lunedì 29 agosto 2011

Dati AGCom luglio 2011

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Logo dell'AGCom

I temi politici che hanno tenuto banco nel mese di luglio sono stati inestricabilmente legati alla crisi finanziaria internazionale, agli attacchi speculativi al nostro Paese e alla possibilità di tenuta dello Stato e dell'UE nel suo complesso.
Archiviati dunque i temi elettorali delle amministrative e del referendum, la politica è tornata - pur in una situazione straordinaria - ad occuparsi dell'andamento del Paese.
I dati AGCom relativi al mese di luglio consentono quindi di capire in che modo i principali telegiornali hanno offerto i propri spazi alle formazioni politiche.

La quantità totale di informazione si attesta oltre soglia 190 ore, totalizzando il terzo valore più alto da inizio anno; da un lato questa è una spia dell'estrema importanza rivestita dalla situazione economica del Paese, dall'altro non fa che evidenziare in prospettiva quanto minimo sia stato al contrario lo spazio riservato alla politica nei mesi precedenti, quando all'ordine del giorno erano invece temi maggiormente di stampo elettorale.

Dati AGCom luglio 2011

Luglio procede nel trend di informazione asimmetrica avviato dal mese precedente dopo che i rigidi controlli imposti dall'AGCom a maggio in periodo elettorale avevano riportato alla normalità le quote relative alle varie aree politiche.
Nel dettaglio i temi salienti del mese sono il grande spazio offerto alla Lega Nord, il PD che dopo aver inanellato il record negativo di ore televisive a giugno a luglio, con andamento altalenante, conquista quello positivo, il PdL sopra il 20% del tempo complessivo, il forte ridimensionamento di IdV e SEL, ed il relativo silenzio del Presidente del Consiglio e del Governo in generale, che assieme si attestano intorno al 25% totale.

Dati AGCom luglio 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Dall'istogramma che mostra per ciascun telegiornale il tempo dedicato rispettivamente ad istituzioni, maggioranza e opposizione, si nota come la figura di luglio sia piuttosto simile a quella del mese precedente, evidenziando come amministrative e referendum abbiano effettivamente segnato uno spartiacque tra due fasi della politica del Paese.
Se prima, infatti, Governo e Presidente del Consiglio erano i mattatori della scena mediatica del Paese, con percentuali a carico delle istituzioni che hanno anche sfiorato il 60%, ora tale tendenza si è attenuata notevolmente, a favore generalmente delle formazioni di maggioranza ed in particolare la Lega Nord, che non a caso qualcuno ormai definisce il vero partito al governo dell'Italia.

Dati AGCom 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

L'opposizione lascia sul campo in un mese circa un punto e mezzo, attestandosi poco sopra il 25%; nel mese in cui il Partito Democratico raggiunge il proprio massimo storico del 2011 mentre FLI e UdC appaiono sostanzialmente stabili, è la scomparsa di Di Pietro e Vendola ad affossare il dato dell'opposizione: i due partiti passano infatti da oltre il 9% ad appena il 4,5% del tempo complessivo.
Non è possibile da questo punto di vista non vedere una correlazione tra un simile silenzio e le tematiche dominanti del periodo, e l'immagine che emerge è quella di formazioni, l'IdV e SEL, di fatto eccessivamente silenziose sui temi macroeconomici del Paese; se per la formazione vendoliana l'assenza dal Parlamento può costituire un alibi - anche se chi aspira a governare l'Italia non dovrebbe farne uso - per quella dipietrista l'assenza di interventi non può che relegare il partito ad una formazione monotematica sul tema della giustizia.
Nella maggioranza, invece, scende la Lega e sale il PdL, per un saldo complessivo che si rivela essere positivo di un paio di punti percentuali.
Tra le istituzioni, infine, è da rimarcare il relativo silenzio del Presidente del Consiglio, che scende sotto il 10% e raggiunge il secondo valore più basso da inizio anno.
I telegiornali più filoistituzionali sono stati TG4 e Studio Aperto; hanno dato maggior spazio alla maggioranza TG4 e TGLa7; hanno infine dato voce all'opposizione Rainews e MTVFlash.

Dati AGCom luglio 2011 aggregati per
area politico-culturale

Dall'istogramma che mostra invece lo spaccato del tempo politico dei telegiornali per area si nota una violenta contrazione dello spazio dedicato al centrosinistra rispetto ai mesi precedenti; l'area progressista dello schieramento politico italiano totalizza infatti con il 32,13% il peggior risultato da inizio anno. Analoga sorte tocca al centro moderato, appena al di sopra del 4,5%, in favore quindi delle formazioni di destra e centrodestra. Queste due aree, pur singolarmente attestandosi su valori alti ma non da record, totalizzano insieme uno stupefacente 57%, il valore più alto da inizio anno, ed un valore senza alcun dubbio figlio del progressivo silenzio del Governo e del Presidente del Consiglio.

Dati AGCom 2011 aggregati per
area politico-culturale

I telegiornali più generosi verso le posizioni delle formazioni di centrodestra sono stati TG4 (con un elevatissimo 76%) e Studio Aperto, mentre il centrosinistra ha trovato sponda su TG5 e Studio Aperto. Particolarmente sensibili alle istanze del centro moderato sono stati invece TG2 e Rainews mentre la Lega Nord ha spopolato sulle reti Telecon, TGLa7 e MTVFlash.

Dati AGCom 2011 aggregati per mese

La tabella che mostra l'evoluzione mese per mese delle singole forze politiche e dei vari organi istituzionali permette di confermare alcune tendenze, a partire, nel centrosinistra, del forte incremento del PD a scapito delle altre formazioni di centrosinistra, mentre nel centrodestra è il PdL a riprendere quota rispetto alla Lega, comunque a valori molto alti.
La connotazione fortemente orientata alla crisi economica e alla manovra finanziaria di questo mese di luglio ha fatto sì che i telegiornali dessero preminenza a quelle forze politiche, di maggioranza e opposizione, considerate maggiormente credibili dal punto di vista della proposta economica, e quindi in ultima analisi reali candidate al governo del Paese: PdL e PD, appunto.

A livello di aderenza ai dettami dell'AGCom in termini di par condicio, le testate telegiornalistiche più virtuose si sono dimostrate Rainews, MTVFlash e TG3, mentre spiccano TG4 e Studio Aperto tra quelle maggiormente sbilanciate.

In generale, il mese di luglio costituisce un ulteriore, sia pure piccolo, peggioramento rispetto a giugno in termini di equità dell'informazione. PdL e Lega - considerata l'irrilevanza mediatica di FLI e delle altre formazioni di destra - sono giunte ad occupare quasi il 60% del tempo politico non istutuzionale dei telegiornali, mentre il centrosinistra e l'opposizione nel suo complesso vengono sempre più schiacciate ai margini, vuoi tacitando il PD, come a giugno, vuoi le altre formazioni come in questo mese.
La tendenza è inequivocabilmente quella di un progressivo azzeramento mediatico nel Paese, anche se per il momento il mese di maggio lascia intendere come valga ancora il rispetto delle regole in periodo elettorale. Le imminenti elezioni in Molise permetteranno di mettere nuovamente alla prova anche questa casistica di analisi.

venerdì 26 agosto 2011

La moneta del futuro

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La moneta unica mondiale secondo il progetto
World Future Currency

Gli scrittori di fantascienza ed in generale che provano a raccontare come sarà la vita dell'uomo in un futuro più o meno lontano mostrano sempre situazioni in cui un personaggio, anche all'altro capo della galassia, tira fuori dalla tasca i cosiddetti "crediti" e paga.
Così è nell'epopea di STAR WARS, così ha immaginato anche ad esempio Isaac Asimov nella sua costellazione di serie fantascientifiche.

Quella che può apparire - e che forse nelle intenzioni degli autori era tale - come una semplificazione letteraria per tagliare dai romanzi e dalle sceneggiature una dimensione considerata inutile ai fini della trama rischia invece di diventare una vera e propria profezia sul futuro dell'uomo.

Sono in molti ad aver già mostrato apprezzamento anche in passato per un'idea del genere, dall'ex Ministro dell'Economia Tommaso Padoa Schioppa al suo successore Giulio Tremonti all'ex Presidente del Consiglio Romano Prodi.

In effetti una sorta di moneta unica a livello mondiale esiste già, ed è il SDR, acronimo di Special Drawing Rights (DSP, Diritti Speciali di Prelievo, nella traduzione italiana), dotato anche di una propria sigla ISO 4217, XDR. Si tratta della valuta del Fondo Monetario Internazionale, il cui valore è calcolato come una media ponderata di dollaro (41,90%), euro (37,40%), sterlina (11,30%) e yen (9,40%). I tassi di cambio del 25 agosto sarebbero quindi di 8 SDR per un dollaro, 11,5 per un euro, 13 per una sterlina e 0,1 per uno yen.
Essendo calcolato sulla base di più monete, il SDR è in grado di mantenere maggiormente stabile il proprio valore in caso di eccessivo rafforzamento o indebolimento di una delle valute che lo compongono.
Tuttavia vi sono alcuni aspetti degli SDR che rendono almeno in parte improprio rifersi ad essi come una valuta. Essi infatti non sono disponibili per le transazioni finanziarie e commerciali, e per questa ragione costituiscono appena l'1% delle riserve monetarie degli stati membri del Fondo Internazionale. Questa scarsità a sua volta scoraggia l'utilizzo della valuta, in particolare tramite l'istituzione di asset finanziari denominati in SDR. Infine, naturalmente, l'attuale paniere delle valute utilizzate per la composizione dei SDR mal rispecchia l'attuale situazione economica mondiale, non vedendo rappresentato nessun paese del BRIC e la Cina in particolar modo.

Il tema della moneta unica mondiale è tornato recentemente in auge - e con una forza ben maggiore di quanto le parole di Padoa Schioppa, Tremonti o Prodi possano aver mai suscitato - in virtù delle dichiarazioni di Zhou Xiaochuan, il Governatore della Banca Centrale della Repubblica Popolare Cinese.
L'attuale situazione economica, al di là dell'elevata pressione attualmente in corso sul nostro Paese, è decisamente ingarbugliata a livello mondiale, a causa degli scricchiolii del debito statunitense - sanciti dal recente downgrading degli USA - e del fatto che la Cina è attualmente il maggior creditore dei titoli di stato emessi da Washington.
Così come nell'accordo di Bretton Woods le monete europee erano ancorate al dollaro da cambi generalmente sottovalutati in modo da favorire la ripresa economica del Vecchio Continente finanziandola con il deficit americano.
Se si mette la Cina - ed in generale il sud-est asiatico - al posto dell'Europa, si vede chiaramente che l'attuale situazione è del tutto analoga, al punto che c'è già chi ha coniato il termine Bretton Woods 2. In realtà la situazione attuale è molto diversa rispetto al passato: in primo luogo, l'accordo di Bretton Woods si reggeva sulla fiducia dei mercati mondiali della convertibilità in oro del debito statunitense, mentre dopo gli anni '70 il dollaro ha abbandonato la parità aurea; secondariamente, al contrario di una costellazione di economie nazionali come l'Europa post-bellica, gli USA si ritrovano oggi a fronteggiare una vera e propria superpotenza economica, con strumenti e potenzialità ben superiori a quelli degli Stati europei.
L'attuale situazione vede Cina e USA abbracciati in una stretta ferrea, con gli asiatici che si trovano a dipendere dalla domanda interna degli USA e a doverla sostenere acquistando il loro debito, e gli americani consapevoli del fatto che la loro economia può reggere solo in funzione di quanto la Cina acquisti i loro titoli di Stato. E chi è più in pericolo, in questo reciproco scambio di polpette avvelenate, è proprio la Cina.

Il dollaro è al momento insostituibile come moneta di riserva, dal momento che né lo yen né l'euro - per non parlare della sterlina - possono ambire a scalfire il dominio mondiale del biglietto verde. Sono troppe le transazioni oggi effettuate in dollari così come sono troppe le riserve di dollari nelle banche centrali di tutto il mondo.
Proprio per questa ragione i cinesi richiedono il potenziamento degli SDR, ed in particolare il loro utilizzo nelle transazioni, il raddoppio dell'attuale quantità in circolazione ed un incremento delle valute utilizzate come paniere. Questa riforma costituirebbe di fatto l'embrione di una moneta globale.

Che effetti avrebbe tuttavia un simile scenario sull'economia globale?
Per capirlo occorre tenere in debita considerazione il fatto che moneta globale non significa necessariamente moneta unica. Lo scenario in cui il mondo utilizza la stessa valuta da Tokyo a Cape Town è solo uno di quelli possibili, e forse nemmeno il più auspicabile. La coesistenza di una moneta unica globale per gli scambi internazionali e delle singole monete locali per gli scambi interni costituisce ad esempio un'alternativa piuttosto apprezzata da molti economisti.
A seconda dell'ipotesi implementata, infatti, si aprirebbero quadri estremamente differenti.

L'esistenza di una moneta unica, e conseguentemente di un ente centrale che emette - o autorizza l'emissione alle strutture nazionali - il supporto fisico della valuta, avrebbe alcune importanti limitazioni sulla politica economica dei singoli Stati: come è già capitato infatti con l'Euro, non sono state più possibili quelle politiche svalutazionistiche come scossa all'economia interna così comuni ad esempio in Italia rispetto al marco tedesco o al dollaro. Secondariamente, l'abolizione di dazi doganali e in generale di tutte le imposte relative all'esportazione e all'importazione dei beni hanno reso impossibili politiche orientate al protezionismo. Queste armi tolte agli Stati, tuttavia, hanno reso più equo e diretto il rapporto tra aziende e consumatori, avvicinando maggiormente il mercato unico europeo - naturalmente solo da questo punto di vista - alla condizione di concorrenza perfetta. Ne consegue che l'introduzione di una moneta unica mondiale è in grado di riprodurre su vasta scala il medesimo fenomeno.

Sempre osservando l'area europea si può però cogliere il rovescio della medaglia: la moneta e tramite essa la politica monetaria sono forme di protezione dell'economia locale, dei veri e propri scudi utilizzati dalle amministrazioni per difendere il benessere dei cittadini di una determinata zona del mondo. È chiaro che territori diversi avranno esigenze diverse, che una politica monetaria univoca non può tenere debitamente in conto. L'attuale crisi dei cosiddetti PIIGS è stata senza dubbio acuita dal comportamento della BCE, preoccupata più di difendere l'economia tedesca che quella dei Paesi in difficoltà. Solo quando le speculazioni finanziarie hanno iniziato a toccare uno Stato fino a quel momento considerato sicuro come la Francia la politica dei banchieri di Francoforte è cambiata. Atene e Berlino avevano bisogno di politiche monetarie diametralmente opposte, per le diverse esigenze del territorio, della popolazione e della storia pregressa delle due economie; una è stata di fatto sacrificata, ed il maggior peso economico e politico della Germania in seno alla UE ha trasformato Atene - e poi Lisbona, Dublino, Madrid e Roma - in facili bersagli per gli attacchi speculativi.
Una moneta unica mondiale avrebbe quindi il difetto di essere incapace di rispondere a diverse sollecitazioni politiche di segno opposto, e correrebbe il serio rischio di divenire un'arma terribile nelle mani delle economie più potenti del pianeta, che ne manovrerebbero il costo in funzione delle proprie esigenze o addirittura per danneggiare i diretti avversari.

Una soluzione che preveda la coesistenza di una valuta globale per gli scambi internazionali e di una serie di valute locali per quelli nazionali legate in una sorta di paniere come avviene per i DSF è forse quindi la soluzione migliore, dal momento che consentirebbe di evitare le peggiori asperità della moneta unica e al tempo stesso di godere i vantaggi in termini di mercato che questa apporterebbe.

Che la Cina abbia semplicemente bisogno di un grimaldello per scalzare il dollaro dalla sua posizione di predominio - un predominio monetario in effetti senza più alcun riscontro nell'economia reale - e instaurare un proprio modello di supremazia, oppure che essa punti alla realizzazione di un nuovo e migliore equilibrio mondiale non è dato saperlo, e naturalmente la Cina non gode di quell'immenso capitale di fiducia di cui ancora possono fruire gli Stati Uniti; da un punto di vista italiano ed europeo, quindi, l'appoggio alla proposta cinese ci deve essere, ma ponderato con attenzione per evitare di ritrovarsi ad essere una semplice periferia di Pechino.
Resta il fatto che, ironicamente, la prossima rivoluzione monetaria mondiale sarà probabilmente guidata da uno Stato che vede al potere un Partito Comunista.

martedì 23 agosto 2011

Francia e Italia, differenti modelli di turismo

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Cartolina di Parigi

Le recenti due settimane passate in Francia, e più precisamente nella zona parigina, mi hanno fornito l'occasione di poter riflettere sulla struttura e sulla gestione della cosa pubblica nella capitale transalpina e nel Paese nel suo complesso, in special modo dal punto di vista del turismo e dell'offerta al visitatore straniero.
Malgrado Italiani e Francesi si appellino tra loro come cugini - spesso con una punta di reciproco sarcasmo - i due Paesi hanno vissuto storie profondamente differenti, che ancora oggi ne condizionano la fibra più intima ed il funzionamento.

La Francia è la più antica entità nazionale d'Europa, le cui origini possono essere collocate al regno romano-barbarico dei Franchi, e Parigi ne è la capitale indiscussa da più di mille anni. L'Italia compie nel 2011 appena 150 anni, e proviene da una storia secolare di frammentazioni e dominazioni straniere.
Prova eclatante di questo fenomeno è la differente tipologia di urbanizzazione dei due Paesi:



France (2008)Italia (2008)
CittàAbitantiCittàAbitanti
Paris2.211.297Roma2.718.768
Marseille851.420Milano1.299.633
Lyon474.946Napoli973.132
Toulouse439.553Torino908.263
Nice344.875Palermo663.173
Nantes283.288Genova610.887
Strasbourg272.116Bologna372.256
Bordeaux235.891Firenze364.710
Lille225.784Bari322.511
Toulon166.733Catania298.957


Sebbene il computo degli abitanti delle principali aree urbane non possa essere considerato realmente attendibile in termini numerici nella valutazione del tasso di inurbamento di una popolazione in quanto dovrebbe essere basato sulle aree metropolitane più che sui comuni, è tuttavia evidente come la dimensione media delle città italiane sia maggiore di quella delle città francesi, così come, trasponendo il dato a livello nazionale, la densità demografica italiana è superiore a quella transalpina.
In particolare, esaminando sempre le prime dieci città dei due Stati, si possono eseguire alcuni confronti specifici tra le due capitali, Roma e Parigi: se da un lato infatti Roma conteneva al 2008 il 4,5% della popolazione italiana mentre Parigi appena il 3,5% di quella francese - dato spiegabile con il maggiore inurbamento della nostra penisola - i rapporti tra le dieci città più popolose di ogni Paese mostrano in realtà un quadro ben differente.
La popolazione di parigi costituisce infatti il 40% di quelle delle principali città francesi contro il 32% di Roma; inoltre il rapporto tra Parigi e Marsiglia - seconda città francese - è di 2,6, laddove quello tra Roma e Milano è appena di 2,1. Mentre quindi in Francia vi è uno stacco considerevole tra Parigi e tutte le altre città del Paese, uno stacco che rende inconcepibile mettere a confronto l'area parigina con ogni altra zona dello Stato e rende indiscutibile il ruolo di Parigi come città leader, in Italia la preminenza di Roma è decisamente più sfumata.
Le ragioni storiche che hanno condotto a questo fenomeno sono evidentissime: la prolungata disgregazione territoriale della penisola ha visto un fiorire di capitali di piccoli stati di dimensione regionale o addirittura provinciale. Roma, Milano, Napoli, Torino, Venezia, Firenze, Parma, Mantova, Ferrara sono solo alcune tra le tante città italiane che, per periodi più o meno lunghi, si sono trovate ad essere capitali di entità subnazionali.

Dal punto di vista del turismo metropolitano si può quindi dire che la Francia è Parigi - naturalmente con una certa approssimazione - ma è del tutto impossibile ridurre l'Italia ad una sola delle principali città che la compongono. Tutte le principali attrazioni della Francia si trovano nella sua capitale: il Louvre, la Tour Eiffel, Notre Dame, l'Orsay, il Pompidou, il Pantheon, il Sacro Cuore, fino a Versailles e persino Disneyland Paris. In Italia... gli Uffizi sono a Firenze, la Pinacoteca di Brera a Milano ed i Musei Vaticani o la Galleria Borghese a Roma. Le residenze reali dei Savoia sono principalmente nel torinese. Mentre le tombe dei grandi di Francia sono racchiuse nel Pantheon e nei cimiteri monumentali di Parigi, in Italia le grandi personalità sono disperse in mille cimiteri nelle città in cui sono nati o vissuti: Dante è sepolto a Ravenna, Firenze ospita tra gli altri Galilei, Machiavelli e Bonarroti, Giuseppe Verdi è a Milano, e via dicendo. Ma soprattutto le nostre città sono tutte, chi più chi meno, dei veri e proprio musei architettonici a cielo aperto, Roma, Firenze e Venezia su tutte.

Purtroppo per l'Italia, la sua conformazione pare non essere quella vincente. In un mondo sempre più globalizzato, dove Paesi sempre più lontani dalla vecchia Europa si stanno affermando come i nuovi ricchi del mondo e sono quindi le nuove sorgenti del turismo, è necessario avere una certa massa critica in termini di offerta per attirare gente. Parigi, cuore unico e indiscusso della Francia, racchiude al proprio interno buona parte dei gioielli della nazione, ed è in grado di raggiungere quella soglia in termini di qualità e quantità dell'offerta tali da renderla una meta appetibile per il turista cinese, russo o brasiliano. Nessuna città italiana, presa singolarmente, è in grado di reggere il confronto con la capitale francese. Le energie creative del Paese sono disperse e polverizzate in una miriade di città, abbiamo più poli museali che competono a livello nazionale ma non riescono a imporsi in quello internazionale.
Soprattutto, l'Italia si dimostra un Paese adatto a lunghi viaggi di esplorazione artistica e culturale, senza che però nessuna sua città sia in grado di concentrare al proprio interno un'offerta in grado di superare le altre grandi capitali d'Europa e del mondo. Nell'epoca del turismo mordi e fuggi, è indubbiamente un grave handicap.

La prima soluzione a cui si potrebbe pensare potrebbe essere l'accentramento, ovvero la creazione di un polo di eccellenza turistica in grado di creare quella massa critica necessaria per invogliare i turisti a preferirlo ad altre mete nel mondo.
A rigore l'idea appare persino praticabile: la creazione di un cimitero monumentale per le personalità più illustri del Paese o l'accentramento delle opere museali sono senza alcun dubbio soluzioni almeno teoricamente percorribili, secondo il principio che se i soli Uffizi non sono da soli competitivi con l'Hermitage o il Louvre uniti alle altre grandi istituzioni museali del Paese non avrebbero probabilmente rivali al mondo.

Dal punto di vista pratico l'idea non risulta tuttavia applicabile e a ben vedere non si tratta nemmeno di una soluzione particolarmente auspicabile: da un lato, come evidenziato in precedenza, la predominanza di Roma rispetto alle altre grandi città del Paese è piuttosto debole - se invece che al Comune si guarda l'area metropolitana Milano supera agevolmente la capitale, per limitarsi al campo demografico - quindi la scelta su quale dovrebbe essere il polo attrattivo italiano non sarebbe né così automatica né così scontata.
In secondo luogo proprio la peculiare storia del Paese - l'assenza di un solo centro catalizzatore in favore di svariate capitali subnazionali - ha reso gran parte delle città della penisola gioielli architettonici che sarebbe alla lunga controproducente mettere in ombra nel modo in cui Parigi oscura tutte le altre città della Francia.
La vera forza del turismo metropolitano italiano deve essere quindi cercata proprio in quella frammentazione che ad oggi è la sua debolezza: il visitatore deve in ultima analisi essere messo in grado di fruire dell'intero territorio italiano con la stessa facilità con cui fruisce delle sole Parigi o Londra.

Un progetto indubbiamente ambizioso, nel quale si rivela essere quindi prioritaria la questione infrastrutturale, sia a grande che a piccola scala. Proprio per rendere accessibile il nostro straordinario ma diffuso patrimonio artistico e culturale risulta impellente la necessità di fornire collegamenti rapidi ed efficienti tra le città, all'interno delle città, e tra le città e le periferie.
Se quindi Versailles è raggiungibile in meno di mezz'ora dal centro di Parigi con le linee RER locali, la reggia Venaria Reale o il Castello di Miramare devono poter essere raggiunti in pochi minuti di metropolitana rispettivamente da Torino e Trieste... ma non solo: anche un turista che alloggia a Milano deve poter essere messo nella condizione di raggiungere Torino, spostarsi a Venaria, visitare la residenza sabauda, tornare nel capoluogo piemontese e da lì rientrare in quello lombardo comodamente in giornata, senza disagi, attese o lungaggini.
Analogamente si potrebbe ipotizzare per l'area tosco-umbra (Firenze, Siena, Pisa, Arezzo, Orvieto), i Castelli romani, oppure - spostandosi su un tipo di turismo più di svago - per i grandi parchi divertimento di Gardaland o Mirabilandia.
Solo in questo modo il sistema turistico italiano potrà considerarsi realmente competitivo e valorizzare appieno le proprie straordinarie potenzialità. L'isolamento ed il provincialismo che attanagliano il Paese, e che le linee ferroviarie ad alta velocità e le costruzioni di nuove reti metropolitane stanno appena iniziando a intaccare, sono di fatto i maggiori ostacoli allo sviluppo del Paese.
Persino in un periodo di crisi profonda occorre avere il coraggio di investire, ed il turismo, apportando capitali esteri in Italia, è probabilmente uno dei cavalli su cui scommettere con maggiore convinzione.

venerdì 5 agosto 2011

La ricetta anti-crisi che non c'è

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Il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi (PdL)

L'Italia, come i telegiornali continuano a ripetere ormai con una certa insistenza, è da tempo uno dei centri della crisi finanziaria internazionale; le debolezze strutturali del Paese lo hanno reso un bersaglio privilegiato per attacchi finanziari di tipo speculativo e non solo, al punto che parole come spread, fino a non molto tempo fa sconosciute ai più, stanno diventando parte del lessico quotidiano dei mezzi di informazione.
Proprio per fare il punto sulla situazione economica il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi ha tenuto un discorso al Parlamento nella giornata del 3 agosto, alle ore 17:30 - dopo quindi la chiusura della Borsa di Milano.

Il testo del discorso, che si può trovare a questo link sul sito della Camera dei Deputati, può essere riepilogato nel seguente tag cloud, ottenuto tramite Wordle:

Tag cloud del discorso di Silvio Berlusconi
alla Camera dei Deputati

Il tag cloud permette di evidenziare i temi salienti del discorso di Berlusconi, ma si vede fin da subito come l'elemento didascalico abbia fortemente prevalso su quello propositivo: le parole dominanti sono infatti "governo", "Europa", "economia", "pubblico" e "Paese", ovvero termini più adeguati ad una lezione teorica sullo stato della crisi. Per dirla con le parole di Eugenio Scalfari su La Repubblica, termini più adatti ad una relazione della Banca d'Italia che ad un discorso politico di rilancio economico.
Domina a onor del vero nel tag cloud anche il verbo "fare", ma mancano le declinazioni di un simile intendimento. "Fare" cosa? Quali sono le proposte del Governo? La parola più di spicco in questo senso è "finanziaria", ma in questo aspetto il verbo "fare" è necessariamente coniugato al passato. I mercati hanno salutato l'approvazione della finanziara con un'ulteriore iniezione di sfiducia verso il nostro Paese, quindi riportare alla mente la manovra non fermerà la speculazione adesso. Si parla di "crescita", ma così come "fare", è una parola che senza alcuna specificazione può voler dire tutto e niente. Solo scendendo tra le parole più piccole si iniziano a cogliere alcuni dettagli come "sviluppo", "investimento", "decreto", assieme a qualche accenno alle famiglie e alla produttività.

Se, come emerso nel tag cloud, il discorso di Berlusconi è stato più legato alla circostanziazione della crisi che alle possibili vie d'uscita, l'analisi del testo del discorso non fa che confermare quanto emerso dalle parole chiave. La prima metà dell'intervento (49% circa del totale), infatti, è interamente dedicata alla descrizione della crisi internazionale e al posizionamento dell'Italia in questo contesto, in una lunga elencazione di provvedimenti già approvati e divenuti legge negli anni e nei mesi passati.
Solo nella seconda parte si accenna ad un programma per il futuro, articolato in più punti.
In primo luogo l'attuazione del federalismo, inteso in questo ambito come strumento di riduzione della spesa dello Stato centrale. In realtà la dichiarazione di Berlusconi non affronta il tema dello spostamento delle spese dal centro alla periferia, rendendo di fatto piuttosto vuoto il passaggio. Vi è poi un accenno alle privatizzazioni, ma di nuovo senza scendere nel dettaglio, agli investimenti nel mezzogiorno (circa 7 miliardi) e alla riforma fiscale. Per quest'ultima viene più volte fatto riferimento alla legge-delega di prossima approvazione, ma senza illustrare la direzione ed i contenuti su cui realmente si andrà ad intervenire. Questi passaggi, sommati assieme, occupano il 19% circa del discorso.

Gli unici interventi dettagliati di cui parla Berlusconi sono gli adeguamenti dei costi della politica (9% circa del tempo totale del discorso): abolizione delle province, riduzione delle auto blu, riduzione dei compensi dei parlamentari.
Eppure, pur essendo l'unico passaggio dove il Presidente del Consiglio ha mostrato concretezza, è difficile ritenere che questo punto programmatico possa dare maggior fiducia ai mercati: di fatto, la mancata approvazione della legge sull'abolizione delle province all'inizio dell'estate, la bocciatura dell'emendamento alla finanziaria che ne prevedeva l'accorpamento per quelle sotto il mezzo milione di abitanti, e soprattutto il rinvio di qualsiasi manovra in grado di incidere sui reali costi della politica italiana alla prossima legislatura rendono poco credibile, agli occhi di un osservatore esterno, quanto promesso dal premier; questa sfiducia di fondo, unita al valore comunque più simbolico che altro di questa tipologia di interventi, rende il passaggio di Berlusconi uno slogan elettorale più che una reale dichiarazione di intenti.

Ciò che tuttavia rende quasi surreale il discorso del Presidente del Consiglio è il messaggio di fondo che traspare, da un lato di un'impotenza disarmante - "i fondamentali dell'Italia sono solidi, gli attacchi completamente ingiustificati" - e dall'altro di rivendicazione delle attività svolte quasi in una parossistica negazione della realtà dei fatti - "i mercati non capiscono quello che abbiamo fatto".
La pochezza delle proposte di sviluppo presenti nel discorso, sia in termini numerici che di consistenza, trova giustificazione agli occhi del premier proprio per la sua incapacità di comprendere come sia possibile un simile attacco al nostro Paese.

Eppure l'attacco esiste, e non è un caso che sia stata scelta l'Italia e non un'altro Paese.
Il discorso di Berlusconi non affronta il nodo cruciale: se è operativa una speculazione contro l'area euro e l'Italia è divenuta meta privilegiata degli speculatori, le cause possono essere o economiche oppure politiche.
Se i nostri fondamentali sono sani, il problema deve essere politico; se non lo sono, tocca comunque alla politica rimetterli a posto. Ma se le proposte del Governo sono poche e confuse, difficilmente potranno convincere i potenziali investitori.
Berlusconi di fatto scommette che l'attacco al nostro Paese sia puramente virtuale, senza fondamento e quindi senza possibilità di intaccare l'economia reale del Paese; scommette che il fatto che i mercati valutino le banche italiane la metà del loro valore di capitalizzazione non avrà effetti sulla salute di quelle banche; scommette che i tassi di interesse che siamo costretti a pagare sul nostro debito per via della speculazione non manderanno fuori controllo i nsotri conti.
Si tratta di una visione forse obbligata per il premier, incapace di pensare che egli stesso possa essere la causa, o quantomeno una delle cause, della sfiducia con cui il mondo guarda all'Italia.
Eppure l'immobilismo legislativo che sta caratterizzando questi anni, l'assenza di progetti concreti per lo sviluppo, l'assenza di reali misure contro la corruzione che attanaglia il sistema economico del Paese e contro l'evasione fiscale, l'ossessione del Presidente del Consiglio per il tema della giustizia a scapito di qualsiasi altro argomento, la negazione - fino a non molto tempo fa - dell'esistenza stessa della crisi economica globale e quindi l'assenza di misure in campo per arginarla e contrastarla sono tutti fattori politici che contribuiscono fortemente a rendere il nostro Paese il bersaglio ideale per attacchi speculativi.

Come far cambiare idea al mercato? Se veramente esiste un piano, un "complotto", per far naufragare l'euro, formato da imponenti poteri finanziari sia dentro che fuori la moneta unica, difficilmente sarà possibile tenersene al di fuori; una simile sfida ha dimensioni ben superiori a quelle degli Stati nazionali e non può essere affrontata e vinta se non con un fronte ampio e coeso di politica monetaria - fattore che comunque manca all'Europa, essendo la BCE prona al volere tedesco ed essendo la Germania stessa tra i principali sospettati di volere la fine dell'euro o comunque l'uscita dalla moneta unica di alcune economie deboli.
Ciò che rientra nelle possibilità di uno Stato è tuttavia la capacità di porsi al di fuori della lista dei papabili per gli attacchi speculativi. Perché lo spread della Francia è - pur in salita - così inferiore al nostro? Perché le economie dei Paesi nordici, con un PIL così inferiore a quello italiano, non sono prese di mira dagli speculatori? Possibile che sia solo questione di debito pubblico?
La risposta, con ogni probabilità, è politica. Altrove la serietà delle istituzioni e le loro capacità di intervento sono garanzie sufficienti. In Italia no. E non è nemmeno un problema costituzionale come afferma il Presidente del Consiglio in modo forse subdolo - "non riesco a salvare il Paese perché non ho sufficiente potere" - dal momento che tra i Paesi al momento non a rischio vi sono situazioni istituzionali piuttosto simili alla nostra in termini di ampiezza del potere esecutivo e che la stessa Italia, anche in passato, ha saputo dimostrare con questa struttura costituzionale di potersi tirar fuori dalle crisi economiche.

Il problema è quindi la fiducia: come è stato anche evidenziato in questo articolo di Termometro Politico gli attacchi al nostro Paese non hanno impedito la vendita degli ultimi BTP a interessi nettamente inferiori a quelli di mercato; inoltre, a fronte di una situazione economica e politica sempre uguale a sé stessa negli ultimi anni, è solo nelle ultime settimane che i nostri tassi di interesse hanno iniziato ad andare alla deriva, ovvero da quando le ultime elezioni amministrative e le consultazioni referendarie hanno reso il Governo - già squassato da vere e proprie faide inetrne - ancora più fragile.
Il discorso di Berlusconi ha consentito di arginare, almeno in parte, questo fenomeno? Per rispondere, è sufficiente osservare l'andamento dello spread del nostro Paese dal primo luglio, confrontandolo con quello di altre due economie paragonabili alla nostra, Spagna (sotto attacco come noi) e Francia (al momento al sicuro).

Spread di Spagna, Italia e Francia (01/07/2011 - 04/08/2011

Dal grafico ricavato dai dati di Bloomberg1 si ricavano in particolare due conseguenze: da un lato che l'intervento di Berlusconi non solo non ha giovato all'Italia, e che anzi il nostro spread è salito di 21 punti base in un solo giorno; dall'altro che l'Italia vede comunque una progressiva erosione di fiducia superiore a quella degli altri Paesi.

Spread di Spagna e Francia in relazione all'Italia
(01/07/2011 - 04/08/2011)

Come si vede dall'istogramma che riporta lo spread di Spagna e Francia rispetto all'Italia, il nostro Paese partiva a inizio luglio con un credito di fiducia verso gli iberici di circa 50 punti, mentre il giorno dopo il discorso di Berlusconi ne restano una decina scarsa, e con un debito di fiducia verso i transalpini di quasi 150 punti, dilatati in meno di quaranta giorni ad oltre 300.

Il nostro Paese, in ultima analisi, sta soffrendo la crisi decisamente peggio degli altri Stati con i quali è lecito confrontarci; la politica, invece che porre un freno al problema, pare esserne parte in modo strutturale, a causa della propria incapacità di agire ed affrontare a viso aperto i problemi strutturali dello Stato; il Governo pare incapace di formulare un piano di qualsiasi genere per restituire credibilità alla nostra economia, trincerandosi dietro una negazione della realtà che non farà altro che peggiorare la nostra situazione.
Zapatero in Spagna ha già annunciato le proprie dimissioni e le elezioni anticipate, ritenendosi parte del problema. Berlusconi ha invece deciso di proseguire - ne ha d'altronde pienamente il diritto - fino a fine legislatura.
Ma i mercati internazionali - grandi gruppi finanziari e piccoli risparmiatori - lo hanno a quanto pare bocciato, e con lui l'Italia.



1: le pagine del sito di Bloomberg relative allo spread di Italia, Spagna e Francia entrano a far parte delle fonti del blog.

lunedì 1 agosto 2011

Homo lupi lupus

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Esemplari di Canis Lupus Italicus

Nella notte tra l'11 ed il 12 luglio 2011, a Sant'Anna di Bellino, in Valle Varaitan, Piemonte, un attacco di tre lupi al gregge del signor Peyrache ha condotto alla morte di 59 capi di bestiame ovino. Un eclatante episodio di un fenomeno che il ripopolamento dell'arco alpino da parte del più famoso e temuto predatore della storia ha reso ormai piuttosto comune.

Una escalation di attacchi, quella degli ultimi anni, che sta minando le basi di una convivenza, quella tra pastori e lupi, mai realmente accettata dai primi, e che si sta deteriorando sempre più rapidamente.

Con il Comunicato n°73 del 14 luglio 2011 l'Assessore all'Agricoltura e Foreste, Caccia e Pesca della Regione Piemonte - nonché Consigliere Comunale della città di Cuneo - Claudio Sacchetto (Lega) ha prontamente chiesto al Governo la possibilità di procedere con abbattimenti selettivi dei lupi.

L’Assessorato, fin dall’inizio, si è schierato con fermezza dalla parte dei pastori e continuerà con convinzione a cercare soluzioni concrete per difendere le loro attività: gli episodi degli ultimi tempi - 82 capi coinvolti in pochi giorni - dimostrano che la presa di posizione della Regione non è fine a sé stessa, ma dettata da una problematica oggettiva che, per colpa di visioni distorte ad opera di alcune realtà, peggiora di anno in anno mettendo in ginocchio l’ecosistema e le fondamentali attività economiche che garantiscono la tutela del patrimonio montano. Ci vuole buonsenso: il lupo non ha più paura dell’uomo e attacca con frequenza. Basta con componenti ideologiche cieche, continueremo a chiedere al Ministero di autorizzarci ad abbattere i lupi qualora non permettano la sopravvivenza di un ecosistema equilibrato: è ora di intervenire, lo chiede la montagna esasperata da agguati e aggressioni. Nonostante le opposizioni, cercheremo con tenacia di porre rimedio alla situazione continuando con il lavoro già avviato con il progetto Propast; la Regione si scontra, purtroppo, non solo con anacronistiche normative internazionali che garantiscono una superprotezione ingiustificata alla specie lupina, ma anche con una particolare insensibilità delle strutture Ministeriali ai problemi degli allevatori e dei pastori. A differenza di altri paesi dove, a fronte della constatazione di gravi danni per gli allevamenti si attivano abbattimenti selettivi in deroga, in Italia sono state predisposte delle procedure che condizionano le decisioni in materia del Ministero dell’Ambiente a organismi autoreferenziali di matrice ambientalista orientati per motivi ideologici a non concedere alcun abbattimento indipendentemente dalla gravità della situazione. La Regione sta predisponendo una riorganizzazione nell’ambito dei risarcimenti e degli interventi attivi a supporto degli allevatori vittime della predazione lupina: si parla dunque non solo del recupero delle carcasse finite in posizioni di difficile recupero, ma anche del sottovalutato problema degli animali feriti (da individuare, recuperare, curare o eutanasizzare): spesso e volentieri l’attacco del lupo, quando non si traduce nella morte della preda, significa giorni di lunga agonia e sofferenza per l’animale ferito. Anche prendere in considerazione tale aspetto significa tutelare la natura.

Nel frattempo, alla Camera dei Deputati, era in corso dal 29 aprile 2010 l'indagine conoscitiva sulla situazione del sistema agroalimentare, con particolare riferimento ai fenomeni di illegalità che incidono sul suo funzionamento e sul suo sviluppo. Questa lunga indagine si è conclusa nella seduta di martedì 26 luglio 2011, con l'approvazione a voto unanime di un documento che, tra le altre voci, permette l'abbattimento dei lupi per prevenire danni al bestiame.

Che il primo evento, in realtà culmine di una serie di episodi succedutisi a breve distanza l'uno dall'altro, unito alle pressioni della Lega Nord, abbia in qualche modo influito sull'esito della votazione è più di un semplice sospetto. L'unanimità del voto, tuttavia, trascende gli interessi di parte, e assurge a simbolo del modus operandi della classe politica italiana: quella che pare una normale votazione su un tema decisamente lontano dai riflettori dei media è in realtà una spia evidente che consente di capire in che modo pensano e lavorano i politici quando il peso dell'opinione pubblica calamitato dai media non ne dirige le azioni.

Malgrado la lunghezza ed il notevole grado di dettaglio dell'indagine svolta dalla Commissione Agricoltura della Camera, infatti, la votazione ha evidenziato alcuni aspetti della politica italiana, del tutto trasversali agli schieramenti, che paiono riassumere al proprio interno l'eterno complesso di mediocrità dei nostri rappresentanti.

In primo luogo, la mancanza di impegno nella ricerca di soluzioni impegnative e a lungo termine, a favore di semplicismi che possono dare qualche risultato nell'immediato a scapito di maggiori risultati futuri. La consueta miopia italica, che in questo caso sfocia in una dichiarazione di impotente violenza. Aprire la caccia - preventiva - ai lupi significa infatti dichiarare l'impossibilità, o la mancanza di volontà, di instaurare qualsiasi tipologia di convivenza tra due specie predatorie, l'uomo e il lupo. Significa affermare che nell'ambiente, pur rurale e semiselvatico, delle montagne italiane non c'è posto per i lupi. Significa inoltre ritenere che non può esservi sviluppo umano in ambito montano se non attraverso l'esercizio della pastorizia, che l'uomo non è disposto a modificare le proprie attività economiche cercando di utilizzare il lupo come valore aggiunto. Come scrive il WWF Italia in un comunicato stampa relativo ad una lettera aperta inviata dal presidente dell'associazione Leoni alla Commissione Agricoltura della Camera,

è veramente colpa del lupo se la pastorizia è in crisi o se l'allevamento non è più redditizio? È colpa del lupo la crisi profonda della montagna?

La decisione presa dalla classe politica di maggioranza e opposizione denota tutta l'incapacità di pensare a nuove e coraggiose forme di utilizzo dell'ambiente montano e l'incapacità di rovesciare il secolare paradigma del lupo come nemico dell'uomo e dello sviluppo umano.

Il secondo aspetto, comune a tante decisioni del Parlamento, è l'assoluta mancanza di riguardo per le direttive comunitarie. Il lupo è protetto in quanto specie in via di estinzione dalla Convenzione di Berna, che recita, agli articoli 6 e 7:

Article 6
Each Contracting Party shall take appropriate and necessary legislative and administrative measures to ensure the special protection of the wild fauna species specified in Appendix II. The following will in particular be prohibited for these species:
all forms of deliberate capture and keeping and deliberate killing;
the deliberate damage to or destruction of breeding or resting sites;
the deliberate disturbance of wild fauna, particularly during the period of breeding, rearing and hibernation, insofar as disturbance would be significant in relation to the objectives of this Convention;
the deliberate destruction or taking of eggs from the wild or keeping these eggs even if empty;
the possession of and internal trade in these animals, alive or dead, including stuffed animals and any readily recognisable part or derivative thereof, where this would contribute to the effectiveness of the provisions of this article.

Article 7
Each Contracting Party shall take appropriate and necessary legislative and administrative measures to ensure the protection of the wild fauna species specified in Appendix III.
Any exploitation of wild fauna specified in Appendix III shall be regulated in order to keep the populations out of danger, taking into account the requirements of Article 2.
Measures to be taken shall include:
closed seasons and/or other procedures regulating the exploitation;
the temporary or local prohibition of exploitation, as appropriate, in order to restore satisfactory population levels;
the regulation as appropriate of sale, keeping for sale, transport for sale or offering for sale of live and dead wild animals.

Il lupo è naturalmente menzionato nell'Appendice 2. Solo in caso di reale e grave pericolo per l'uomo sono ammesse deroghe a quanto prescritto dalla Convenzione di Berna, e difficilmente la caccia preventiva potrebbe rientrare in questa categoria.

Il terzo elemento è naturalmente il cui prodest. A chi giovano le uccisioni dei lupi? La risposta più semplice sono naturalmente i pastori, le cui greggi, affermano, sono messe a repentaglio da questo predatore. Tuttavia questa risposta è del tutto insufficiente per una decisione politica così sproporzionata. In realtà i lupi, così come gli uccelli rapaci e in una certa misura anche l'orso, sono un fattore determinante per tenere sotto controllo la popolazione di ungulati, in special modo cinghiali e caprioli, il cui numero dopo le massicce reintroduzioni a scopo venatorio è cresciuto a dismisura con notevoli danni per gli agricoltori. A chi giova quindi l'eliminazione di un predatore naturale? Naturalmente ai cacciatori, i veri destinatari, secondo le intenzioni, della votazione.

Un quarto elemento che suscita disappunto è che la decisione, ad esplicita dichiarazione della Commissione Agricoltura, è stata presa senza che siano a disposizione sufficienti dati per quantificare i danni provocati ad agricoltura ed allevamento dalla fauna selvatica. Si potrebbe aggiungere che la decisione è stata presa senza conoscere le reali numeriche demografiche della popolazione lupesca in Italia. Decidere, ad esempio, che i lupi in Piemonte sono troppi tout court è un'azione scriteriata: in realtà, in Piemonte sono stati censiti quattordici branchi, nove nel cuneese e cinque nel torinese, per un totale di circa una settantina di esemplari. Sicuramente troppo pochi per considerare la popolazione al di sopra del rischio di estinzione, e sicuramente pochi per le disponibilità di prede offerte dalla regione. Affermare che sono troppi settanta elementi significa di fatto affermare che è impossibile la convivenza tra le due specie: se è troppa una quantità di lupi al limite della massa critica per scongiurare l'estinzione non è molto diverso dall'autorizzare lo sterminio. La Commissione Agricoltura della Camera, collegando i vari passaggi del ragionamento, ha approvato un documento in cui, ammettendo di non aver dati a sufficienza, si minaccia la sopravvivenza stessa di una specie su buona parte del territorio italiano.

Infine, ma forse è il passaggio più importante in assoluto, la politica ha dimostrato di non aver ancora imparato a convivere con i moderni mezzi di informazione e a misurarsi con i loro fruitori.
Se in passato infatti una votazione su un tema come l'apertura della caccia a questa o quella specie poteva essere un tema in grado di calamitare l'opinione pubblica per il tempo di un servizio al telegiornale, restando poi confinato nella sfera degli ambienti della caccia, del settore primario e delle associazioni ambientaliste, ora il tam tam mediatico consente una diffusione e una condivisione delle notizie molto più rapida e capillare, arrivando a portare lo sdegno per una simile decisione a segmenti di popolazione che difficilmente, solo vent'anni fa, sarebbero stati coinvolti. Si stanno moltiplicando in rete le iniziative contro la decisione della Commissione, a partire da petizioni on-line anche se è naturalmente Facebook a fare la parte del leone con la fondazione di gruppi quali quello di vittimedellacaccia.org.
Vi è tuttavia un aspetto ancora più sottile: gli stessi cacciatori paiono tenere in maggior conto gli impatti mediatici di una simile decisione, arrivando, come evidenziano alcuni commenti su un sito generalmente considerato "estremista" come BigHunter a osteggiarla a causa della cattive luce in cui metterebbe il movimento venatorio.

Si assiste quindi ad un altro, gravissimo esempio di scollamento tra la classe politica e la popolazione del Paese, non tanto per la generale impopolarità di cui soffrirebbe la conversione in legge di un simile documento, quanto per l'incapacità da parte di chi siede in parlamento di cogliere le correnti di opinione che attraversano l'Italia.
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