martedì 31 gennaio 2012

Dati AGCom dicembre 2011

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Logo dell'AGCom

La pubblicazione da parte dell'AGCom dei dati relativi al pluralismo politico-istituzionale di dicembre 2011 segna un passaggio particolarmente importante nell'analisi della comunicazione politica in Italia, da un lato perché consente di completare il quadro evolutivo dell'anno appena concluso, e dall'altro perché permette per la prima volta di apprezzare la disposizione degli schieramente politici in TV nell'era Monti, soprattutto tenendo conto che dicembre è stato il mese della nuova, salatissima, manovra finanziaria.

Colpisce in primo luogo il dato relativo alle ore complessive di informazione politica nel mese di dicembre: appena 180, un valore significativamente sotto la media annuale e certamente poco adeguato ad un periodo così delicato. L'impressione che se ne ricava è quella di un tentativo di far passare in sordina tanto la grave situazione in cui versava (e versa in parte tuttora) il Paese quanto il peso sociale delle misure di risparmio varate dall'esecutivo.
A livello annuale, le ore di informazione politica sono state invece 2.227, con una media di circa 186 al mese ed una deviazione standard di 16 ore circa, pari all'8%. Si tratta di un valore piuttosto elevato, per quanto non altissimo, che evidenzia un andamento altalenante del tempo dedicato dalla televisione alla politica. Da un'analisi più qualitativa, tuttavia, appare chiaro come non sempre il valore temporale aumenti in concomitanza con eventi politici rilevanti: se il massimo annuale è infatti stato a novembre - mese della caduta di Berlusconi - è anche vero che i mesi di maggio e giugno, caratterizzati rispettivamente dalle elezioni amministrative e dai referendum, hanno fatto segnare i due valori più bassi dell'anno. Anche senza scomodare teorie dal sapore complottista, è tuttavia evidente che il mondo politico ha voluto evidenziare o al contrario silenziare alcuni avvenimenti ed i risultati da questi prodotti.

Per favorire il confronto con i precedenti mesi dell'anno, verranno mantenute nell'analisi che segue le distribuzioni di maggioranza e opposizione già in uso per il Governo Berlusconi. Dal mese di gennaio 2012 verranno invece adottati i nuovi criteri di appoggio all'esecutivo guidato da Monti.
I dati annuali sono reperibili a questo link.

Dati AGCom dicembre 2011

L'analisi dei dati dicembrini evidenzia, dopo mesi in cui l'area istituzionale del panorama politico italiano si era mantenuta piuttosto quiescente, un ritorno preponderante alla ribalta della compagine governativa: la componente istituzionale torna infatti sopra al 50% per la prima volta da aprile, e totalizza il valore più alto addirittura da marzo. Ne fanno le spese sia la maggioranza sia l'opposizione, quest'ultima in evidente calo poco al di sopra del 20%, il valore minimo di tutto il 2011.

Dati AGCom dicembre 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

L'istogramma che mostra la distribuzione sui diversi canali del tempo politico suddivisto tra istituzioni, maggioranza e opposizione rispecchia appieno quanto emerso dai dati grezzi: pressoché ovunque le istituzioni raccolgono tempi ben oltre la maggioranza assoluta, laddove l'opposizione appare letteralmente schiacciata a ridosso del 20% persino sui canali considerati da sempre più favorevoli al centrosinistra.
Questo improvviso ribaltamento, consumatosi nello spazio della caduta di Berlusconi, inverte di fatto i rapporti di forza televisiva tra maggioranza e opposizione rispetto all'inizio dell'anno, quasi a voler indicare una contiguità maggiore del Governo Monti con l'opposizione al Governo Berlusconi rispetto alla ex-maggioranza parlamentare. Se questo può essere tuttavia vero per il Terzo Polo, appare un'idea poco credibile per il centrosinistra, Partito Democratico in primis. In realtà, proprio il doloroso conto del Decreto Legge 201/2011, convertito in Legge 2014/2011, meglio noto come "Salva Italia", costituisce una motivazione sufficiente per una posizione mediatica maggiormente defilata da parte del centrosinistra, traducibile in un sostegno parlamentare in termini di voti senza che a questo corrisponda un reale appoggio in TV.
Particolarmente abnorme appare il dato del TG4, che assegna appena il 27% alle istituzioni e addirittura il 59% alla ex maggioranza di centrodestra; rispetto ad ottobre, ultimo mese di pieno governo berlusconiano, la prima cifra si è dimezzata, mentre la seconda è salita di una volta e mezza. Se altrove il cambio di governo ha segnato un semplice punto di svolta, nella testata capitanata da Emilio Fede si è trattato di un vero e proprio terremoto, che per mantenere inalterata la linea di massimo spazio a Berlusconi e al PdL ha costretto a ridimensionare seccamente lo spazio dedicato alle istituzioni.

Nel mese di dicembre, le testate maggiormente favorevoli alle istituzioni sono state Rainews e Rainews24; quelle che hanno privilegiato la maggioranza sono state TG4 e Studio Aperto mentre l'opposizione ha invece avuto maggiore ribalta su MTVFlash e TG2.

Dati AGCom dicembre 2011 aggregati per
area politico-culturale

Passando all'istogramma dei dati raggruppati per area politica di riferimento, si evidenziano ulteriori riscontri di quanto emerso in precedenza. La differenza tra centrodestra e centrosinistra sfiora il 10%, valore più alto da maggio, indice di quanto le formazioni progressiste siano rimaste in sordina in quest'ultimo scorcio di 2011. Il confronto con novembre è impietoso: se nel mese della caduta di Berlusconi tutte le aree politiche avevano sofferto lo spazio offerto ai cosiddetti cani sciolti, politici non attribuibili a nessuna collocazione precisa, è evidente come a dicembre il grosso dello spazio precedentemente attribuito a tali persone sia atterrato in area di centrodestra, lasciano bruscolini a tutte le altre visioni della politica.
In termini quantitativi, sia il centrodestra che il centrosinistra lasciano sul campo ben sette ore rispetto a novembre, ma i differenti valori assoluti portano alla differenza percentuale poc'anzi evidenziata.

I telegiornali più favorevoli al centrodestra sono state TG4 e Studio Aperto, quelle più favorevoli al centrosinistra Rainews e TG3; il centro ha trovato maggiori appoggi su TG2 e TG1, la destra leghista su TGLa7 e TG3, e la sinistra radicale su Rainews24 e Rainews.

Dati AGCom 2011 aggregati per mese

Esaminando infine i dati evolutivi per anno, i dati complessivi mostrano appena quattro elementi in doppia cifra: PdL, Governo, Presidente del Consiglio e PD. Non è possibile per nessun elemento individuare dei trend di lunga durata, solo oscillazioni legate ai principali eventi politici intercorsi durante l'anno. Tra le formazioni minori spicca il dato della Lega Nord, che tra aprile e maggio ha mostrato un vero e proprio salto di presenza nei telegiornali italiani per poi, sia pure con qualche calo, mantenersi su livelli maggiori rispetto alla prima parte dell'anno, offrendo il solo, vero, caso di tendenza di lungo periodo.

Dati AGCom 2011 aggregati per
mese / Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2011 aggregati per
mese / area politico-culturale

I grafici che mostrano l'andamento mensile della distribuzione dei tempi televisivi mostrano alcuni elementi salienti: i TG italiani si dimostrano piuttosto servili nei confronti delle compagini governative, assegnando loro maggiori spazi nei momenti di successo e invece tenendole lontane dalla ribalta in quelli di crisi; dal punto di vista politico emerge una lieve ma progressiva erosione delle quote del centrosinistra a favore degli schieramenti conservatori, accentuando una situazione di squilibrio comunque preesistente.

Dati AGCom 2011 aggregati per
mese / testata

Altrettanto significativa è la tabella che riepiloga i dati annuali suddivisi per testata. Sono le formazioni maggiori, PdL innanzi a tutti, ad avere le maggiori discrepanze tra un telegiornale e l'altro, e nonostante questo le gerarchie individuate dai dati medi sono comunque piuttosto consolidate, con appena alcuni accenni di sorpassi e controsorpassi tra PdL, governo e Presidente del Consiglio nei differenti canali. Lo spazio ai due partiti maggiori si attesta intorno al 30% del tempo complessivo, nettamente la maggioranza assoluta se si espungono dal conteggio i tempi dedicati alle istituzioni.

Dati AGCom 2011 aggregati per
testata / Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dati AGCom 2011 aggregati per
testata / area politico-culturale

I due istogrammi che evidenziano la distribuzione dei tempi per testata presentano andamenti piuttosto difformi tra loro, ed in generale riconducibili a due fasce principali: i TG "formato Mediaset", caratterizzati da netta prevalenza del tempo governativo ed una sostanziale equità tra maaggioranza e opposizione, ed i TG "di sinistra" - che poi sono tali sono se rapportati ai primi - in cui la prevalenza istituzionale è meno marcata rispetto ai primi ed il tempo politico vede una preponderanza delle forze di opposizione.
A livello prettamente politico la differenza tra i TG italiani - salvo il TG4 - si gioca invece sul filo dei punti percentuale, evidenziando una ripartizione tra i tempi dedicati alle varie aree piuttosto consolidata.

La differenza tra i TG italiani si gioca quindi più sullo spazio dedicato ai governi che su quello dedicato ai partiti, ed è comunque meno marcata - quantitativamente parlando - di quanto si potrebbe pensare.
Il 2012, se il Governo Monti reggerà al logoramento quotidiano cui è sottoposto, offrirà un'interessante visione alternativa della comunicazione politica, uno scenario nuovo e interessante con cui il giornalismo televisivo dovrà imparare a misurarsi.

venerdì 27 gennaio 2012

No al referendum, ecco perché

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Alfonso Quaranta, Presidente della Consulta

Il 12 gennaio 2012 la Corte Costituzionale, con la Sentenza 13/2012, ha chiuso le porte al referendum popolazione abrogativo in materia di legge elettorale, un nuovo tentativo dopo i fallimenti del 2009 di alterare la Legge 270/2005, tristemente nota con l'epiteto di "Porcellum".

La concomitanza dell'episodio con la votazione parlamentare che ha evitato il carcere al deputato PdL Nicola Cosentino ha fatto gridare da più parti allo scandalo, e associato con un cortocircuito logico i due eventi in un'unica espressione di autoconservazione della casta politica.
I due eventi, tuttavia, sono profondamenti differenti tanto per natura quanto per significato: una sentenza giudiziaria è in massima parte frutto dell'applicazione della legge esistente, in cui gli spazi interpretativi sono ridotti al minimo tanto dai vincoli legislativi quanto - specie nel caso di una pronuncia della Consulta - dalle precedenti pronunce; per contro, una votazione in Parlamento costituisce l'atto legislativo per eccellenza, in cui la legge non viene applicata, Costituzione a parte, ma creata, e le cui radici vanno quindi al di là delle legge in sé stessa per affondare nei valori etici e morali dei delegati del popolo.

Una sentenza della Consulta, per quanto il linguaggio giuridico possa facilmente esporre il fianco a critiche e polemiche "di pancia" a causa della sua oggettiva complessità, offre al lettore le motivazioni e le fondamenta del proprio essere, a disposizione per ogni tipologia di analisi.
Urla di piazza che si limitino, prima ancora del deposito della sentenza, ad etichettarla come un provvedimento in difesa della casta si rivelano essere quindi decisamente fuori luogo per una molteplicità di motivi: criticano un risultato senza indagare come è stato ottenuto, presupponendo malafede laddove una decisione è in realtà stata presa sulla base di processi logici inevitabili; scambiano spesso la causa con l'effetto, attribuendo una volontà esplicita di preservazione del privilegio al giudice laddove tale volontà è invece insita nella legge stessa ed il giudice - per sua natura - non può che applicarla.

Per questa ragione è indispensabile, in special modo su un tema così delicato come una legge elettorale, analizzare in profondità la pronuncia della Corte prima di gridare al complotto.

I quesiti del referendum possono essere reperiti sul sito del comitato referendario, rispettivamente a questo e questo link. Come si può vedere, l'intento dei promotori del referendum era un'abrogazione completa della Legge 270/2005 per quanto riguarda il primo quesito, mentre il secondo prevedeva una modifica chirurgica di determinate parti del testo. Le due tecniche miravano tuttavia al medesimo obiettivo, il ritorno alla precedente legge elettorale, il cosiddetto "Mattarellum".
Le speranze dei promotori del referendum risiedevano principalmente nella natura di fatto abrogativa della Legge 270/2005: dal momento che tale norma costituiva di fatto un'abrogazione della precedente legge elettorale, abrogarla a sua volta avrebbe riportato automaticamente in vigore la legge precedente.

La Consulta ha tuttavia bocciato i quesiti, rigettando di fatto la tesi proposta dal comitato referendario. Le motivazioni della sentenza permettono di capire in dettaglio il ragionamento seguito dai giudici presieduti da Alfonso Quaranta.
Il primo quesito è stato dichiarato inammissibile in quanto la riuscita del refendum avrebbe provocato un vuoto normativo su una legge, quella elettorale, considerata costituzionalmente necessaria, che deve essere operante e auto-applicabile, in ogni momento, nella sua interezza. Vuoto normativo, sottolinea la Corte, accentuato dal fatto che la scelta di una nuova legge elettorale tornerebbe a quel punto nelle mani del Parlamento, e un ritardo nella legislazione lascerebbe di fatto il Paese senza una legge elettorale valida. Nel ragionamento della Consulta, come si vede, l'idea di un ritorno al "Mattarellum" non è stata nemmeno presa in considerazione, ed i passi della sentenza ne spiegano dettagliatamente le motivazioni. Ciò che viene rigettato, di fatto, è il concetto stratificato della legislazione, in cui una norma soppressa resta quiescente e può essere quindi riportata in vita da un'abrogazione della norma sopprimente. Al contrario, afferma la Consulta, una norma cancellata è letteralmente espunta dal corpus legislativo del Paese, non può essere riportata in vita dall'abrogazione della norma che ha operato la cancellazione: al contrario, deve essere nuovamente reintrodotta attraverso un nuovo atto legislativo. La sentenza della Corte sottolinea inoltre la pericolosità della cosiddetta visione stratificata, che arricchirebbe il concetto di abrogazione con effetti imponenti e dalla difficile prevedibilità, evidenziando per di più i casi eccezionali in cui tale visione potrebbe avere un reale fondamento giuridico. Infine, l'uso del referendum per uno scopo non esclusivamente abrogativo è di fatto vietato dalla Costituzione italiana, e questo è valido anche quando la pars costruens è indiretta come in questo caso.
Al secondo quesito vengono contestate dalla Corte Costituzionale le medesime pecche che hanno portato all'inammissibilità del primo, con l'aggravante di andare a creare un sistema elettorale del tutto incoerente. Per quanto eminentemente abrogativa, infatti, la Legge 270/2005 presenta anche delle nuove disposizione legislative, definite sottotesti. Il secondo quesito del referendum opera per ottenere la cancellazione della parte abrogativa del "Porcellum" senza tuttavia toccare i sottotesti. Un esito positivo del referendum, quindi, andrebbe a cancellare le abrogazioni previste dalla Legge 270/2005 mantenendone però in vita la struttura, ovvero non arriverebbe allo scopo previsto dal comitato referendario stesso. In realtà, tale guazzabuglio si sarebbe ottenuto - e anche in forma peggiore - qualora fosse stata considerata accettabile la visione stratificata della legislazione, in quanto ci si sarebbe ritrovati a quel punto con norme entrambe valide (quella non abrogata del "Porcellum" e quella riesumata del "Mattarellum") spesso in aperta contrapposizione tra loro.

Insieme alla dichiarazione di inammissibilità, i membri della Consulta hanno infine voluto ribadire quali sono i limiti del raggio di azione di un referendum: il livello di abrogazione di una legge elettorale non deve superare quel limite oltre il quale la legge oggetto della consultazione diventa inapplicabile.
Una lezione semplice, che la possibilità di riportare in vita il "Mattarellum" ha fatto inopportunamente dimenticare.

La sentenza della Consulta, nella sua semplicità e nel gran numero di precedenti riportati nel testo, si presenta quindi come una semplice applicazione logica della legge vigente nel Paese, senza bisogno alcuno di tirare in mezzo la casta e i suoi privilegi.

domenica 22 gennaio 2012

Intervista a Giuseppa Davi Seranella

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Giuseppa Davi Seranella


Nell'immaginario collettivo, le auto blu sono considerate forse il più odioso tra i privilegi della politica, e hanno fatto scalpore i recenti provvedimenti adottati dal Governo Monti, in continuità con le azioni legislative del precedente esecutivo, volti a limitare l'utilizzo delle auto di servizio.
Abbiamo il piacere di poter intervistare Giuseppa Davi Seranella, Segretario Generale del SIAR (Sindacato Italiano Autisti di Rappresentanza), per offrire una percezione inedita sul tema e probabilmente complementare a quanto generalmente percepito dal senso comune.

Segretario, come prima domanda le chiederei se si ritrova nei dati raccolti della Formez PA e diffusi dal Governo, che vedono un totale di circa 72.000 vetture di rappresentanza presenti nel Paese a fine 2010, suddivise in circa 12.000 auto “blu” e “blu-blu”, dotate di autista, e 60.000 auto “grigie”, senza autista.
È necessario distinguere, cʼè molta confusione sullʼargomento nellʼopinione pubblica. Una cosa sono le cosiddette auto blu, guidate dalle forze dellʼordine, quelle percepite nellʼimmaginario collettivo come status symbol dei potenti, mezzi potenti dotati di lampeggiante e paletta, in cui cʼè un “servizio” h 24 con costi altissimi, parliamo di circa 1.000 unità.
Altra cosa sono i mezzi di rappresentanza degli organi istituzionali, non dei politici, in cui cʼè un uso legato allʼorario comune di lavoro (composto da circa 3.000), ed altro ancora sono i mezzi a disposizione delle pubbliche amministrazioni per il settore della logistica, che sono la stragrande maggioranza, circa 40.000 unità.

In particolare, trova corretto confrontare questo numero con quello delle auto di rappresentanza degli altri Paesi, che vede l'Italia ai vertici di questa peculiare classifica, oppure vi sono altri elementi da tenere in considerazione?
Guardi, i nostri legali hanno provveduto a fare una diffida nei confronti dellʼAssociazione “Contribuenti.it”, la fonte che ha diramato in questi anni dei dati completamente falsi e mai confermati sul numero delle auto blu, numeri folli che parlavano di 600.000 e più auto blu in Italia; in pratica è stato uno stratagemma per farsi pubblicità, comportamento alquanto discutibile, ma che ha trovato nei mass media una sponda in assenza di dati ufficiali, che adesso – speriamo – a causa della presenza dei dati del ministero della funzione pubblica, sia trattata da quello che è: una menzogna. Purtroppo nella gente è ormai radicata la notizia, lo hanno sentito in tutti i telegiornali e sulla stampa per anni, sarà difficile far cambiare opinione.

Nel comunicato da voi diramato avete espresso alcune perplessità riguardanti l'azione legislativa intrapresa prima da Berlusconi e poi da Monti nel tentare di limitare la spesa per le auto di rappresentanza, pur condividendo la necessità di un intento collaborativo che veda ciascuna categoria prendersi la propria parte di sacrifici nell'attuale periodo di crisi. Precisamente, quali sono le proposte del SIAR in tal senso?
Le perplessità che abbiamo espresso riguardano, in estrema sintesi, due aspetti.
Il primo si riferisce ai destinatari di tali provvedimenti: come spiegato in precedenza, riguardano le auto di rappresentanza e di servizio e non le auto blu, intese come quei veicoli messi a disposizione di chi, per carica o per esigenze di tutela, ha una scorta, che per legge può essere svolta solo dalle forze dellʼordine. Ebbene il settore della sicurezza pubblica è escluso dai provvedimenti normativi, non serve che aggiunga altro. Ma va a colpire i mezzi usati dalle amministrazioni pubbliche nei servizi ai cittadini e in alcuni casi quando i rappresentanti degli enti si spostano per presenziare alle riunioni.
Secondariamente abbiamo collaborato alla presentazione di disegni di legge, presentati da quasi tutte le forze politiche, sia di maggioranza che opposizione, nei quali si prevedesse la regolamentazione della figura dellʼautista di rappresentanza, uno strumento per evitare che i politici si facciano assegnare delle scorte, oppure si portino degli “amici”, dato che è previsto uno specifico esame di abilitazione, il che, ovviamente, non consentirebbe l'accesso a coloro i quali, per amicizia, avrebbero tutto lʼinteresse a restare in silenzio nel caso in cui gli venissero chiesti servizi non legittimi, per esempio un uso personale del mezzo. Lʼistituzione di questa figura riempirebbe le questure e i comandi delle forze dellʼordine, lasciando la possibilità ai poliziotti di fare il loro lavoro, e non quello nostro, in più limiterebbe la possibilità di soprusi: in questo momento chiunque, nella pubblica amministrazione, può fare lʼautista; il poliziotto, il commesso, il bidello, lʼimpiegato, basta che abbia la patente e delle amicizie!
Si parla sempre di auto ma mai di chi le guida. Rovesciamo il problema, per risolverlo: se sappiamo chi le guida, sappiamo anche quante sono. La trasparenza, oggi, dov'è?

Tra le criticità segnalate dal SIAR vi sono le potenziali ripercussioni sull'industria automobilistica, in effetti inevitabili in caso di contrazione del mercato delle auto blu e di immissione sul mercato di un grosso quantitativo di automobili in grado di aumentare sensibilmente lʼofferta. Le rassicurazioni offerte dal premier Monti relative all'acquisto di marche italiane non vi paiono sufficienti, almeno nell'ottica di limitare i danni al settore manufatturiero?
Con le strette determinate dal DPCM del 3 agosto e, ancor di più, con, se sarà confermato, lʼattuale rielaborato dal Governo Monti, lʼuso del mezzo di servizio sarà – in pratica – non più possibile.
Le ovvie conseguenze saranno che le pubbliche amministrazioni non acquisteranno/ noleggeranno più nuove autovetture, e saranno “costrette” a mettere allʼasta gli attuali autoveicoli se in proprietà, oppure restituire i mezzi presi a noleggio, pagando le relative penali alle società di noleggio.
Parliamo di marche italiane? Ma quali! La FIAT ha già un piede fuori dallʼItalia… Maserati o Ferrari? Abbiamo visto recentemente le reazioni, giuste a nostro avviso, sullʼacquisto di 19 Maserati fatte dal Ministero della Difesa. Al di là di questo condividiamo lʼidea di circolare con mezzi del nostro paese, anche per dare una mano a tutto l'indotto relativo, sia il settore manifatturiero che, non dimentichiamo, tutti i settori che direttamente o indirettamente vivono con il settore dell'auto, già in fortissima difficoltà, saranno penalizzati.

Sempre sul tema del mercato automobilistico, il problema del costo dello Stato in termini di penali è indubbiamente rilevante, ma circoscritto nel tempo. Soluzioni alternative come mantenere le auto fino al termine della durata dei contratti, pagando quindi per il loro mantenimento, costituirebbero veramente un risparmio per le casse dello Stato rispetto alla linea adottata dal Governo?
La questione è complessa: sicuramente usare i mezzi pubblici vuol dire risparmiare, e di questi tempi crediamo sia indispensabile farlo, non condividiamo, però, lʼaccanimento nei nostri confronti, sia dei giornalisti che nellʼopinione pubblica. In fin dei conti la spesa destinata al nostro settore equivale allo 0,01% della spesa pubblica, attualmente di circa 800 miliardi di euro. Si informi su quanto spende la PA in carta, per esempio, oppure nei risarcimenti ai cittadini per inefficienza, vedi i rimborsi per i processi “lenti”, milioni di euro buttati al vento, oppure opere nel settore dell'edilizia mai finite. Si convincerà che è ormai una questione che si è sclerotizzata.

Il tema forse più spinoso sollevato dal comunicato SIAR riguarda la ricollocazione del personale. I dati della Formez PA, tuttavia, evidenziano come le auto di servizio dotate di autista siano meno del 20% del totale. Dai dati in vostro possesso, è già possibile capire quanto incideranno le nuove norme sulle auto dotate di autista, in modo da quantificare correttamente il fenomeno e valutarne i costi rispetto al mantenimento dell'attuale situazione?
Una stima precisa è difficile farla, le stime della funzione pubblica parlano di circa 13.000 autisti nella pubblica amministrazione, aspettiamo il 20 gennaio per i dati definitivi, considerato il fatto che i corsi hanno un costo che va da 500 a 5.000 euro circa, parliamo di una spesa stimabile di 30 milioni di euro.

Anche confrontando la situazione degli autisti con quella di altre categorie oggi a forte rischio disoccupazione, non vede la possibilità di formazione e ricollocazione offerta dallo Stato comunque come una forma di garanzia dei lavoratori?
Sì, tra l'altro è un obbligo di tutti i dipendenti pubblici, e in considerazione del fatto che la situazione odierna del mercato del lavoro sia drammatica, ci siamo sempre astenuti dal fare azioni di protesta in piazza o scioperi, azioni tra l'altro assolutamente non condannabili. Le nostre richieste sono legittime, ma portiamo rispetto nei confronti di chi non trova o perde il lavoro, ci sembra giusto dare un contributo, anche piccolo, al miglioramento dell'Italia e delle condizioni lavorative degli autisti che sono, comunque, lavoratori.

Una sensazione molto diffusa nell'opinione pubblica vede il mondo delle auto blu come un mercato artificialmente drogato, protetto da un ceto politico intenzionato a dispensarsi privilegi senza reale necessità di utilizzo; per questa ragione accoglie il taglio delle auto blu come un doveroso ritorno alla normalità. Come cambia, se cambia, questa interpretazione del fenomeno, vista dagli autisti?
Analizzando le risposte date in precedenza credo di aver già risposto, comunque siamo i primi, sembrerà strano ma è così, che vogliono che una normale necessità di spostamento non diventi uno strumento di arroganza dei politici senza scrupoli; che sia regolamentata meglio, non consentendo più a quattro raccomandati “amici” dei politici di rovinare la categoria, a cui basta avere un lampeggiante sulla macchina per credere di poter fare gli sceriffi sulle strade.

Ringraziamo e salutiamo il segretario Seranella per la cortese disponibilità, e auguriamo alle parti coinvolte di giungere ad una soluzione che costituisca il giusto punto di incontro tra le differenti esigenze.

L'intervista a Giuseppa Davi Seranella è disponibile anche in formato .pdf a questo link.

venerdì 20 gennaio 2012

IEA-IRENA, una svolta nel mondo dell'energia

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Maria Josephina Arnoldina van der Hoeven, direttore IEA
 
Parlare di politica medio-orientale significa per molti aspetti parlare di temi energetici, dal momento che i Paesi arabi sono i maggiori fornitori al mondo di petrolio. L'esistenza stessa di diversi organismi intergovernativi affonda le sue radici nelle tumultuose vicende del mondo arabo e nel potere di ricatto che i paesi produttori di petrolio hanno nei confronti del cosiddetto occidente industrializzato.
L'esempio forse più lampante riguarda la crisi energetica del 1973, quando i Paesi arabi tagliarono i rifornimenti di petrolio per punire Stati Uniti ed Europa dell'appoggio da questi offerto ad Israele durante la Guerra del Kippur: le politiche di austerity varate dai Paesi industrializzati scatenarono importanti riflessioni sulla fragilità del sistema economico e ambientale instauratosi nel corso del XX secolo, concretizzate a loro volta con l'avvio di progetti per l'utilizzo di fonti energetiche alternative e con la fondazione di organismi internazionali di controllo e garanzia affinché fossero avviate politiche di collaborazione tra i diversi Paesi allo scopo di garantire gli approvigionamenti energetici necessari a favorire un costante sviluppo economico.

Tra tali organismi spicca oggi l'International Energy Agency, nata proprio nel 1974 con lo scopo primario di fornire un tavolo di coordinazione nella gestione delle mancate forniture petrolifere da parte dei Paesi arabi. Con il rientro dallo shock petrolifero, nel 1975, l'IEA ha progressivamente diversificato nel tempo le proprie funzioni, assumendo in particolare un ruolo trainante nella promozione e nello sviluppo di fonti energetiche alternative, con un particolare occhio di riguardo a sorgenti rinnovabili e a basso impatto ambientale.

Proprio in questa direzione si colloca il recente accordo stretto tra l'IEA e l'International Renewable Energy Agency, un'organizzazione intergovernativa fondata nel 2009 con lo scopo primario di promuovere la diffusione a scala mondiale dell'utilizzo delle energie rinnovabili, operando sul piano tecnico, giuridico, economico e politico per favorire l'uscita dall'economia basata sui combustibili fossili.
Laddove la IEA ha privilegiato un'azione capillare e incisiva nella trentina di Paesi membri, l'IRENA ha svolto un'azione prevalentemente di tipo estensivo, arrivando a coprire nel suo operato la quasi totalità del globo, in particolare il Terzo Mondo ed i Paesi emergenti. Proprio la complementarità dell'azione dei due enti è la chiave, secondo i principali osservatori, che renderà questo accordo particolarmente proficuo e una vera e propria pietra miliare nella politica ambientale internazionale.

Malgrado i due enti collaborino strettamente sin dalla nascita dell'IRENA, l'accordo, i cui punti salienti sono disponibili in un comunicato diffuso dalla IEA, prevede un'ulteriore step nella direzione della sinergia e nello sfruttamento delle reciproche potenzialità attraverso la messa in comune della risorsa più preziosa del mondo moderno: le informazioni.
Secondo quanto prevede l'accordo, infatti, il già ricco database della IEA verrà integrato e completato con le informazioni di tutti gli stati membri o firmatari dell'IRENA, arrivando a costituire il più grande e aggiornato repository mondiale in tema di legislazione in materia energetico-ambientale.

Le potenzialità di un strumento di tale vastità e dettaglio sono indubbiamente immense: dall'analisi dei flussi decisionali sarà infatti comprendere le dinamiche dell'attività legislativa in materia di energie rinnovabili, in modo da individuare le più comuni resistenze e i colli di bottiglia più significativi alla diffusione delle fonti energetiche alternative; il database potrà inoltre fornire un vasto campionario di best practices, favorendo la diffusione delle strategie di maggior successo; specularmente, saranno evidenziate le norme che si sono rivelate deludenti dal punto di vista economico e ambientale.
Da non sottovalutare, inoltre, l'analisi incrociata tra i dati politici e quelli geografici: se a livello statale le politiche ambientali sono necessariamente circoscritte all'ecosistema di riferimento del Paese, il database condiviso consentirà strategie ambientali di più ampio respiro che consentano di tenere conto anche di eventuali effetti a distanza di particolari scelte politiche, oppure - viceversa - del costo che altri Paesi si troveranno ad affrontare a causa della mancata attuazione di determinate riforme.
Il database verrà aggiornato a cadenza semestrale e sarà a disposizione non solo dei Paesi membri delle due organizzazione, ma anche a tutti i privati cittadini che desiderassero consultarlo.

In un mondo attanagliato da una crisi economica che non accenna a risolversi, proprio il tema ambientale può costituire una molla per il rilancio dell'economia; nel contempo, lo spostamento del focus politico verso una dimensione più globale potrebbe essere l'adeguata risposta per trattare tematiche che non possono essere affrontate con una semplice scomposizione geografica del problema: non è più possibile considerare il mondo diviso in tante piccole isole - gli stati nazionali - indipendenti tra loro.
Problemi globali richiedono soluzioni globali, almeno nel loro concept: il lavoro dell'IEA e dell'IRENA potrebbe essere il primo passo verso una governance energetica e ambientale sempre più condivisa ed efficace.

domenica 15 gennaio 2012

Monti contro le auto blu

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Mappa delle auto blu agli enti locali (2010)

Una delle principali battaglie contro gli sprechi della classe politica italiana riguarda l'abbattimento del parco delle auto blu, ovvero le vetture di servizio messe a disposizione dei membri degli organi istituzionali dello Stato per gli spostamenti previsti dalle loro funzioni.

A sollevare l'allarme erano state ricerche effettuate, già dal 2009, da enti come www.contribuenti.it, e riprese da diversi quotidiani in un coro bipartisan da La Repubblica a Il Giornale, che fissavano in oltre 600.000 unità il numero di auto blu presenti nel nostro Paese, una cifra senza eguali nel mondo superiore a quella di USA, Gran Bretagna, Francia e Germania messe assieme.

L'allora ministro della Funzione Pubblica, Renato Brunetta, decise di avviare un'indagine conoscitiva attraverso un questionario da compilarsi a cura degli enti centrali e locali dello Stato, da ripetersi ogni anno allo scopo di verificare l'andamento del numero delle auto istituzionali, permettere allo Stato di conoscere e controllare dei dati di cui era fino a quel momenot sprovvisto e valutare l'efficacia di eventuali provvedimenti presi in materia.
L'incarico venne affidato alla società Formez PA, controllata del Ministero, che ha condotto i censimenti delle auto blu 2009 e 2010 e sta attualmente svolgendo il questionario 2011.
I dati più aggiornati in possesso della Formez sono quindi quelli relativi all'anno 2010, raccolti tra il 29 marzo ed il 6 giugno 2011, che vedono il numero delle auto di rappresentanza attestarsi a circa 72.000 unità, a cui vanno a sommarsi altre 16.000 auto in dotazione alle forze di polizia locale.

Un risultato sicurmente difforme dalle 650.000 vetture censite dagli studi precedenti: secondo diverse fonti non completamente confermate nel computo di www.contribuenti.it sono finiti mezzi di possesso pubblico non ascrivibili alle auto di rappresentanza, quali ambulanze o mezzi delle forze di polizia e dell'esercito. La nettissima discrepanza tra i valori lascia tuttavia adito a diversi dubbi sulla bontà dei dati messi a disposizione dai canali ufficiali, ed evidenzia la paradossale situazione di un corpo istituzionale incapace di conoscere con precisione persino i dati relativi al proprio funzionamento.

Sulla base dei dati raccolti dalla Formez, ed in particolare del sondaggio relativo all'anno 2010, il Governo Berlusconi IV ha intrapreso la sua strada legislativa per abbattere il numero, in ogni caso elevatissimo, di auto blu presenti nel Paese.
L'occasione di azione è giunta poco pù di un mese dopo la consegna dei risultati da parte della Formez, con la cosiddetta manovra di luglio: l'articolo 2 del Decreto Legge 98/2011, convertito in Legge 111/2011, recitava infatti:

1. La cilindrata delle auto di servizio non può superare i 1600 cc.
2. Fanno eccezione le auto in dotazione al Capo dello Stato, ai Presidenti del Senato e della Camera, del Presidente del Consiglio dei Ministri e del Presidente della Corte costituzionale e le auto blindate adibite ai servizi istituzionali di pubblica sicurezza.
3. Le auto ad oggi in servizio possono essere utilizzate solo fino alla loro dismissione o rottamazione e non possono essere sostituite.
4. Con decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri, su proposta del Ministro per la pubblica amministrazione e l'innovazione, sono disposti modalità e limiti di utilizzo delle autovetture di servizio al fine di ridurne numero e costo.

La legge varata dal Governo Berlusconi, quindi, agiva direttamente sulla cilindrata delle auto blu e imponeva vincoli alla loro sostituzione, limitando tuttavia ad un provvedimento legislativo successivo le norme su chi realmente ne avesse diritto e quale, quindi, ne dovesse essere il numero finale.

Il succitato decreto è stato firmato il 3 agosto 2011 e pubblicato in Gazzetta Ufficiale il 15 settembre, e interviene definendo, nell'articolo 2, gli enti e i ruoli che possono usufruire delle auto blu, i modelli di auto utilizzabili e le occasioni in cui è consentito l'utilizzo delle autovetture di servizio.
Infine, il censimento delle autovetture effettuato nel 2009 e nel 2010 viene regolarizzato e portato a cadenza annuale senza alcun bisogno di rinnovi da fonte ministeriale.

Come era tuttavia lecito attendersi, il decreto è stato impugnato e portato davanti al TAR, che ne ha imposto un riesame con l'ordinanza 4139 del 20 novembre 2011 in virtù della mancata applicazione agli enti locali e agli organi costituzionali, nonché della mancata presa in esame dei casi degli enti che hanno a disposizione una sola autovettura di servizio.

La caduta del Governo Berlusconi e l'aggravarsi della crisi internazionale hanno quindi stoppato ogni ulteriore avanzamento sul tema, fino alla notizia, apparsa negli ultimi giorni, di un nuovo decreto della presidenza del consiglio dei ministri finalmente in grado di sanare il vuoto normativo lasciato dal precedente tentativo.
In particolare il nuovo documento, oltre a estendere le restrizioni sull'uso delle auto blu anche agli enti locali, e tutelare invece i casi di unica autovettura, da un'ulteriore giro di vite all'uso delle vetture di servizio eliminando una grave ambiguità presente nel decreto originario: mentre infatti prima un'auto blu veniva considerata superflua solo quando i mezzi pubblici consentivano uguale efficacia in termini di tempi e modalità di trasporto, con la nuova versione del testo questo requisito - scusa per non eliminare molte auto di servizio - è stato del tutto eliminato.
Inoltre dal punto di vista meramente normativo è stato eliminato il tempo di trenta giorni concesso alle amministrazioni per comunicare l'acquisto o in genere la presa di possesso di un'autovettura, aiutando lo Stato a tenere maggiormente sotto controllo le proprie spese anche da questo punto di vista.

Sebbene quindi il Governo Monti possa legittimamente essere accusato di scarso coraggio nell'affrontare i problemi della "Casta", è altresì innegabile che a piccoli colpi alcuni dei privilegi più odiosi e costosi della classe politica siano effettivamente sotto attacco, e finiscano con l'essere rimossi o ridimensionati. Sicuramente un viatico vitale per politiche, presenti e future, che costeranno ancora molto in termini di credibilità e popolarità.

martedì 10 gennaio 2012

I risultati della Commissione Giovannini

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Il presidente dell'Istat Enrico Giovannini

Poche notizie di attualità politica hanno colpito l'opinione pubblica, negli ultimi tempi, come il mancato taglio agli emolumenti dei parlamentari, alimentando una nuova ondata di polemiche anti-Casta ravvivate ulteriormente dai pesantissimi sacrifici richiesti ai cittadini dall'ultima manovra economica del Governo Monti.

Colpisce da un lato l'ignavia dell'esecutivo, che in base alle dichiarazioni del Presidente del Consiglio si ritiene titolato a intervenire sulla tassazione e sulle pensioni dei cittadini e non ritiene invece di avere il diritto a intervenire sulle retribuzioni dei Parlamentari; colpisce dall'altro lato la melina operata dal Parlamento stesso nel non procedere, in un clima già saturo di livore contro la classe politica, a quello che non potrebbe essere etichettato se non come atto di equità e giustizia.
Le camere, nell'ottica di un progetto di armonizzazione delle retribuzioni dei parlamentari alla media europea, avevano avviato tramite il Decreto Legge 98/2011 convertito in Legge 111/2011, un'indagine comparativa dei guadagni dei parlamentari di vari stati UE (Germania, Francia, Spagna, Paesi Bassi, Belgio, Austria).
Il gruppo di ricerca, guidato dal presidente dell'Istat Enrico Giovannini e comprendente eminenti personalità del mondo accademico in ambito statistico, avrebbe dovuto restituire il risultato delle proprie ricerche entro il 31 dicembre 2011 in modo da procedere, con l'apertura dell'anno nuovo, al tanto agognato adeguamento degli stipendi dei parlamentari.

Il risultato offerto da Giovannini con la chiusura dell'anno nuovo può essere riassunto in poche, scorcentanti, parole: non luogo a procedere.
Secondo quanto emerso dalla commissione di indagine le retribuzioni dei parlamentari italiane non sono né più alte né più basse di quelle dei loro colleghi europei, ma sono semplicemente non comparabili. Fiumi di parole sono seguiti a questa paradossale dichiarazione, impegni dei politici a procedere con non meglio definiti tagli agli stipendi, proroghe al termine delle attività della commissione per cercare di raggiungere una maggiore chiarezza nei risultati, ma la sensazione, nell'opinione pubblica, è quella di un ennesimo colpo di spugna, il solito annuncio di buone intenzione a cui, con una motivazione più o meno futile e incomprensibile, non seguirà nessun atto concreto.

Eppure, grazie all'ausilio della rete, è possibile per i cittadini italiani avere un maggiore controllo dell'operato dei propri rappresentanti: nel caso specifico, è a disposizione il sito internet della commissione sulla comparazione delle retribuzioni dei parlamentari italiani ed europei, di modo che ciascuno possa esaminare i dati ricavati dalla commissione e azzardare le proprie conclusioni. A questo link è a disposizione il report aggiornato con le attività della commissione al 31 dicembre 2011.

La prima parte del documento offre, oltre ad una panoramica sulla normativa di riferimento e sulla composizione della commissione, un'attenta analisi del perimetro delle indagini effettuate, ed in particolare narra i problemi che i componenti del gruppo hanno dovuto affrontare nell'applicare i concetti retributivi italiani a legislazioni differenti e a paragonare assemblee legislative di Paesi diversi - nazionali e locali - spesso con funzioni e poteri differenti tra loro.
Successivamente viene presentata la nota metodologica utilizzata per il calcolo: per ciascun ruolo/ente - si intendono conteggi separati per il Presidente, i membri del consiglio ed eventuali dirigenti - il valore medio ricavato dalla commissione, che dovrebbe costituire il limite massimo da utilizzare in Italia per le retribuzioni di tale ruolo/ente, è una media tra i valori ottenuti per ciascun paese pesati sul PIL di tale paese per l'anno di riferimento (2010). Per rendere ulteriormente efficare il calcolo, il valore del PIL è stato espresso non in euro ma in PPA (Parità dei Poteri d'Acquisto), tenendo quindi conto della differenza dei prezzi tra i vari Paesi presi in esame pur in parità di un'unica valuta.

Il peso degli Stati nella valutazione delle retribuzioni medie

Inoltre, la retribuzione è stata scorporata in tre elementi - importo netto, oneri sociali a carico del lavoratore e oneri sociali a carico del datore di lavoro - la cui somma costituisce, di fatto, il costo della carica per il cittadino. Per eseguire una comparazione reale tra l'Italia e gli altri stati la retribuzione complessiva viene trasformata considerando unicamente l'importo netto e gli oneri sociali a carico del lavoratore pesati sulla frazione di tali oneri applicata in Italia.

Il passaggio successivo, con il quale si entra nel vivo dell'analisi, dettaglia i risultati ottenuti dalla commissione nella ricerca di enti significativamente paragonabili a quelli italiani messi sotto traccia. Come emerge dalla tabella riportata, solo in alcuni casi la commissione è riuscita a individuare corrispondenze significative tra i vari Paesi; in altre situazioni è stata certificata la non esistenza di enti corrispondenti, mentre in altre ancora non è ancora stato possibile esplorare a sufficienza il quadro normativo degli altri Stati al fine di stabilire la validità di eventuali comparazioni.

Associazione degli enti valutati negli Stati oggetto di indagine

Particolarmente importante, inoltre, è il conteggio delle voci di costo, ovvero di tutti gli elementi dello stipendio di un politico considerati nel conteggio della retribuzione complessiva: la commissione ha individuato tre macrovoci, di cui la prima corrisponde all'indennità di base, la seconda ai benefit (diaria di soggiorno, spese di viaggio, spese per collaboratori, spese di segreteria e rappresentanza, assistenza sanitaria) validi per la durata del mandato e la terza relativa ai benefit (assegno di fine mandato, vitalizio, altro) che permangono dopo la cessazione della carica.

La parte di presentazione dei dati raccolti contiene infine un preambolo che raccoglie la lista degli enti contattati per il reperimento dei dati, sia in Italia che all'estero. Alle pagine 16 e 17 del documento Istat, finalmente i risultati raccolti.
Verranno analizzati i risultati validi per i deputati, ma un ragionamento analogo potrà essere effettuato con poche varianti per i senatori.

Esaminando le voci di costo, appare in primo luogo evidente come non tutte siano facilmente confrontabili, alcune perché non esprimibili in valore monetario, altre perché conglobate in aree diverse nei differenti Paesi.
È tuttavia possibile eseguire una macrocategorizzazione che consenta alcune comparazioni di massima.

Riepilogo dell'esito della valutazione
(Camera dei Deputati)

Nella tabella riportata non sono indicati i valori relativi alla terza categoria individuata dall'Istat, quella dei benefit extra mandato, in quanto spesso legati alla presenza di altri redditi o a tetti massimi al valore pensionistico in vigore nei singoli Stati. Concentrandosi comunque sugli elementi per i quali è possibile eseguire un confronto, e pur tenendo conto dell'assenza di alcuni dati per alcuni Paesi, emergono alcuni dati con grande evidenza.
L'indennità parlamentare italiana è di gran lunga la maggiore dei Paesi messi a confronto, e quasi doppia rispetto alla media europea.
Per quanto riguarda i benefit non monetari, i politici italiani si ritrovano in linea con l'Europa, e per ciò che concerne invece i benefit quantificabili in euro il nostro Paese appare addirittura sotto media, a causa dell'elevatissimo valore presente nella casella della Germania. Tuttavia, come riporta il documento Istat, nel parlamento tedesco, così come quelli olandese e austriaco, i collaboratori dei parlamentari sono alle dipendenze dell'Aula e non del singolo deputato: questo significa che i soldi vengono erogati solo in effettivo caso di utilizzo, mentre in Italia vengono semplicemente sommati allo stipendio dei deputati i quali, se non assumono collaboratori, finiscono per intascarsi lo stesso la cifra.

Malgrado effettivamente manchino i dati per ottenere una precisione al centesimo, è evidente come un risultato di massima possa definirsi raggiunto, ed è l'evidenza che i parlamentari italiani sono nettamente più pagati dei loro colleghi europei: anche non considerando l'escamotage dei collaboratori sopra descritto, un'applicazione di quanto previsto dalla commissione dovrebbe abbassare di circa 4.000 € lordi la retribuzione complessiva dei deputati, sottratti sostanzialmente all'indennità. Moltiplicando il valore per 630 deputati e per 12 mesi, si ottengono circa 30 milioni di euro annui di risparmio.
Forse noccioline, nella crisi del debito che ci attanaglia dove si parla di decine e anche centinaia di miliardi di euro con forse eccessiva facilità, eppure con questo semplice taglio si potrebbero finanziare 1.500 posti di lavoro a 20.000 € lordi annui, un importo più che decente ad esempio per il primo impiego di tanti, troppi giovani in cerca di lavoro.

venerdì 6 gennaio 2012

Lo stato sociale al tramonto?

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Una manifestazione a favore dello stato sociale

Negli ultimi giorni, in cui pare ormai imminente un colpo forse decisivo all'articolo 18 della Legge 300/1970 - meglio nota come Statuto dei Lavoratori - è apparsa in rete una lettera, ripresa da diversi blog e gruppi Facebook, dal titolo Lettera del figlio di un operaio:

Ero tornato da poche ore, l'ho visto, per la prima volta, era alto, bello, forte e odorava di olio e lamiera. Per anni l'ho visto alzarsi alle quattro del mattino, salire sulla sua bicicletta e scomparire nella nebbia di Torino, in direzione della Fabbrica. L'ho visto addormentarsi sul divano, distrutto da ore di lavoro e alienato dalla produzione di migliaia di pezzi, tutti uguali, imposti dal cottimo. L'ho visto felice passare il proprio tempo libero con i figli e la moglie. L'ho visto soffrire, quando mi ha detto che il suo stipendio non gli permetteva di farmi frequentare l'università. L'ho visto umiliato, quando gli hanno offerto un aumento di 100 lire per ogni ora di lavoro. L'ho visto distrutto, quando a 53 anni, un manager della Fabbrica gli ha detto che era troppo vecchio per le loro esigenze.
Ho visto manager e industriali chiedere di alzare sempre più l'età lavorativa, ho visto economisti incitare alla globalizzazione del denaro, ma dimenticare padre operaiola globalizzazione dei diritti, ho visto direttori di giornali affermare che gli operai non esistevano più, ho visto politici chiedere agli operai di fare sacrifici, per il bene del paese, ho visto sindacalisti dire che la modernità richiede di tornare indietro. Ma mi è mancata l'aria, quando lunedì 26 luglio 2010, su
La Stampa di Torino, ho letto l'editoriale del professor Mario Deaglio.
Nell'esposizione del professore, i "diritti dei lavoratori" diventano "componenti non monetarie della retribuzione", la "difesa del posto di lavoro" doveva essere sostituita da una volatile "garanzia della continuità delle occasioni da lavoro", ma soprattutto il lavoratore, i cui salari erano ormai ridotti al minimo, non necessitava più del "tempo libero in cui spendere quei salari", ma doveva solo pensare a soddisfare le maggiori richieste della controparte (teoria ripetuta dal professor Deaglio a
Radio 24 tra le 17,30 e la 18,00 di martedì 27 luglio 2010).
Pensare che un uomo di cultura, pur con tutte le argomentazioni di cui è capace, arrivi a sostenere che il tempo libero di un operaio non abbia alcun valore, perché non è correlato al denaro, mi ha tolto l'aria. Sono salito sull'auto costruita dagli operai della Mirafiori di Torino. Sono corso a casa dei miei genitori, l'ho visto per l'ennesima volta. Era curvo, la labirintite, causata da milioni di colpi di pressa, lo faceva barcollare, era debole a causa della cardiopatia. Era mio padre, operaio al reparto presse, per 35 anni, in cui aveva sacrificato tutto, tranne il tempo libero con la sua famiglia, quello era gratis. Odorava di dignità.

L'editoriale di Deaglio a cui si fa riferimento è Purché non sia un tavolino, scritto nel pieno della trattativa sul contratto FIAT che porò successivamente la casa automobilistica italiana alla formulazione del contratto separato - prima a Pomigliano, poi a Mirafiori e infine a tutto il gruppo - con conseguente estromissione della FIOM dagli stabilimenti e l'uscita da Confindustria.

Le parole di Deaglio, seppure certamente brutali se calate in contesti di esperienze lavorative reali, hanno tuttavia il merito di affrontare in maniera diretta i problemi della più grande conquista sociale dell'epoca contemporanea, il welfare state.
Nato come progressiva concessione di diritti da parte delle classi padronali per contrastare in maniera proattiva la diffusione delle istanze socialiste e poi comuniste, il welfare state è stato codificato nella seconda metà del XX secolo in una serie di misure assistenziali e previdenziali che nel breve spazio di un paio di generazioni si sono ritagliate un posto nel paniere dei diritti che uno Stato riserva ai propri cittadini.

Tuttavia, contrariamente all'instaurazione e al mantenimento di altri diritti riconosciuti dagli Stati ai cittadini, come quelli contenuti nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, garantire i capitoli del welfare costituisce una fonte di onere finanziario per lo Stato: sistema pensionistico, servizio sanitario, trasporto pubblico, servizio per gli infortuni sul lavoro e via dicendo hanno impatti ben differenti dalla libertà di stampa sull'erario.
Mezzo secolo di crescita economica e di benessere hanno portato a ritenere che l'attuale sistema potesse essere un punto di passaggio obbligato per la civiltà, una conquista da non rimettere più in discussione.
Purtroppo, gli ultimi anni hanno dimostrato quanto velleitarie fossero tali illusioni: la crisi economica in Europa ha portato i governi a ridiscutere e circoscrivere in maniera anche significativa ciò che lo Stato ha il potere di offrire ai suoi cittadini, e l'editoriale di Deaglio - in special modo le frasi segnalate dall'autore della lettera - ha il pregio di mettere in evidenza proprio questo importante fenomeno.

Quanto stiamo vivendo in Italia e in Europa significa necessariamente il tramonto di un welfare state incapace di misurarsi e di essere economicamente competitivo con le altre realtà con cui il rapidissimo fenomeno della globalizzazione lo ha portato a interagire?
Tralasciando le teorie complottiste che vedono negli attacchi speculativi al sistema bancario e ai debiti sovrani un preciso piano per distruggere lo stato sociale europeo, è comunque doveroso ricordare che la nostra visione della crisi è filtrata dal vivere in uno Stato comunque sotto l'attacco diretto della speculazione e con una evoluzione in ogni caso del tutto peculiare.

Chi oggi sostiene l'anacronismo e l'insostenibilità del welfare state dimentica le modalità con cui tali servizi sono stati garantiti in Italia: se da un lato si deve ammettere la dilapidazione del patrimonio dello Stato in clientele e prebende, il nostro Paese è però letteralmente soffocato da un'illegalità diffusa - che si manifesta in svariate forme, dalla criminalità organizzata che opprime certe aree del Paese alle piaghe della corruzione e dell'evasione fiscale - che ha nel tempo impedito allo Stato di ricevere le risorse necessarie per l'implementazione di uno stato sociale sano ed efficiente, spesso nell'indifferenza o addirittura con la connivenza delle istituzioni stesse. Quelli che oggi chiamiamo diritti sono stati per decenni comprati e finanziati quindi contraendo debiti e ipotecando il futuro del Paese. Oggi che la mole di tale debito è diventata insostenibile, ritenere che la colpa sia del costo del welfare state è una visione parziale e in ultima analisi falsa.

Economie più solide di quella italiana, con crescite economiche meno drogate da debiti, vedono infatti molto meno a rischio di noi le conquiste ottenute nel XX seolo dalle classi sociali più deboli.
Se l'esempio dei paesi nordici - da tutti portati a modello - è difficilmente assimilabile a quello italiano a causa della differente proporzione in termini di territorio, risorse e popolazione, è tuttavia innegabile come i sistemi economici di Francia e Germania siano in grado di coniugare accettabili tassi di crescita con la conservazione di un welfare state così come l'abbiamo conosciuto negli ultimi decenni.

I recenti e progressivi tentativi di smantellamento dello stato sociale non hanno, quindi, alcuna fondata motivazione di ragione economica; hanno invece l'incapacità di cogliere i reali fattori di destabilizzazione della nostra struttura economica - o peggio una connivenza con essi. Eventuali limitazioni al servizio che lo Stato offre ai cittadini possono essere tollerate come misure emergenziali solo nel momento in cui le istituzioni riescano a mettere sul piatto concrete misure per affrontare e risolvere il reale problema economico dell'Italia, che non sono le pensioni o i trasporti pubblici, ma sono i circa cento miliardi di euro annui che mancano all'appello nelle casse dello Stato per colpa delle varie forme di evasione ed economia sommersa.
Il Governo Monti, rispetto al precedente esecutivo, ha richiesto pesanti sacrifici ai ceti meno abbienti ma ha saputo offrire una migliore immagine di sé nella lotta all'evasione fiscale, con operazioni - di certo impatto mediatico ma che mostrano finalmente come certi santuari dell'evasione non siano più intoccabili - come i controlli di Capodanno a Cortina (fonte La Repubblica) ma ancora di più con misure di forte rilevanza come la tracciabilità dei dati bancari.
Non ancora abbastanza per garantire sulle reali intenzioni di Monti, ma una speranza per chi crede nel modello dello stato sociale affinché anche l'Italia possa riuscire a conservare almeno una parte dei diritti conquistati negli ultimi decenni avviando nel frattempo un'imponente opera di legalizzazione del sistema economico nazionale.

lunedì 2 gennaio 2012

GOP: al via le primarie

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Simbolo del Partito Repubblicano

Martedì 3 gennaio 2012 inizia ufficialmente la corsa alla Casa Bianca, che culminerà con le elezioni presidenziali del mese di novembre.
Se in campo democratico è certa la riconferma di Obama nella competizione elettorale, l'attenzione si sposta tutta sulle primarie repubblicane, da cui uscirà il principale sfidante del Presidente uscente.

Calendario delle primarie
del Partito Repubblicano

Partirà quindi dall'Iowa la ricerca di quei 1.145 superdelegati che costituiscono la maggioranza assoluta dell'assemblea che alla fine di agosto da Tampa, in Florida, ufficializzerà la candidatura repubblicana alla presidenza degli Stati Uniti d'America.
Alcuni stati utilizzano la formula delle primarie vere e proprie, in cui tutti i simpatizzanti si recano alle urne simulando un'elezione vera e propria; altri invece adottano il sistema dei caucus, vere e proprie assemblee di simpatizzanti che arrivano a determinare i rappresentanti alla convention nazionale attraverso una serie di deleghe successive a livello di seggio, contea, distretto e, appunto, Stato. Oltre alle modalità di esecuzione, le due formule sono molto differenti anche per il fatto che i delegati espressi tramite primarie hanno vincolo di mandato, ovvero sono obbligati a sostenere alla convention nazionale il candidato attraverso cui sono stati eletti; i delegati provenienti dai caucus hanno invece maggiore libertà, anche se effettivamente i casi di voltafaccia sono piuttosto rari.
A differenza delle primarie democratiche, in cui l'assegnazione dei delegati è proporzionale ai risultati conseguiti da ciasucun candidato dei vari stati, il Partito Repubblicano ha optato per delle primarie con sistema maggioritario, in cui l'intero ammontare dei delegati di uno stato viene assegnato al candidato che ha ottenuto il maggior numero di voti.

Come evidenziato dalla tabella, le date cruciali della competizione interna al Grand Old Party sono il 6 marzo, in cui si voterà contemporaneamente in dieci stati, il 3 aprile, che vedrà alle urne il Texas, una delle principali roccaforti del partito, il 24 aprile, in cui si voterà a New York e in Pennsylvania, e infine il 5 giugno, giorno che vedrà alle urne la popolosissima California. Saranno queste le tappe fondamentali i cui risultati saranno determinanti più di ogni altro per assegnare la vittoria di questa lunga maratona elettorale.

Dopo una serie di nomi proposti e smentiti, rifiuti di partecipare e ritiri in corsa, sono comunque un gran numero, ben dodici, i candidati del Partito Repubblicano che si sfidano alle primarie.

Michele Bachmann

Michele Bachmann, classe 1956, avvocato, membro del Congresso per il Minnesota dal 2007, è la sola donna della competizione. Partita come candidata del Tea Party, di cui è stata tra i fondatori, è stata in seguito contestata - anche se non del tutto rinnegata - dallo stesso movimento di destra a causa di alcuni punti piuttosto oscuri del suo passato e diverse discrepanze programmatiche. Sebbene infatti la Bachmann condivida l'idea dello Stato leggero, della diminuzione della tassazione e sostanzialmente dell'abolizione dello stato sociale, la sua campagna elettorale è densa di aspetti religiosi e sociali che non si posizionano in piena sintonia con il movimento. È infatti una fervida creazionista e ha assunto posizioni molto dure contro gli omosessuali e gli abortisti; ha osteggiato le leggi anti-bullismo in quanto ritiene non forgino il carattere della nazione e si è mostrata favorevole al progressivo smantellamento dell'istruzione pubblica in favore di una scuola a livello familiare. Dal punto di vista ambientale è nuclearista convinta ed è favorevole alle estrazioni petrolifere e di gas sul suolo statunitense, ma non disedegna le fonti energetiche alternative. In politica estera non esclude una guerra nucleare con l'Iran e propugna l'isolamento economico degli Stati Uniti.
I sondaggi non la danno tra i favoriti, con appena un 5% delle preferenze a livello federale.

Newt Gingrich

È invece, al momento, papabile di vittoria Newt Gingrich, classe 1943, politico di professione sia nelle istituzioni sia come consulente e speaker della Camera tra il 1995 ed il 1999. Inventore del "Contratto con l'America" delle elezioni del 1994, si presenta con un taglio piuttosto anomalo in termini di posizioni politiche rispetto alle tradizionali istanze repubblicane, in particolare sulla regolamentazione dell'immigrazione e della manodopera straniera. Su altri aspetti, in special modo i cosiddetti diritti civili, è invece in linea con le posizioni più estremiste della destra americana, a cui è giunto dopo aver rinnegato posizioni più liberatarie del passato: è infatti fermamente contro l'aborto, la ricerca sulle staminali e i matrimoni tra gli omosessuali. È apertamente a favore dell'esplorazione spaziale, mentre, per quanto riguarda i temi energetici e ambientali, è a favore di nuove trivellazioni petrolifere sul territorio nazionale e del nucleare, anche se si è espresso a favore dell'impiego congiunto di queste fonti assieme alle rinnovabili. Malgrado non ritenga l'uomo responsabile dei cambiamenti climatici, è a favore di sostegni economici alle imprese verdi e in generale alle riduzioni di CO2 nell'atmosfera. La sua proposta forse più esplosiva è però sul tema della giustizia: Gingrich propone infatti una riforma della corte suprema che eviti il mandato a vita e consenta al Presidente la possibilità di arrestare e rimuovere i giudici qualora ravvisi nel loro comportamento atti di tradimento contro l'America. Naturalmente, spetterebbe al Presidente la possibilità di decidere cosa sia o meno tacciabile di anti-americanismo.

Steward Greenleaf

Appena di rappresentanza si può considerare la candidatura di Stewart Greenleaf. Nato nel 1939, membro del Senato per la Pennsylvania ininterrottamente dal 1979, si è distinto nella politica locale per aver condotto efficaci campagne per l'abolizione del fumo nei luoghi chiusi nel suo stato. La sua politica si basa sul rilancio degli USA da ottenere tramite un'iniezione massiccia di liquido per abbassare il debito pubblico e rilanciare l'economia nazionale.

Jon Huntsman

Quarto candidato è Jon Huntsman, classe 1960 ed ex governatore dello Utah. Di posizioni piuttosto nette sulla politica estera - aggressivo verso l'Iran, fermo nell'appoggio a Israele - ha presentato un piano economico che il Wall Street Journal ha definito imponente e positivo, basato su una progressiva riduzione e semplificazione delle imposte, in special modo a favore delle imprese. Piuttosto liberale sui temi etici, è a favore delle coppie di fatto - ma non del matrimonio - tra esponenti dello stesso sesso. In passato ha espresso posizioni favorevoli ad una legislazione verde che imponesse svantaggi economici alle industrie inquinanti, ma con l'inasprirsi della crisi economica ha modificato la propria posizione sul tema.
Forse anche per le proprie posizioni piuttosto moderate, è agli ultimi posti nella competizione elettorale secondo i principali istituti di sondaggistica.

Fred Karger

Anche Fred Karger, nato nel 1950, ex attore, pare non avere alcuna speranza di intascare la nomination. Attivista per i diritti civili degli omosessuali, si è speso in numerose campagne contro la loro discriminazione e a favore della legalizzazione del matrimonio tra esponenti dello stesso sesso. È inoltre sostenitore della proposta di abbassare a 16 o 17 anni l'età per ottenere il diritto di voto.

Andy Martin

Classe 1945, Andy Martin fa parte della schiera dei perennial candidates, ovvero quei politici che ad ogni elezione ripropongono la propria candidatura pur senza reali speranze di successo. Secondo i principali quotidiani statunitensi, sarebbe stato lui a spargere la voce - poi rivelatasi falsa - della fede islamica del Presidente Barack Obama. Nella sua carriera politica è già stato associato ad un caso di bancarotta e ad episodi di antisemitismo.

James McMillan

Perennial candidate è anche James McMillan, nato nel 1946 in Florida, veterano della Guerra del Vietnam, esperto di arti marziali ed ex investigatore privato. Le sue posizioni politiche sono ispirate al più puro populismo sia verso destra che verso sinistra. È a favore dei matrimoni omosessuali e ritiene il riscaldamento globale frutto di un ciclo naturale della durata di quindicimila anni; propone un taglio radicale delle tasse, e l'azzeramento di tutte le imposte federali, e al tempo stesso si batte contro i tagli al sistema assistenziale per gli anziani e alla scuola. Di fatto, tuttavia, il suo programma è fatto unicamente di proclami senza alcun piano di realizzazione di fondo.

Ronald Paul

Quella del texano Ronald Paul, anch'egli quasi un perennial, rischia invece di divenire una candidatura molto forte, in grado di sparigliare i giochi delle primarie. Conservatore libertario, conserva estrema coerenza nelle sue proposizioni sulla sovranità nazionale - arrivando a proporre il ritiro degli USA dalla NATO - e sul libero mercato, che appoggia in tutto e per tutto. Ferreo sostenitore della Costituzione, è a favore del porto d'armi e contrario alla tortura, nonché all'eccessiva indipendenza del potere presidenziale. Fautore di un modello di stato leggero, intende limitare al minimo i poteri federali di intervento nelle politiche dei singoli stati in tema di giustizia, educazione e diritti civili.
Nei sondaggi più recenti, la sua candidatura è la terza in ordine di preferenze, dietro al tandem di testa Gingrich-Romney.

Rick Perry

La candidatura di Rick Perry, governatore del repubblicanicissimo Texas, appare oggi in difficoltà dopo alcuni momenti di splendore. Tenacemente antifederale, attacca il diritto di Washington di imporre tasse e l'elezione diretta dei membri del Senato, considerato un organo federale e non una rappresentanza di enti locali. Le sue posizioni energetiche e sui diritti civili ricalcano il mainstream repubblicano mentre sul tema dell'immigrazione, vista la posizione dello Stato che governa, si pone in maniera nettamente più morbida rispetto a molti suoi compagni di partito. Vede nello scontro con la Cina il leitmotiv del XXI secolo, mentre dal punto di vista economico si è dichiarato a favore dell'aliquota unica sulla tassazione.

Buddy Roemer

Ex governatore della Louisiana ed ex deputato, Buddy Roemer iniziò la sua carriera politica nel Partito Democratico, per poi passare ai repubblicani nel 1991. Sebbene il suo consenso all'interno del Partito Repubblicano sia piuttosto limitato, ha saputo ritagliarsi un posto nei movimenti minori, anche se la sua candidatura appare un atto puramente velleitario.

Mitt Romney

Mitt Romney, classe 1947, ex governatore del Massachussets, è assieme a Gingrich il principale contendente alle primarie repubblicane 2012. Su molti temi ha più volte esposto posizioni sfumate, che se da un lato sono valse a non inimicargli nessun settore politico, dall'altro non hanno saputo offrirgli quella decisione e quel carisma necessari per il necessario salto di qualità verso il successo. Sul tema dell'aborto è un pro-vita moderato: non chiude infatti alle pratiche abortiste in casi di violenza sessuale, incesto o pericolo di vita per la madre, e ritiene che i singoli stati debbano decidere attraverso un processo democratico come porsi sul tema. Ha posizioni moderate anche sul tema delle minoranze etniche, religiose e sociali, con un atteggiamento forse paternalistico ma sicuramente più morbido dei suoi concorrenti alle primarie. Contrario alle unioni civili tra persone dello stesso sesso, è a favore di ideare nuove tipologie di unione che possano garantire i diritti minimali anche a questo tipo di coppie. Dal punto di vista economico è per un rilancio economico da attuarsi tramite il taglio delle tasse, ed una rinegoziazione dei trattati commerciali con la Cina per contrastare il crescente potere del gigante asiatico nel controllo del debito americano. Dal punto di vista energetico proclama l'autarchia per il Paese, al costo di sacrificare alle trivellazioni le aree protette come l'ANWR, e la riduzione dei gas serra solo su base volontaria, senza disincentivi dal punto di vista fiscale. Sul tema molto caldo dell'immigrazione, infine, Romney si pone a favore del potenziamento dei canali legali di ingresso allo scopo di contrastare più efficacemente l'immigrazione clandestina.

Rick Santorum

Ultimo candidato in ordine alfabetico è il senatore della Pennsylvania Rick Santorum, in rapida ascesa nei sondaggi anche se ancora molto lontano dai candidati più accreditati per la vittoria. La sua filosofia politica è il conservatorismo compassionevole, una sorta di welfare in salsa cristiana. Santorum è fermamente contro l'aborto e l'omosessualità, ed è a favore dell'insegnamento del creazionismo come alternativa scientifica all'evoluzionismo nelle scuole americane. Mal vede il potere della Corte Suprema in quanto composta di giudici non eletti dal popolo, si è dichiarato a favore della barriera tra USA e Messico e ha proposto una legge - mai approvata - per vietare la diffusione dei dati climatici raccolte dalle agenzie americane. Dal punto di vista della politica estera è un fedele seguace delle politiche di Bush e della sua guerra al terrore.

Gradimento dei candidati al 29/12/2011 (Gallup)

I sondaggi più recenti - riportato quello Gallup - vedono un testa a testa tra Romney e Gingrich, con Paul terzo incomodo ma pesantemente staccato. Eppure, come dimostrano i precedenti in questa stessa campagna repubblicana, la situazione politica è molto fluida: sarà proprio la prima elezione in Iowa a dare un'indicazione precisa sull'umore dell'elettorato della destra americana, e soprattutto a portare sulla cresta dell'onda candidati le cui prestazioni dovessero dimostrarsi superiori all'attesa.
La vera corsa per le presidenziali 2012 inizia qui.
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