto ha avvantaggiato il M5S in queste elezioni amministrative.

Si può quindi dire che sulla spinta di condizioni irripetibili il MoVimento 5 Stelle abbia toccato il suo punto più alto?
Sicuramente no: il partito è in rapida ascesa in tutti i sondaggi, e potrebbe essere spinto ancora più in alto se saprà fornire nelle città dove ora governa esempi di amministrazione virtuosa ed efficace.
Tuttavia le vittorie future, se verranno, dovranno avere caratteristiche differenti da quelle attuali: non ci sarà sempre un centrodestra pronto a riversare i propri voti sul M5S pur di non far vincere la sinistra, e viceversa. Il MoVimento deve fare quel salto di qualità e deve mostrare quell'ambizione necessaria ad aspirare a posizioni di governo solo con le proprie forze, senza aiuti esterni, con una sorta di quella vocazione maggioritaria tanto cara a Veltroni.
Se non sarà così il futuro del M5S sarà semplicemente quello di un partito medio, al di sopra di quella linea di galleggiamento che significa contare qualcosa nella politica nazionale ma sicuramente ben lontano dagli obiettivi che oggi si propone e che stanno facendo sognare così tanti Italiani.

martedì 5 giugno 2012

5 Stelle, analisi di un successo (II parte)

Valutazione post: 
Marco Fabbri (M5S) e Matteo Afker (M5S)

La prima parte dell'articolo (Sarego e Budrio) è disponibile a questo link.

Risultato delle elezioni
amministrative 2012 a Comacchio (FE)

La città di Comacchio, la piccola Venezia del ferrarese, già da subito presenta una importante anomalia rispetto a molti altri comuni al voto che la rende unica tra i casi presi in esame: si tratta infatti di un Comune arrivato ad elezioni anticipate dopo la caduta dell'amministrazione Carli nel novembre 2011.

Nelle elezioni comunali del 28 marzo 2010 il centrodestra ottenne un risultato di portata storica sconfiggendo il centrosinistra al ballottaggio e portando a destra il comune del ferrarese per la prima volta nella storia repubblicana, dopo che il centrosinistra nelle elezioni 2005 aveva stravinto con oltre il 60%.
Mentre il centrosinistra si leccava le ferite e pensava a come riproporsi tra i cittadini, la coalizione berlusconiana al governo sprecava un'occasione forse irripetibile tra sprechi di denaro e scandali, dilapidando il proprio credito fino a crollare e costringere la città al commissariamento.

Alle elezioni 2012 entrambe le coalizioni principali arrivavano piuttosto indebolite, il centrodestra da un'esperienza di governo tutt'altro che esaltante e con la divisione tra PdL e Lega Nord, il centrosinistra capace solo di proporre la candidatura di Pierotti, il dissidente che correndo in autonomia nel 2010 fu una delle cause della vittoria della coalizione berlusconiana. Per di più l'assenza di primarie e l'alleanza con l'UdC avevano generato una scissione nella coalizione con IdV, SEL e FdS che si sono presentati sostenendo la candidatura di Fabio Cavallari in aperta ostilità con il centrosinistra ufficiale di Pierotti.

I dati elettorali del primo turno mostrano una serie di tendenze comuni con il resto del Paese: in primo luogo appare con evidenza il crollo del centrodestra, passato dal 41% del 2010 al 20% del 2012: una perdita secca del 50% dei consensi, con un PdL ridotto a meno della metà dei valori di due anni fa ed una lega che dal 9% passa al 5%.
Anche il centrosinistra arretra: considerando i dati di Cicognani e Pierotti del 2010, e confrontandoli con quelli di Pierotti e Cavallari del 2012, si vede un passaggio dal 51% al 48% in termini di candidati e dal 52% al 50% in termini di liste. Il centrosinistra nel suo complesso riesce a tenersi sul filo della maggioranza assoluta degli elettori, ma la divisione tra l'ala moderata e quella radicale sarà una delle chiavi della vittoria del MoVimento 5 Stelle.
La misura della sfiducia verso le coalizioni storiche della politica italiana può essere misurata da un lato osservando l'ottimo risultato del MoVimento 5 Stelle, che supera il 20% e con un candidato in grado di agguantare il 22%, e al tempo stesso con la presenza di una lista civica di largo successo con una lista civica in grado - malgrado un M5S così forte - di arrivare alla soglia della doppia cifra.

A fronte di un centrosinistra in calo di un paio di punti percentuale, di un candidato civico in grado da solo di fare meglio di tutti quelli presentatisi nel 2010, e di un'affluenza in diminuazione, è evidente come buona parte dei voti del M5S abbia il centrodestra come bacino di provenienza, anche se andrebbe ricordato come nel 2010 vi fu un netto spostamento da centrosinistra a centrodestra delle preferenze degli elettori, quindi l'attuale passaggio da cdx a M5S non dovrebbe riguardare tanto lo zoccolo duro berlusconiano o leghista quanto piuttosto un elettorato più ondivago, che già nella precedente elezione aveva dato segno di grande mobilità.

Tra il primo turno ed il ballottaggio il numero dei voti validi è calato appena di 100 unità, e proprio per questa estrema somiglianza tra le due sessioni della votazione, il caso di Comacchio risulta estremamente utile per comprendere le dinamiche elettorali che hanno portato alla vittoria Fabbri, il candidato del MoVimento 5 Stelle.
Il candidato del centrosinistra perde tra il primo ed il secondo turno 600 voti: questo significa che non solo Pierini non è stato in grado di attrarre alcun consenso al di fuori della coalizione che lo aveva sostenuto al primo turno - in special modo tra gli elettori di Cavallari - ma che è riuscito a dilapirare oltre il 10% del proprio consenso, in particolare verso l'astensione.
Al contrario Marco Fabbri di triplicare le preferenze ottenute al primo turno, superando persino la somma di tutti coloro che non avevano votato Pierini al primo turno: questo significa che non è da trascurare un flusso persino tra Pierini e Fabbri tra il primo ed il secondo turno, probabilmente derivante da coloro che votavano centrosinistra solo perché coalizione più accreditata per battere la destra al governo cittadino.

A Comacchio si ripropongono le tematiche che caratterizzano i successi del MoVimento 5 Stelle, polemiche sorte in questo caso per una pessima gestione della macchina comunale, e la coalizione in vantaggio al primo turno divisa in due. A differena che altrove, tuttavia, la debolezza tanto del centrosinistra (che anche unito non avrebbe superato la maggioranza assoluta dei voti) quanto del suo candidato (incapace di attrarre al ballottaggio persino i voti dell'altra lista di centrosinistra) hanno permesso al M5S di insediarsi alla guida della cittadina ferrarese.

Risultato delle elezioni
amministrative a Garbagnate Milanese (MI)

Tra le regioni in cui il MoVimento 5 Stelle raccoglie i suoi migliori risultati non spicca certo la Lombardia: le percentuali raccolte dai grillini in questa regione sono nettamente inferiori a quelle che ottiene in Piemonte, Veneto ed Emilia, probabilmente per un maggior conservatorismo dell'elettorato lombardo che esita ad affidarsi a forse portatrici di un messaggio di rottura così dirompente.
Malgrado l'elevato numero di comuni al voto rispetto alle altre regioni del Nord, quindi, non deve stupire come solo in un caso, a Garbagnate Milanese, il M5S sia riuscito a raggiungere il ballottaggio.

Così come nella maggior parte dei casi presi in esame, l'amministrazione uscente era di centrodestra. Contrariamente a quanto la geografia lascerebbe intendere, a Garbgnate la coalizione berlusconiana non aveva trionfato con percentuali bulgare: si era al contrario reso necessario il secondo turno di votazione prima che Marone, candidato del centrodestra, potesse avere ragione - di appena due punti - della Zoppé, esponente del centrosinistra.
Anche nel 2012 si è reso necessario il secondo turno, ma questa volta con protagonisti differenti. Il quadro politico già complesso del 2007 è risultato in questa tornata elettorale ancora più ingarbugliato, con PdL, Lega e UdC spaccati su tre candidature differenti, un candidato ancora diverso per l'ApI in fuga dal centrosinistra e due candidature a sinistra oltre a quella ufficiale di Pier Mauro Pioli.
A completare il quadro il M5S e ben tre candidature civiche.

Il centrodestra è apparso in calo ovunque, e Garbagnate non ha fatto certamente eccezione: -24% per il PdL rispetto alla somma di FI e AN, mentre la Lega Nord appare in controtendenza rispetto al dato nazionale e guadagna il 4%. Nel complesso i candidati di centrodestra (comprensivo di UdC) non raggiungono sommati il 30%, laddove il solo Marone nel 2007 arrivava al 44%. Un calo senza dubbio importante, accentuato ancora di più dalla frammentazione politica che ha condotto i partiti della ex-coalizione berlusconiana a presentarsi in ordine sparso.
A sinistra, invece, si nota in primo luogo l'avanzata del PD (+6%) che supplisce al risultato non proprio esaltante degli altri partiti della coalizione e che spinge Pioli oltre il 40%. Contando le altre candidature di centrosinistra e quella dell'ApI si ottiene un ottimo 49%, circa il 7% sopra il risultato del 2007.

A Garbagnate il MoVimento 5 Stelle arrivava al ballottaggio in maniera un po' rocambolesca: il partito prendeva infatti il 10,34%, mentre le liste a sostegno di Soleo, candidato PdL, arrivavano al 10,79%; nel voto diretto ai candidati, tuttavia, Matteo Afker del M5S superava Soleo per 10,68% a 10,00%; la pessima prestazione del candidato del centrodestra rispetto alle liste in suo sostegno, il suo deficit in termini di carisma e appeal spianavano quindi la strada - per appena 86 voti - del ballottaggio per il MoVimento 5 Stelle.

Rispetto ad altre città che hanno visto il M5S protagonista, quindi, a Garbagnate la conquista del ballottaggio è stata ottenuta in maniera quasi fortuita, e con un risultato che effettivamente non è paragonabile agli altri casi in esame.
Proprio per questa ragione lo studio del ballottaggio permette di esaminare la portata dei flussi di voto alla formazione grillina negli scontri a due.

Tra il primo ed il secondo turno, e questo è il primo dato peculiare, l'affluenza è calata considerevolmente, da 12.600 voti validi ad appena 10.000. All'interno di questo scenario il candidato del centrosinistra ha visto assottigliarsi le proprie preferenze di circa 500 unità, mentre Afker del M5S è riuscito quasi a quadruplicare il risultato del primo turno. Un recupero imponente, ma non sufficiente a vincere.
Il risultato finale, 52% per il centrosinistra e 48% per il M5S, è sicuramente sproporzionato rispetto al 44% a 11% del primo turno, ed evidenzia come anche a Garbagnate il candidato grillino abbia avuto il supporto di tutte le forze politiche non favorevoli a Pioli anche all'interno dello stesso solco ideologico di centrosinistra. Rispetto ad altre realtà, tuttavia, la maggiore astensione ha indicato un minor grado di fiducia verso la formazione grillina e la candidatura di Afker, impedendole di concludere con successo una rimonta impossibile.


Nella terza parte dell'articolo verranno esaminati i casi di Mira e Parma.

sabato 2 giugno 2012

5 Stelle, analisi di un successo (I parte)

Valutazione post: 
Roberto Castiglion (M5S) e Antonio Giacon (M5S)

MoVimento 5 Stelle in rapida ascesa, MoVimento 5 Stelle secondo partito nei sondaggi nazionali, MoVimento 5 Stelle indiscusso protagonista delle elezioni politiche 2013.

Le elezioni amministrative del 2012 - ed in particolare la vittoria di Parma - sono state un trampolino di lancio fenomenale per il movimento fondato da Grillo, tanto più efficace in quanto i risultati che hanno consacrato il MoVimento tra i big della politica nazionale erano in larga parte inaspettati tanto nella loro effettiva realizzazione, quanto nelle dimensioni.

Oggi il MoVimento 5 Stelle governa in quattro Comuni italiani, due emiliani (Parma, capoluogo dell'omonima provincia, e Comacchio in provincia di Ferrara) e due veneti (Mira in provincia di Venezia e Sarego in provincia di Vicenza), mentre in altri due (Budrio in provincia di Bologna e Garbagnate Milanese in provincia di Milano) è arrivato al ballottaggio senza però giungere all'espressione del sindaco.
Lo studio dei casi di maggior successo del M5S è quindi uno dei mezzi più efficaci per comprendere in quale ambiente sociale e politico fa meglio presa il messaggio "grillino", quale può considerarsi il suo elettorato di riferimento e attraverso quali meccaniche riesce ad attrarre un consenso fino a poche settimane fa assolutamente impensabile.

Esaminando i sei casi poc'anzi elencati, emergono da subito alcuni elementi salienti: con l'eccezione di Sarego, si tratta sempre di comuni al di sopra dei 15.000 abitanti e in cui l'eventuale vittoria si è verificata al turno di ballottaggio; in tutti questi casi, inoltre, il secondo turno è stato combattuto contro un esponente del centrosinistra ed in tutti questi casi il MoVimento 5 Stelle si approcciava al secondo turno dalla seconda posizione in termini di voti ricevuti al primo turno di votazione.

In questa prima parte dell'articolo verranno presi in esame i casi di Sarego e di Budrio.

Risultato delle elezioni
amministrative 2012 a Sarego (VI)

Il caso di Sarego è forse il più particolare tra tutti quelli dove il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto prestazioni significative: sono infatti molte le peculiarità dal punto di vista prettamente elettorale che contraddistinguono il piccolo comune vicentino dagli altri oggetto di analisi.
In primo luogo, naturalmente, le dimensioni: si tratta del solo comune in lista al di sotto dei 15.000 abitanti e quindi con un'elezione a turno unico. Lungi dall'essere un demerito per la prestazione del MoVimento 5 Stelle, si tratta al contrario di un punto a favore, in quanto sono esclusi in questi casi tutti quei giochi di apparentamenti che contraddistinguono le corse a due e svincolano in qualche modo il risultato finale dal reale consenso di un partito. A Sarego il MoVimento 5 Stelle è maggioranza, sia pure relativa, sia pure di una manciata di voti.
Sempre limitando l'analisi al dato puramente elettorale, si nota inoltre la mancanza di una chiara lista di centrosinistra: da un lato infatti i candidati di Lega Nord e Liga Veneta correvano apertamente sotto i loro simboli, mentre Salvagnini e Faedo - secondo per appena 20 voti - sono più che altro espressione di un centro moderato.

Tuttavia, pur con le sue piccole dimensioni, Sarego è un comune per certi versi strategico e dall'alto valore simbolico: è qui, infatti, che dal 2012 ha sede e viene riunito il cosidetto Parlamento della Padania, l'assemblea di tutti gli eletti della Lega Nord.
Una vittoria grillina a Sarego, pertanto, ha un elevato significato dal punto di vista mediatico e di immagine, un incrocio di destini per un movimento di popolo giunto - pare - alla sua fase terminale ed un nuovo movimento di popolo invece in rapida ascesa.

La presenza del Parlamento della Padania, tuttavia, non è certamente una causa dirimente per la vittoria del MoVimento 5 Stelle, anche se psicologicamente può essere stata una spinta nella ricerca dell'alternativa più radicale possibile all'immagine di luogo-simbolo della Lega Nord.
A Sarego il MoVimento 5 Stelle è diventato prima forza politica sfruttando da un lato la disfatta della Lega Nord, che perde i due terzi dei voti, e dall'altro la divisione del centro in due liste civiche concorrenti, che se sommate avrebbero potuto replicare il risultato nel 2007 e mantenere lo status quo in città.
Il MoVimento 5 Stelle ha saputo quindi raccogliere consensi tra i delusi della Lega Nord e convogliare il voto delle liste civiche, ma questo pur encomiabile risultato non sarebbe stato sufficiente se le liste civiche di centro si fossero presentate unite. Di eccezionale nella prestazione del partito di Beppe Grillo c'è l'elevatissima percentuale raggiunta, ma la conquista della carica di sindaco pare espressamente dovuta più alle divisioni nel principale schieramento avversario che per una effettiva conquista del suo elettorato.

Risultato delle elezioni
amministrative 2012 a Budrio (BO)

Budrio, cittadina a poca distanza da Bologna, risponde perfettamente all'archetipo della "roccaforte rossa": un'ininterrotta tradizione PCI-PDS-DS-PD, elezioni 2007 vinte al primo turno con un margine di tutta sicurezza... sebbene al MoVimento 5 Stelle non sia riuscito il ribaltone, l'aver costretto il PD al ballottaggio in questo comune emiliano è senza dubbio un risultato di grande portata per la giovane formazione grillina.

A livello puramente elettorale, si nota come rispetto al 2007 vi sia stata una maggiore frammentazione delle forze politiche: da un trittico centrodestra - centro - centrosinistra si è infatti passati a due candidati di centrodestra, uno di centro, due di centrosinistra (uno ufficiale ed un civico di estrazione socialista), un civico ed uno per il MoVimento 5 Stelle.
Esaminando la distribuzione dei voti al primo turno, in particolare confrontando i dati con le precedenti amministrative, è possibile osservare come centrodestra e centrosinistra appaiano entrambi in contrazione; ma mentre la somma dei voti di Perini e Mazzanti si attesta appena un paio di punti al di sotto della prestazione di Castelli di cinque anni prima, il centrodestra perde circa il 20% dei voti rispetto al 2007, franando ad un modesto 15%. Di questi arretramenti non ne approfittano il centro, che resta comunque marginale, e la candidatura civica di Rinaldi, che si ferma sotto il punto percentuale.
Anche senza scendere nel dettaglio dei flussi di voto, il fatto che il risultato del M5S corrisponda quasi esattamente alla perdita secca dei voti del centrodestra lascia capire come molti dei voti di cui ha beneficiato il grillino Giacon fossero preferenze che nel 2007 appartenevano al bacino berlusconiano; chiaramente sarebbe errato ritenere che questa corrispondenza sia valida in toto: movimenti minori da e verso altre coalizioni e soprattutto l'astensionismo sono fattori da non poter essere sottovalutati, ma è chiaro che vi è un legame tra il crollo del centrodestra e l'exploit del MoVimento 5 Stelle assolutamente da non sottovalutare.

Così come in altri casi, è importante rilevare che a Budrio si è giunti al ballottaggio per via di una frammentazione della principale coalizione, in questo caso il centrosinistra, presentatasi in una lista ufficiale ed in una civica di estrazione socialista in grado di fare una efficace concorrenza alla candidatura di Pierini.
Osservando i dati del ballottaggio emerge un altro fattore importante: mentre il candidato del centrosinistra ha in linea di massima mantenuto i voti del primo turno, il candidato del MoVimento 5 Stelle è stato in grado di attirare i voti non solo di chi già al primo turno lo aveva votato, ma praticamente di tutti gli schieramenti con l'eccezione naturalmente del centrosinistra.
Questo fenomeno consente di inquadrare meglio uno dei principali fattori di successo - anche se a Budrio non si è rivelato sufficiente per la conquista della poltrona di sindaco - del MoVimento 5 Stelle: il voto anti-sistema. È indubbio che il PD rappresenti a Budrio soltanto l'ultimo volto di una linea di potere che si trasmette indisturbata da decenni; la capacità che ha avuto il MoVimento 5 Stelle di non allinearsi ad una particolare corrente politica o ideologica rende il partito votabile da tutti coloro che desiderano abbattere il sistema di potere preesistente, indipendentemente dalla loro fede politica. Diventa molto più semplice per un elettore PdL votare M5S che UdC, perché ancora stenta a riconoscere nella formazione grillina un partito in qualche modo rivale e lontano per più di un aspetto dalla propria filosofia di pensiero.

Un altro fattore ricorrente nei casi in cui il MoVimento 5 Stelle ha ottenuto grande successo è la polemica su un tema di grande impatto popolare, dai costi della politica, alla mala amministrazione, alle questioni ambientali.
Nel caso di Budrio la querelle è nata dalla realizzazione di quattro impianti per la produzione di energia elettrica da biomasse nella regione di Mezzolara. Oltre alle preoccupazioni legate alla concentrazione di così tanti impianti in un unico luogo e alle ripercussioni sulle attività agricole, è stata contestato il fatto che un esponente della lista PD (Ferruccio Bonaga) fosse presidente di una delle società incaricate della costruzione degli impianti.
Malgrado fosse arrivata la dichiarazione di dimissioni dal cda della società di costruzioni in caso di elezioni, sono molti i partiti che hanno attaccato - con successo - il PD sul tema.
Il MoVimento 5 Stelle a Budrio non ha vinto, ma grazie ad una serie di fattori legati in parte al momento generale italiano e in parte alle dinamiche locali ha fatto prendere un brutto spavento al centrosinistra locale.

Nella seconda parte dell'articolo verranno esaminati i casi di Comacchio e Garbagnate Milanese.
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