giovedì 30 giugno 2011

Primarie del centrosinistra, le implicazioni

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Un momento delle elezioni primarie del 2005

L'esito - almeno parzialmente inaspettato - delle consultazioni amministrative e referendarie, i sondaggi che sempre di più indicano il centrosinistra come prima forza del Paese, e le oggettive difficoltà in cui la maggioranza parlamentare si trova sempre più invischiata hanno riportato in auge uno dei temi forse più scottanti dell'attualità politica italiana, la leadership del centrosinistra e con essa la questione delle primarie di coalizione.

Il grande successo dei candidati scelti attraverso lo strumento delle primarie, da Pisapia a Zedda a Fassino, e la tradizione ormai fatta propria dal Partito Democratico, hanno sancito in maniera pressoché definitiva l'utilizzo di tale strumento nella scelta del prossimo candidato alla Presidenza del Consiglio.
Se tuttavia non paiono esservi dubbi sulla scelta di indire le elezioni primarie, ad oggi sono ancora vivi i contrasti tra le varie anime della coalizione sulle tempistiche in cui il popolo di centrosinistra dovrebbe essere portato alle urne per la scelta del proprio candidato alle elezioni politiche.

Le posizioni predominanti sul tema sono due: secondo la prima visione le primarie dovrebbero essere l'attuale priorità del centrosinistra e la scelta del leader la prima operazione da effettuare; la seconda ipotesi vede invece la necessità di definire il programma ed i confini dell'alleanza prima di iniziare il processo di decisione del candidato.
Le due posizioni sono capitanate dai quelli che ad oggi sono anche i principali candidati alla competizione, il Presidente della Regione Puglia Nicola Vendola ed il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani.

Se nei mesi passati diversi commentatori politici avevano liquidato la questione in modo anche piuttosto superficiale adducendo le differenti posizioni alle becere probabilità di vittoria del candidato con Vendola nel pieno della sua popolarità e Bersani schiacciato dalle beghe interne al PD, il sostanziale riequilibrio tra i due venutosi a creare nell'ultimo periodo nell'umore dell'opinione pubblica finalmente consente analisi che entrino maggiormente nel merito, e non trattino da mero opportunismo politico quella che è invece una questione fondante e costitutiva dello strumento primarie e in ultima analisi dell'intero assetto politico italiano.

Tra le principali ragioni di chi sostiene la necessità di svolgere le primarie il prima possibile spicca il tema della partecipazione. Se i limiti della coalizione vengono decisi in anticipo, chi non si riconosce nei partiti che decidono di correre assieme certamente non sarà invogliato a votare alle primarie. I comitati referendari, le donne del movimento "se non ora quando", per non parlare dei tanti delusi dalla politica sono nel centrosinistra italiano un bacino rilevante, che potrebbe non essere disposto a scelte coltivate all'interno del perimetro dei partiti.
Un punto forse altrettanto importante è quello del programma. Se il programma fosse condiviso tra le segreterie dei partiti della coalizione, quale sarebbe la differenza politica tra i candidati? Ne conseguirebbe uno snaturamento, secondo i sostenitori di questa tesi, delle primarie stesse, relegate a scegliere, anziché una visione, semplicemente un volto che la incarni.
Infine, la necessità di trovare una sintesi unitaria e duratura, in modo da presentare la coalizione come reale alternativa al monolite - almeno mediaticamente - berlusconiano e sfatare la tradizione di litigiosità che attanaglia il fronte progressita del panorama italiano non può essere soddisfatta se non scegliendo da subito il leader, in modo da offrire al centrosinistra, nel tempo che precede l'appuntamento elettorale, un'opportunità di mostrarsi unito e coeso sotto il vincitore delle primarie.

Chi è invece dell'idea di procrastinare sostiene che solo con la definizione di un programma di massima è possibile capire i paletti che ciascun partito e movimento interessato considera inderogabili: unicamente definendoli è possibile innescare con certezza il circolo virtuoso del "chi perde sostiene chi vince" che è stata la chiave dei successi del centrosinistra in città storicamente ostili come Milano o Cagliari.
Questo insieme di punti fondamentali definisce sì, quindi, un perimetro alla coalizione, ma un perimetro necessario per evitare spaccature o ripensamenti a seconda dell'esito delle consultazioni.
La definizione di un simile programma, inoltre, non metterebbe in secondo piano l'impronta personale dei singoli candidati, che sullo scheletro condiviso da tutte le parti in causa avrebbero ampio spazio, secondo chi sostiene questo approccio, per costruire la propria visione di centrosinistra.
Infine, alla necessità di presentare agli italiani un modello di coalizione che non sia quello litigioso del 2006 i sostenitori di questo seconda filosofia oppongono il valore elettorale offerto dalla consultazione, che di fatto, con una campagna elettorale supplementare riesce a smuovere ed oliare quei meccanismi di attivazione e partecipazione poi così importanti per il buon esito delle elezioni vere.
Con un pizzico di cinismo si potrebbe ulteriormente ritenere che un candidato designato troppo in anticipo finirebbe con l'essere logorato - malgrado tutti i buoni propositi della partenza - dalla stessa coalizione che lo sostiene, arrivando poi spompato all'appuntamento elettorale.

In realtà, la necessità della costruzione di una piattaforma programmatica di partenza è ben avvertita da tutti gli ambienti partitici, ed il campeggio dei rottamatori in quel di Albinea, organizzato dal consigliere regionale lombardo Civati per il 22 - 23 - 24 luglio, potrebbe costituire lo scenario per il primo incontro - rigorosamente diffuso in streaming - tra i leader dei principali partiti di centrosinistra, Bersani, Vendola e Di Pietro.

L'asso nella manica di coloro che sostengono l'urgenza delle primarie e le vorrebbero calendarizzare già il prossimo autunno è in ogni caso la fragilità del Governo e della maggioranza: il risicato vantaggio numerico del centrodestra alla Camera dei Deputati, i continui casi di vittorie delle opposizioni nelle votazioni minori, il clima teso tra le varie anime del centrodestra e soprattutto una pesantissima manovra finanziaria da oltre 45 miliardi di euro sono tutti elementi che giocano contro la stabilità e la durata dell'esecutivo e mettono il centrosinistra in permanente fibrillazione da elezioni anticipate. La necessità di non lasciarsi trovare impreparati nel caso di caduta del Governo imporrebbe, quindi, il tempestivo ricorso alle primarie.
Ma che succede se invece il Governo non cade?

Un aspetto che infatti è decisamente troppo trascurato riguardo a questo tema è quello del ruolo politico del vincitore della competizione.
Le primarie italiane sono considerabili una derivazione di quelle statunitensi, e come le loro progenitrici d'oltreoceano sono state concepite per una finalità puramente elettorale. Prima dell'avvio della campagna elettorale vera e propria le forze in campo scelgono il proprio candidato.
Così è stato per Romano Prodi per le politiche del 2006 e così è stato ad ogni livello fino alle ultime elezioni amministrative; in Italia il Partito Democratico ha esteso le funzioni spettanti alle primarie anche agli strumenti di democrazia interna, in special modo con l'elezione diretta del segretario nazionale.
L'utilizzo che qui si vorrebbe fare delle primarie è però del tutto nuovo. Per la prima volta infatti, più che un candidato alle elezioni si andrebbe a scegliere un leader di coalizione.
Un ruolo probabilmente senza precedenti nel panorama politico italiano; una sorta di supersegretario i cui poteri vanno oltre il singolo partito di appartenenza.
Quale dovrebbe essere il ruolo politico legato ad una singola figura? Quale significato avrebbero a questo punto i partiti, se la loro autonomia è messa in tutto o in parte nelle mani di un tale capo? Staranno alla coalizione come oggi le correnti stanno ai partiti? Quali aspetti del loro potere le dirigenze di partito vorranno o dovranno cedere al leader di coalizione? In che modo verrà scelto lo staff che lo affiancherà, e come si rapporterà tale staff con le attuali segreterie di partito? Di quali e quanti poteri avrà bisogno questo supersegretario per non essere logorato anzitempo dai partiti in suo sostegno e diventare un generale senza truppe al momento del bisogno?
Queste domande svelano la reale profondità che si cela dietro alla questione apparentemente semplice di legare le primarie o meno ad un appuntamento elettorale. In ballo c'è la struttura stessa della politica, che rischierebbe di formalizzare e cristallizzare un livello di aggregazione superiore a quello dei partiti, con regole tutte da scrivere - come si formalizza una coalizione? come si entra in una coalizione esistente? quanto conta un partito in una coalizione? come si esce da una coalizione? - e con necessità di intervento e controllo che si estenderebbero ben al di là della semplice figura del leader.
Scardinando dall'alto i flussi gerarchici dei partiti, e potendo permettere ai candidati dei partiti più piccoli un gioco ad alto guadagno - il controllo almeno parziale dei partiti maggiori, in termini di utilizzo della struttura portante in sostegno alle proprie idee e al proprio programma - è inevitabile che si ridisegneranno anche gli approcci degli aspiranti politici al sistema partitico: se da ogni partito si potrà arrivare al controllo della coalizione, e visto il progressivo esaurirsi del voto militante rispetto a quello di opinione, la corsia preferenziale per l'ingresso in politica tenderà ad essere concentrata sui piccoli partiti, dove la concorrenza è minore. Un primo effetto del fenomeno potrebbe proprio essere il progressivo avvicinamento delle dimensioni e delle strutture dei partiti, ottenuto però più tramite disgregazioni e scissioni delle forze più grandi che attraverso il rafforzamento di quelle minori.
Alla fine è tuttavia probabile che questa strada conduca al partito unico, in forma forte - fusione dei partiti esistenti - o debole - progressivo svuotamento dei partiti.
Si tratta di un percorso che veramente il centrosinistra desidera intraprendere? E chi auspica per le primarie un utilizzo differente da quello elettorale per cui sono state fino ad oggi adoperate, ha ben chiare le conseguenze a lungo termine di una simile applicazione?

Ecco cosa c'è dietro alla scelta di dare alle primarie un significato politico oltre che elettorale: il futuro della struttura politica e partitica del Paese.

lunedì 27 giugno 2011

Il rinnovo del CCNL del commercio

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Raffaele Bonanni (CISL) e Luigi Angeletti (UIL)

I primi mesi del 2011 sono stati contrassegnati da eventi capitali sul delicatissimo tema del lavoro.
La violenta crisi internazionale, il processo di globalizzazione ed un Governo ideologicamente lontano dalle istanze storiche delle classi lavoratrici hanno portato all'evento-simbolo di questi primi mesi dell'anno: il referendum di Mirafiori.
Da lì, il metodo-Marchionne ha iniziato a diffondersi nei rinnovi contrattuali, ed una delle vittime più illustri è forse il nuovo CCNL del commercio.

Il 26 febbraio 2011 la Confcommercio e le sigle di categoria di CISL e UIL, rispettivamente la FISASCAT e la UILTUCS, hanno sottoscritto il nuovo contratto collettivo nazionale del commercio, entrato retroattivamente in vigore il 1 gennaio 2011 e con scadenza prevista per il 31 dicembre 2013.
Non ha apposto la sua firma invece la sigla di categoria della CGIL, la FILCAMS, che ha affidato le motivazioni del proprio rifiuto ad un comunicato stampa a nome del segretario generale Franco Martini. Fuori dalla contrattazione anche le sigle minori, che hanno siglato accordi separati.

Quali sono dunque i punti salienti di questo nuovo contratto?

La nuova versione del contratto va ad agire in maniera piuttosto incisiva su svariati aspetti del rapporto di lavoro, in particolare malattia, permessi e ferie, preavvisi di licenziamento, previdenza integrativa oltre naturalmente al tanto atteso aumento salariale in busta paga.

Si dimostrano particolarmente rilevanti le modifiche contrattuali legate al periodo di malattia. La versione precedente del contratto indicava la seguente copertura previdenziale:
  • 100% della retribuzione giornaliera dal 1° al 3° giorno
  • 75% della retribuzione giornaliera dal 4° al 20° giorno
  • 100% della retribuzione giornaliera dal 21° giorno
Il nuovo contratto non modifica le quote di spettanza dei lavoratori, ma interviene sul primo punto dell'elenco mantenendolo inalterato per i primi due eventi di malattia durante l'anno, portandolo al 75% per il terzo, al 50% per il quarto e allo 0% per tutti i seguenti.
Sono considerati eccezioni a questa regola gli eventi di malattia che implicano ricovero, day hospital, patologie in generale considerate gravi e continuative e che richiedono terapie, o generici eventi con prognosi iniziale di almeno dodici giorni.
Questa clausola è retroattiva, e si applicherà a tutti i lavoratori del commercio indipendentemente dalla data di assunzione.
Lo scopo della voce del contratto è evidente: punire i furbetti che con assenze di un giorno cercano di allungare i fine settimana o si ritagliano lo spazio per motivazioni personali. D'altra parte i controlli sui medici di base di per sé dovrebbero abbondantemente scoraggiare questa pratica, senza il bisogno di ulteriori sanzioni e scoraggiamenti; inoltre questo punto del contratto punisce in maniera uguale coloro che prendono giorni per interesse e quelli che li prendono per necessità, discriminando in qualche modo proprio le persone più cagionevoli di salute, ovvero quelle che maggiormente dovrebbero essere tutelate.

Sempre in tema malattia, in virtù di quanto previsto dal Decreto Legge 112/2008 convertito in Legge 133/2008, il rimborso del periodo di malattia può essere effettuato direttamente dal datore di lavoro, che si ritrova così esonerato dal versamento dei contributi all'INPS per tale periodo.
Inoltre verrà esteso di 60 giorni il periodo di indennizzo retribuito in caso di assenze per patologie gravi, a fronte di una diminuzione di eguale durata del periodo di aspettativa non retribuita.
Infine, sarà incrementato l'importo dell'assicurazione in caso di invalidità permanente o morte del lavoratore prevista per gli operatori di vendita.

Altrettanto dirompenti sono gli aspetti legati alla fruizione delle ore di ferie e permesso. Nella versione del contratto in vigore fino a dicembre 2010 il numero di ore annue di ROL a disposizione dei dipendenti legati al CCNL del commercio era di 88 per aziende sotto i 15 dipendenti e 104 per quelle sopra tale soglia.
Con la nuova stesura invece si prevede che per i primi due anni di lavoro verranno riconosciute al dipendente solo 32 ore annue, corrispondenti alle festività soppresse; dal secondo al quarto anno di lavoro verranno riconosciute le 32 ore di cui sopra più il 50% di quelle residue (quindi rispettivamente 60 e 68 ore a seconda del numero di dipendenti) e solo dal quarto anno di lavoro si abbia a disposizione l'intero monte ferie.
È importante osservare che il contratto parla espressamente di maturazione delle ferie, e non di utilizzo: questo vuol dire che i limiti imposti al lavoratore riguardano proprio le ferie a sua disposizione e non la semplice facoltà di farne utilizzo.
Anche in questo caso la clausola si applica sulle assunzioni successive alla firma del contratto, e non verrà replicata in caso di trasformazione tra una tipologia di contratto e l'altro, ad esempio da apprendistato o stage a tempo indeterminato.

Aumentano poi i tempi di inserimento dei nuovi assunti, che passano da 45 a 60 giorni per i contratti di IV e V livello e da 30 a 45 giorni per quelli di VI e VII livello.

Un tema invece affrontato in termini equilibrati è il minore preavviso previsto per le comunicazioni di licenziamento (danno per il lavoratore) o dimissioni (danno per l'azienda).

Preavvisi per licenziamenti e dimissioni

La tabella sopra riportata evidenzia i nuovi giorni lavorativi di preavviso da rispettare per la cessazione del rapporto di lavoro, modulati da un lato in base all'inquadramento e dall'altro in funzione dell'anzianità lavorativa.
Le diminuzioni sono dell'ordine del 25% circa per tutte le combinazioni.

Nel contratto viene dato particolare spazio alla contrattazione diretta tra azienda e dipendente, attraverso una serie di deroghe al CCNL che consentano, come da Legge 183/2010, piena libertà di azione alle aziende in termini produttività, come straordinari senza preavviso, lavoro nei giorni festivi eccetera. Su tali ore lavorative verrà applicata un'aliquota ridotta del 10%.
Al tempo stesso, sempre per rispondere a quanto previsto dal legistlatore nel Collegato Lavoro, è stata revisionata la disciplina relativa alle certifizicazioni e all'arbitrato attraverso le clausole compromissorie.

Sempre bilanciati tra lavoratore ed azienda sono i passaggi relativi alla previdenza integrativa, che nel caso del CCNL del commercio è costituita principalmente dal Fondo Est per i dipendenti e dal Quas per i quadri: da marzo 2011 ogni azienda che non aderisce a tali fondi è infatti obbligata a fornire ai suoi dipendenti le medesime prestazioni e garanzie dal punto di vista dell'assistenza sanitaria; dal 2014 le aziende equipareranno i contributi a tale fondo per i dipendenti a tempo parziale con quelli relativi al tempo pieno. Ai lavoratori iscritti al Fondo Est spetta l'onere di un maggior impegno finanziario nel fondo, con un incremento di un euro mensile dal 01/06/2011 e di un ulteriore euro dal 01/01/2012.

Ultimo - ma non ultimo - capitolo è quello relativo agli aumenti salariali.
La nuova versione del contratto prevede aumenti classificabili in tre categorie:
  • aumenti salariali veri e propri
  • indennità di funzione quadri
  • elemento economico di garanzia

Tabella dei minimi contrattuali

Il primo elemento vede i minimi mensili salire con una serie di sei aumenti - due per anno - dell'8,16% lordo, ovvero ipotizzando una rivalutazione media annua situata tra il 2,6% ed i 2,7% lordo, circa un punto al di sopra dell'inflazione media registrata dall'ISTAT nel 2010. Al netto, l'aumento e l'inflazione risultano paragonabili.
Il secondo punto consiste in un incremento di 1.400 € lordi annui della retribuzione dei quadri a titolo di indennità di funzione, a partire dal 01/01/2013.
Infine, l'elemento economico di garanzia dovrebbe essere un pagamento una tantum che le aziende che non applicano la contrattazione di secondo livello dovrebbero sottoscrivere nella mensilità di novembre 2013 ai loro dipendenti con contratti a tempo indeterminato e di apprendistato puché risulti al 31/10/2013 che essi siano in attività e con almeno sei mesi di anzianità lavorativa; non sarà rilevante ai fini contributivi e di TFR.

Il bilancio di questo contratto si può considerare sicuramente in perdita, almeno se guardato dal punto di vista dei lavoratori. A fronte di alcune minime tutele alle classi lavoratrici più disagiate - estensione del Fondo Est, estensione della durata dell'aspettativa retribuita per gravi patologie - si assiste una progressiva limitazione dei diritti conquistati dai lavoratori negli ultimi decenni.
Se il caso delle ore di malattia appare il più eclatante, sono in realtà le sempre maggiori deroghe al CCNL concesse alle aziende a rendere via via meno tutelato il lavoratore, a cui potranno essere richieste senza alcun preavviso e senza alcun turno di riposo ore di lavoro straordinario. Tenendo conto del fatto che le aziende del settore terziario tendono ad essere, nel nostro Paese, piccole e poco sindacalizzate, questo nuovo potere fornito ai datori di lavoro rischia di colpire in maniera molto pesante i diritti dei lavoratori.
Particolarmente duro è poi questo contratto verso i nuovi assunti, ovvero i giovani, estremamente penalizzati dal punto di vista della maturazione delle ore di ferie e permesso.
Infine, gli aumenti contrattuali privilegiano in maniera sensibile i quadri a scapito dei normali impiegati, il cui tasso di crescita degli stipendi, di fatto allineato all'inflazione, conduce all'ennesima stagnazione del potere d'acquisto dei lavoratori.

La politica accomodante di CISL e UIL verso le istanze delle organizzazioni degli imprenditori e del Governo di fatto sta vanificando decenni di lotte e di conquiste operaie, verso un ritorno a condizioni di lavoro che assomigliano sempre più a quelle precedenti la II Guerra Mondiale.
Adeguamento necessario per non soccombere alla globalizzazione, oppure deliberata manovra per ridurre i ceti popolari a nuove forme di quasi-servitù, ai posteri l'ardua sentenza.

giovedì 23 giugno 2011

Federalismo, i primi effetti collaterali

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Il modulo CID

Come mostra il quadro riepilogativo delle attuazioni della Legge Delega 42/2009 in materia di federalismo, l'ultimo - per ora - tassello della riforma federale promossa dal centrodestra è costituito dal Decreto Legislativo 68/2011, intitolato Disposizioni in materia di autonomia di entrata delle regioni a statuto ordinario e delle province, nonché di determinazione dei costi e dei fabbisogni standard nel settore sanitario ed entrato in vigore il 27 maggio 2011.
Nell'ottica della realizzazione di un vero federalismo fiscale, il decreto si pone l'obiettivo di fissare i criteri di spesa delle regioni e delle province, fornendo al medesimo tempo una redistribuzione verso tali enti del carico tributario onde ridurre progressivamente la quota finanziaria fornita dallo Stato centrale.

All'interno di tale decreto legislativo ha tenuto banco negli ultimi giorni la polemica sorta intorno al comma 2 dell'articolo 17:

L'aliquota dell'imposta di cui al comma 1 è pari al 12,5 per cento. A decorrere dall'anno 2011 le province possono aumentare o diminuire l'aliquota in misura non superiore a 3,5 punti percentuali. Gli aumenti o le diminuzioni delle aliquote avranno effetto dal primo giorno del secondo mese successivo a quello di pubblicazione della delibera di variazione sul sito informatico del Ministero dell'economia e delle finanze. Con decreto dirigenziale, da adottare entro sette giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono disciplinate le modalità di pubblicazione delle suddette delibere di variazione.

Puntuale è arrivato, il 3 giugno 2011, il Decreto Ministeriale emanato dal Ministero dell'Economia e delle Finanze per le modalità operative di gestione delle variazioni fiscalil previste dalla legge.

La tassazione legata alle polizze RCA si compone di tre parti, di cui due nominalmente a carico del contraente ed una nominalmente a carico della compagnia assicurativa.
  • La quota parte relativa alla compagnia assicurativa è il versamento al Fondo di garanzia per le vittime della strada, regolata dal Codice delle assicurazioni private Decreto Legislativo 209/2005; per l'anno 2011 la quota è stata fissata al 2,5% e si applica alla quota pagata dal contraente scalata dalle ulteriori imposte.
  • La prima quota a carico del contraente è un'imposta del 10,5% utilizzata dallo Stato come finanziamento al Servizio Sanitario Nazionale. La gestione di tale quota è in mano allo Stato ed è deducibile dalle imposte sul reddito. Anche questa quota è fissata dal Decreto Legislativo 209/2005.
  • La seconda quota a carico del contribuente è un'imposta fissata dal Decreto Legislativo 68/2011 al 12,5% a cui le singole province possono apportare una variazione fino a ±3,5%.

Ogni 500 € che la compagnia assicuratrice incassa, e che comprendono la quota di 12,50 € per il Fondo, il cittadino deve pagarne altri 52,50 per il SSN e 62,5 alla provincia, per un totale di 615 €. Il potere fornito alle province è quello di agire sull'aliquota del 12,5% per portarla ad una cifra compresa tra il 9% ed il 16%, con conseguente esborso del cittadino compreso tra 597,50 € e 632,50 €.
Il carico fiscale sulle RCA, attualmente al 23%, potrà quindi arrivare al 26,5%: una cifra senza eguali in Europa.

E nel prossimo futuro la situazione probabilmente diverrà ancora più ingarbugliata: la nuova legge di stabilità dovrebbe prevedere infatti dal 2013 una rimodulazione del'Imposta Provinciale di Trascrizione sulla base della cilindrata e delle emissioni del veicolo ed una compartecipazione all'imposta di bollo. Proprio per questa ragione il presidente dell'UPI aveva scritto il 9 giugno una lettera ai Presidenti di Provincia esortandoli - non sapendo quali saranno le reali risorse messe a disposizione degli enti tramite IPT e bollo - a non abusare della leva fiscale relativa alla RCA: molte province tuttavia, i cui bilanci sono stati ridotti all'osso dagli effetti del Decreto Legge 78/2010 convertito in Legge 122/2010, hanno immediatamente ritoccato al valore massimo l'aliquota, come mostra la tabella del Ministero dell'Economia e della Finanza, trasformando quindi la rimodulazione dell'aliquota in un semplice aumento della pressione fiscale.

Ma le sorprese non finiscono qui: come molti commentatori economici profetizzano, la necessità di conformare i contratti assicurativi alla provincia e non allo Stato, quindi potenzialmente 108 tipologie di contratto contro l'unica attuale, richiederà un lavoro supplementare che le compagnie non esiteranno a scaricare sui cittadini.
Proprio quest'ultimo punto è direttamente ascrivibile alla cosiddetta devolution, al federalismo: nell'attesa di vedere come verranno impiegati i fondi destinati agli enti locali, nell'attesa di vedere l'efficienza ed il risparmio, si assiste qui ad una complicazione i cui costi probabilmente ricadranno sui cittadini.
La possibilità di avere aliquote a livello provinciale comporterà la necessità da parte delle compagnie di predisporre una settantina di differenti tipologie di contratto (per il principio dei cassetti, e stimando una granularità del decimo di punto percentuale sulle possibilità di manovra delle province), con conseguente maggior lavoro per gli assicuratori e quindi di costi di manodopera ed elaborazione. La vera beffa consiste nel fatto che le compagnie dovranno tenersi pronte a questa eventualità anche se con ogni probabilità tutte le province si uniformeranno all'aliquota più alta.

Il primo frutto del federalismo è quindi decisamente avvelenato: l'innalzamento di un'imposta locale, senza che corrisponda un abbassamento di quelle nazionali; maggiori complicazioni per le compagnie assicuratrici e quindi maggiori costi anche su quel fronte per i cittadini. Decisamente una partenza con il piede sbagliato.

lunedì 20 giugno 2011

Il difficile rapporto tra il web e la destra

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Mappa del web realizzata dalla
Chinese Academy of Sciences

Le ultime elezioni amministrative e le successive consultazioni referendarie hanno visto un netto spostamento dell'asse privilegiato di informazione degli Italiani dalla televisione alla rete. In particolare, in entrambi gli appuntamenti sono state severamente penalizzate le forze di centrodestra. Nel caso del referendum è stato anche lo stesso popolo conservatore a punire in maniera vistosa le politiche del Governo Berlusconi.
Che la rete costituisca un mezzo di informazione in cui il centrosinistra è predominante - contraltare alla TV - o che si tratti di un generico movimento di opposizione alle forze al momento al Governo indipendentemente dal loro colore per ora non è dato saperlo; alcuni eventi occorsi appena pochi giorni dopo la conclusione della tornata referendaria sono tuttavia in grado di evidenziare un rapporto maldestro e ottuso tra la rete e un certo mondo di destra eccessivamente legato all'informazione centralizzata dell'era berlusconiana.

In data 14 giugno 2011 si è tenuta a Roma la terza edizione della Giornata Nazionale per l'Innovazione; tra i relatori, Umberto Vattani (presidente dell'ICE), Giampaolo Galli (direttore generale di Confindustria), Mario Platero (Il Sole 24 Ore) ed il Ministro per la Pubblica Amministrazione e l'Innovazione Renato Brunetta (PdL). Proprio quest'ultimo è stato protagonista di un "incidente" i cui strascichi sono forse la spia più evidente dell'inadeguatezza della concezione dell'informazione in rete da parte di una buona fetta della classe dirigente di centrodestra.





Come mostra il video de Il Fatto Quotidiano al termine dell'intervento del Ministro due ragazze - lavoratrici precarie presso l'agenzia tecnica del Ministero del Lavoro - hanno chiesto di potergli rivolgere alcune domande; invitate a raggiungere il palco hanno appena avuto il tempo di presentarsi e dichiarare il proprio stato di precarie che Brunetta si è allontanato, dicendo: "Grazie, arrivederci. Questa è la peggiore Italia."
Il politico veneziano ha poi abbandonato la sala, inseguito dalla voce delle ragazze che dicevano, "Se è vero che siamo la peggiore Italia, è anche vero che questa Italia va avanti grazie a noi." Uscendo, il Ministro ha strappato uno striscione, posto da alcuni ragazzi dei Punti San Precario, che recitava "Si scrive innovazione, si legge precarietà". A quel punto sono incominciati i cori di "Buffone" e "Pupazzo" contro Brunetta, che lasciava l'edificio letteralmente inseguito da un gruppo di precari della Pubblica Amministrazione. Senza rispondere a nessuna delle domande rivoltegli, Brunetta saliva sulla propria auto blu. Uno dei precari si metteva davanti all'auto, sfidando l'autista di Brunetta ad investirlo, fino a che non veniva allontanato, quasi a spintoni, dalle guardie del corpo.
Nella sala, in maniera quasi surreale, l'intervento delle due ragazze veniva fatto terminare a forza, e gli organizzatori tentavano di riprendere l'evento come nulla fosse. Messi alla porta, i precari nell'atrio tentavano di ribellarsi, la situazione degenerava in spintoni e schiaffi e solo alla fine si ricomponeva: senza più un reale interlocutore, ai precari non restava che lasciare l'edificio.





A questo punto l'episodio avrebbe potuto essere archiviato e rientrare nella cronaca politica minore, ma il Ministro Brunetta, tramite YouTube, ha voluto fornire già il giorno seguente la propria versione dei fatti.
Secondo tale versione ci sarebbe stato uno scambio di battute tra le precarie sul palco ed il Ministro stesso, il quale avrebbe dichiarato che il poco tempo a disposizione rendeva impossibile trattare un argomento così ampio; inoltre lo striscione, le urla e gli spintoni sarebbero eventi iniziati prima della sua frase "siete la peggiore Italia", che quindi avrebbe costituito solo una reazione.





In una lunga (oltre mezz'ora) intervista a Luca Telese de Il Fatto Quotidiano il Ministro non recede dalla propria posizione, minimizza il problema della precarietà nella Pubblica Amministrazione e conferma l'idea che gli sia stato teso un agguato mediatico, idea che supporta rilevando che una delle due ragazze sul palco a Roma era figlia di un ex-senatore di Rifondazione Comunista - dimenticando però che si tratta realmente di una lavoratrice precaria.

Indipendentemente dalle ragioni del Ministro, colpisce la disinvoltura con cui Brunetta si è andato a cacciare in un vero e proprio ginepraio, realizzando un video in cui si arrocca su posizioni false: il raffronto tra il video originale e la ricostruzione fatta da Brunetta non consente infatti altro aggettivo.
Le provocazioni al Ministro sono arrivate dopo la sua frase, e le due precarie sono state liquidate senza alcuna parola di spiegazione, questa è la realtà dei fatti indipendentemente dalle ragioni contrapposte dei precari e del Governo. Negando questa verità Brunetta è arrivato a indebolire la propria posizione anche a livello delle argomentazioni sel precariato, che avrebbe dovuto essere da subito il vero tema del confronto.
In realtà Brunetta ha dimostrato di non conoscere il funzionamento di base della rete e - cosa più importante - la mentalità dei fruitori del web: se in TV una serie di direttori di testata più o meno compiacenti può lasciar trapelare solo le informazioni desiderate, un'informazione immessa in rete si diffonde ad una velocità tale che è di fatto impossibile estirparla o sovrascriverla in maniera completa. Inoltre l'utente medio della rete non si accontenta dei canali di comunicazione ufficiali, e va alla continua ricerca di fonti da verificare e confrontare. Il raffronto tra la versione messa in rete da Brunetta e le fonti originali era quindi inevitabile e scontato, così come era scontato che le contraddizioni emerse non avrebbero fatto altro che incrementare la curiosità e l'indignazione degli internauti in una reazione a catena che ha ingigantito il fatto fino alle sue attuali dimensioni.





Questo approccio pasticcione e dilettantistico si ritrova anche nelle parole del deputato Giorgio Clelio Stracquadanio (PdL), che tenta di spiegare il predominio della sinistra sul web con "un esercito di dipendenti pubblici" politicizzati che ha tempo a disposizione e che anche sul lavoro si dedica a Facebook e Twitter, naturalmente in contrapposizione ad un centrodestra operoso che non ha il tempo per simili cose.
In realtà le parole di Stracquadanio sono solo un coacervo di luoghi comuni e inesattezze colossali: in primo luogo il deputato pidiellino gioca sulle equazioni "dipendenti pubblici = sinistra" e "dipendenti pubblici = fannulloni" per arrivare ad insultare chi non la pensa come lui.
Secondariamente dimentica, o probabilmente ignora, i tempi e i modi della rete. Un'informazione, una battuta su Pisapia, un invito a votare SI al referendum, costano pochi secondi, e non necessitano di una presenza costante e assidua su Internet.
Un altro punto debole del suo discorso è naturalmente l'aver trascurato l'elemento giovanile e studentesco, che invece tanta parte ha nella vita della rete nel nostro Paese.
Infine, e cosa forse fondamentale, l'attività in rete viene vista come di serie B, appannaggio dei fannulloni con tempo da perdere, mentre i veri lavoratori non hanno il tempo di utilizzarla. Questa concezione della rete come oggetto di svago è in realtà del tutto mitologica, e probabilmente non ha mai avuto, nell'intera storia di Internet, lo stato di verità.

La realtà è invece che la destra, la sua classe dirigente ed in parte il suo popolo, hanno prosperato nell'egemonia mediatica berlusconiana, e si sono trovati del tutto impreparati ad affrontare un mezzo di comunicazione rapido, diffuso e condiviso come la rete quando questo ha smesso di essere marginale nell'informazione italiana. Berlusconi, il suo modo di fare politica, e la sua persistenza sulla scena oltre ogni tempo massimo si stanno rivelando anche da questo punto di vista un boomerang per il futuro della destra italiana.

giovedì 16 giugno 2011

Tutti i numeri del referendum

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La festa dei comitati promotori a Roma

Le consultazioni referendarie tenutesi il 12 e 13 giugno 2011 sono state uno straordinario esempio di partecipazione civica, che ha portato - in media sui quattro quesiti - un numero ben superiore alla maggioranza assoluta degli elettori alle urne per dire la propria sui temi della privatizzazione del servizio idrico, dell'energia nucleare e del legittimo impedimento.

Il primo numero che consente di inquadrare la rilevanza dell'appuntamento referendario è 54,81%, ovvero la percentuale, comprensiva del collegio estero, di Italiani che hanno in media partecipato alla consultazione: 27.631.948 elettori su 50.417.952 aventi diritto hanno infatti preso parte alla tornata referendaria 2011. Un successo di partecipazione come non si vedeva dal 1995 nel nostro Paese per un referendum abrogativo, le cui cause primarie - insofferenza verso il governo, quesiti approntati su più argomenti tutti di elevato appeal, rivoluzione comunicativa dei social network - sono state analizzate da Termometro Politico con dovizia di particolari.

Affluenza nelle regioni italiane
al referendum 2011

Esaminando il referendum dal punto di vista geografico, il 50,37% medio della Calabria ed il 64,60% medio del Trentino Alto Adige costituiscono gli estremi di un dato di partecipazione popolare che ha visto il quorum raggiunto in tutte le regioni italiane.
Oltre al Trentino Alto Adige, anche Emilia Romagna, Toscana, Marche e Valle d'Aosta hanno fatto registrare un dato superiore alla soglia psicologica del 60% di affluenza.

Confronto dell'affluenza su base regionale
Referendum 2011 - Europee 2009

Sono particolarmente interessanti, come mostra la tabella, i differenziali rispetto alle ultime elezioni che hanno coinvolto l'intero territorio nazionale, le Europee tenutesi nel 2009. A fronte di un generale minor grado di affluenza che si può considerare fisiologico rispetto al differente tipo di consultazione, si evince tuttavia un comportamento differente sia a livello generale sia sul modo in cui le singole regioni hanno risposto alla consultazione.
In primo luogo si nota una maggior uniformità di affluenza a livello nazionale: se alle europee tra l'Emilia Romagna e la Sardegna si registravano oltre trenta punti di differenza nel dato della partecipazione, nel referendum tra Trentino Alto Adige e Calabria questa differenza si è ridotta a quattordici punti. Motivare questo appiattimento delle differenze attraverso la riduzione dei votanti allo "zoccolo duro" che si reca sempre alle urne - quindi con maggiori riduzioni nelle regioni a maggiore affluena - sarebbe tuttavia una spiegazione incompleta. Se si osserva l'andamento del voto infatti emergono comportamenti anche profondamente differenti tra le regioni della penisola. In particolare, alcune mostrano persino un incremento della partecipazione rispetto al 2009: Valle d'Aosta, Trentino Alto Adige, Sicilia e soprattutto Sardegna. I cali più consistenti si verificano invece in Lombardia e in Umbria, dove però si partiva da un tasso di affluenza altissimo alle ultime europee.

Cartogramma del numero di elettori (a sinistra)
e votanti al referendum 2011 (a destra)

Se tuttavia si passa all'analisi dei dati assoluti le differenze percentuali di partecipazione tra le singole regioni appaiono immediatamente molto meno importanti. Come mostra il cartogramma sopra riportato, la rappresentazione dell'Italia degli aventi diritto di voto e quella dei reali partecipanti al referendum 2011 sono molto simili tra loro.

La distribuzione geografica del voto mostra in sostanza un comportamento piuttosto uniforme in tutta la penisola, e questo fenomeno è forse la maggiore sorpresa della consultazione: non ci sono state vere e proprie spaccature tra regioni di destra e di sinistra: il Piemonte di Cota e la Liguria di Burlando hanno totalizzato la medesima percentuale, così come la Lombardia di Formigoni e la Basilicata di De Filippo, o la Campania di Caldoro e la Puglia di Vendola.
D'altra parte, il semplice numero di votanti lascia intendere come la mobilitazione referendaria abbia travalicato i confini dell'elettorato di opposizione; in particolare, uno studio condotto da EMG e Termometro Politico ha mostrato come oltre il 40% degli elettori di centrodestra abbiano scelto di recarsi alle urne. Il dato assume naturalmente ancora più valore se si tiene conto che uno dei quattro quesiti impattava pesantemente sulle vicende giudiziarie del Presidente del Consiglio, e che non vi sono state particolari differenze di affluenza tra i quattro quesiti.
In particolare, se è vero che sono state le due schede sull'acqua a fare da traino - a smentire coloro che vogliono legare alla contingenza dell'effetto Fukushima il raggiungimento del quorum - è altrettanto vero che alla fine meno di 20.000 schede hanno separato il quesito meno votato (n° 4) da quello più votato (n°2): circa lo 0,07%.

Gli ultimi numeri che hanno caratterizzato il referendum sono forse quelli più significativi in assoluto, e quelli che maggiormente permettono di fare luce sul "dopo", sulla tenuta del Governo ed il futuro stesso della legislatura: 51,44%, 51,83%, 50,86% e 51,05% sono le percentuali raggiunte dai SI ai quattro quesiti calcolate sul totale degli aventi diritto di voto in Italia e all'estero. Questo significa in pratica che le norme oggetto dei quesiti referendari sono state bocciate dalla maggioranza assoluta degli Italiani.

Anche se legalmente un referendum riguarda un singolo provvedimento e non un Governo nel suo complesso, la natura dei quesiti unita alla dimensione della bocciatura tende a smentire le dichiarazioni di alcuni esponenti della maggioranza che tentano di non vedere nel voto di domenica e lunedì un voto contro il governo.
Se infatti è sbagliato ascrivere la vittoria ad una parte politica in particolare - gli elettori di centrodestra che hanno partecipato alle consultazioni continuerebbero per la stragrande maggioranza a votare centrodestra nel caso di elezioni politiche a breve termine - è altrettanto vero che sono stati bocciati dagli Italiani:
  • il piano energetico nazionale previsto dal Governo
  • la gestione degli enti e dei beni di pubblica utilità proposta dal Governo
  • un aspetto fondamentale della concezione della Giustizia del Governo, e per estensione l'intero impianto delle leggi cosiddette ad personam
Se quindi formalmente ha ragione il leader dell'Italia dei Valori Antonio di Pietro a ribadire che la vittoria al referendum non ha colore politico, ne ha altrettanta dal punto di vista sostanziale il segretario del Partito Democratico Pierluigi Bersani a domandare le dimissioni di un Governo le cui politiche sono state bocciate così sonoramente dai cittadini, in particolare un Governo che ha fatto del rapporto diretto con il "popolo" uno degli aspetti fondanti della propria autorità anche al di sopra della legge.

sabato 11 giugno 2011

Referendum, parte la corsa al quorum

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Logo dei referendum 2011

Domenica 12 e lunedì 13 giugno si vota per i quesiti referendari relativi a legittimo impedimento, acqua pubblica ed energia nucleare. Le ultime consultazioni referendarie hanno avuto esiti amari per i comitati proponenti, terminando invariabilmente sotto il quorum dall'ormai lontano 1995 (con l'eccezione del 2006 quando tuttavia il quorum non era richiesto trattandosi di un referendum non abrogativo).

Attraverso il servizio offerto dai siti istituzionali dei principali Comuni italiani, viene riproposto l'andamento dell'affluenza ai seggi in tali città nei casi degli eventi referendari del 2009, gli ultimi svoltisi in ordine di tempo. Data la presenza di più quesiti, i valori di riferimento sono da intendersi come valori medi. Infine, tali valori sono stati messi a rapporto con l'affluenza registrata sull'intero territorio nazionale.

Affluenza ai referendum 2009 nelle principali città italiane
e dato medio nazionale

Per alcune città, purtroppo, non sono stati messi a disposizione - né sono state individuate in merito fonti attendibili - i valori dell'affluenza delle rilevazioni intermedie.

Via via che verranno resi noti dal Ministero dell'Interno e dai siti istituzionali dei Comuni i dati relativi all'affluenza, verranno pubblicate tabelle sia relative ai dati 2011, sia comparative rispetto ai risultati del 2009.
In particolare destano particolare interesse le due città simbolo dei ballottaggi delle amministrative, Milano e Napoli; sulla base del confronto tra queste città e le altre prese in esame, e anche sul raffronto di questi due Comuni con il 2009, sarà possibile comprendere se il vento di cambiamento che ha portato al potere Pisapia e De Magistris era da intendersi un fenomeno circoscritto all'amministrazione comunale o se siamo invece in presenza di un cambio di rotta più ampio dal punto di vista geografico e culturale.
Anche Bari, Bologna e Torino sono da tenere d'occhio, in quanto si potrà capire se la spinta referendaria avrà sufficiente forza anche senza l'impulso dato dai ballottaggi, tenutisi in quelle città nel 2009 lo stesso giorno dei referendum.

Domenica 12 giugno ore 12

Affluenza ai referendum 2011 nelle principali città italiane
e dato medio nazionale (domenica 12/06/2011 ore 12:00)

Raffronto 2011 su 2009 dell'affluenza ai referendum
nelle principali città italiane e dato medio nazionale
(domenica 12/06/2011 ore 12:00)

Come mostrano le tabelle, rispetto al 2009 l'affluenza risulta essere quasi triplicata a livello nazionale, e anche nelle città campione spiccano segni positivi ovunque - almeno ove possibile eseguire il raffronto. Firenze, con il 18%, risulta essere la città con maggiore partecipazione in senso assoluto, mentre Genova è quella che fa registrare il maggior incremento rispetto alle precedenti consultazioni.
Molto importante, soprattutto in virtù della popolazione, è anche il +10% rispetto al 2009 fatto segnare da Roma.
Milano e Napoli ottengono risultati molto simili, poco sopra il 10%. Se per la prima città il valore è positivo ma non eclatante, per la seconda il dato è di tutto rispetto e quasi supera l'affluenza definitiva del 2009.
Come prevedibile invece Bologna e Torino sono le città che mostrano gli incrementi più contenuti, proprio in virtù del fatto che nel 2009 la consultazione referendaria era abbinata al turno di ballottaggio delle amministrative.

Domenica 12 giugno ore 19

Affluenza ai referendum 2011 nelle principali città italiane
e dato medio nazionale (domenica 12/06/2011 ore 19:00)

Raffronto 2011 su 2009 dell'affluenza ai referendum
nelle principali città italiane e dato medio nazionale
(domenica 12/06/2011 ore 19:00)

Al secondo rilevamento prosegue il buon andamento dell'affluenza a livello nazionale, con un rapporto ancora sopra il 2,5 rispetto alla partecipazione registrata nel 2009.
Firenze e Bologna, tra le città principali, sono quelle che fanno registrare i valori più alti di affluenza, posizionandosi sopra il 40%, seguite da Genova e Torino e Roma. Malgrado la trasversalità dei temi trattati, la politicizzazione dei quesiti tende con ogni evidenza a portare al voto le città con tradizioni maggiormente di sinistra. Genova e Roma sono inoltre le città con il maggior incremento di voti rispetto al 2009, come già evidenziato nel rilevamento delle ore 12:00.
Le differenze dell'affluenza tra sud e nord iniziano invece ad apparire rilevanti: rispetto alla media nazionale, tutte le città del centronord ottengono risultati migliori, quelle del sud peggiori: particolarmente significativo a questo proposito il dato di Bari, che come Bologna, Firenze e Torino nel 2009 aveva i ballottaggi delle amministrative. Mentre nelle tre città del centronord il dato del 2009 verrà con ogni probabilità sbaragliato, il capoluogo pugliese si ferma ad un modesto 26%, che rischia di renderlo - purtroppo per Bari non sono disponibili i dati parziali delle precedenti consultazioni - una delle pochissime città in calo rispetto al 2009.
In particolare, la forchetta tra Milano e Napoli, che alle 12:00 erano appaiate, è ora di oltre il 6%, sebbene rispetto al 2009 Napoli abbia visto un incremento clamoroso, vicino al 20%.
In alcune città (Roma, Napoli, Palermo, Genova, Catania) i dati delle 19:00 sono superiori dei dati definitivi del 2009, e con ogni probabilità anche Torino e Milano raggiungeranno questo obiettivo nel rilevamento delle ore 22:00.

Domenica 12 giugno ore 22:00

Affluenza ai referendum 2011 nelle principali città italiane
e dato medio nazionale (domenica 12/06/2011 ore 22:00)

Raffronto 2011 su 2009 dell'affluenza ai referendum
nelle principali città italiane e dato medio nazionale
(domenica 12/06/2011 ore 22:00)

Nella terza ed ultima rilevazione del primo giorno di votazioni l'affluenza supera la soglia psicologica del 40% (41,12 medio sui quattro quesiti), rendendo il raggiungimento del quorum un'eventualità ormai realmente plausibile. I principali dubbi sulla riuscita della consultazione riguardano l'affluenza del voto estero: se questa fosse nulla, la partecipazione sul territorio nazionale dovrebbe superare il 53%, se fosse - come vorrebbero alcune indiscrezioni - intorno al 25%, in Italia dovrebbero recarsi alle urne il 51,8% degli aventi diritto circa. Le principali proiezioni dell'affluenza vedono una partecipazione intorno al 52%, quindi ben al di sotto della reale soglia di sicurezza.
Entrando nel dettaglio dei risultati conseguiti nelle singole città spiccano i dati di Firenze e Bologna, che hanno superato il quorum con diverse ore di anticipo sulla chiusura dei seggi. Molto vicine al 50% anche Genova, Roma e Torino.
Con l'eccezione di Bologna e Bari, tutte le città scelte come campione hanno superato l'affluenza definitiva del 2009, ma mentre per il capoluogo emiliano il sorpasso pare ormai certo, per quello pugliese sembra molto difficile replicare il 54% di due anni fa.
La forbice apertasi nel corso del pomeriggio tra Milano e Napoli, le due città sorvegliate speciali a causa delle recenti amministrative, è rimasta costante in questa terza tranche di voto, attestandosi intorno al 7%.
Genova e Roma si confermano, in linea con i rilevamenti precedenti, come le città che hanno fatto registrare i maggiori incrementi rispetto al 2009.
A livello generale, infine, resta inalterata la forbice nord-sud che vede le città del centronord costantemente al di sopra della media nazionale e quelle meridionali stabilmente al di sotto.

Lunedì 13 giugno 2011 ore 15:00

Affluenza ai referendum 2011 nelle principali città italiane
e dato medio nazionale (lunedì 13/06/2011 ore 15:00)

Raffronto 2011 su 2009 dell'affluenza ai referendum
nelle principali città italiane e dato medio nazionale
(lunedì 13/06/2011 ore 15:00)

Quorum raggiunto, e ampiamente superato. Con un 57,01% medio di affluenza sui quattro quesiti sul territorio nazionale, diventa inoltre inutile il conteggio del voto degli Italiani all'estero ai fini del raggiungimento della soglia. Il risultato è stato ampiamente superiore alle previsioni delle ore 22:00 della domenica, che si attestavano sul 52% circa. Trentino Alto Adige, Emilia Romagna, Toscana e Marche sono state le regioni che hanno trainato l'affluenza, ben oltre il 60%. Un altro dato estremamente importante è che il quorum è stato raggiunto in tutte e venti le regioni italiane.
Esaminando le prime dieci città italiane, si nota come in sette su dieci sia stata superata la soglia del 50%, con Palermo e Napoli comunque molto vicine a tale livello. Cinque città (Roma, Torino, Genova, Bologna, che ha sfondato quota 65%, e Firenze) hanno inoltre superato il 60% di affluenza. Proprio Genova e Roma sono state le città che hanno fatto registrare l'avanzamento maggiore rispetto al 2009.
L'unica città che ha mostrato un arretramento rispetto alle precedenti consultazioni è stata Bari, dove è mancato l'effetto traino delle elezioni amministrative.
Rispetto ai precedenti rilevamenti si attenuano le differenze nord-sudm sia pure in un contesto che vede il centronord del Paese decisamente sopramedia: Milano finisce solo un punto sopra Bari e tre sopra Napoli; alle 22:00 di domenica i punti di differenza erano rispettivamente cinque e sette.

Per la prima volta da sedici anni si raggiunge quindi il quorum in un referendum abrogativo, tra l'altro con un'affluenza mai più toccata in questo genere di consultazioni dal lontano 1985. Un altro segno, se ancora ve n'era bisogno, che l'atmosfera in Italia è veramente cambiata.

giovedì 9 giugno 2011

Dati AGCom maggio 2011

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Logo dell'AGCom

Maggio, con le battute conclusive della campagna elettorale, le elezioni amministrative e la successiva nuova campagna per i ballottaggi, è stato un mese cruciale per l'informazione politica in Italia. Il sito dell'AGCom ha pubblicato celermente i dati relativi al pluralismo politico-istituzionale delle principali testate telegiornalistiche e, come per il mese di aprile, i dati sono stati scorporati settimanalmente in maniera da rendere al pubblico un servizio maggiormente puntuale e trasparente (link Parte I, Parte II, Parte III, Parte IV). Sono rimasti fuori dall'analisi mensile dell'Autorità i giorni 29, 30 e 31 maggio, che verosimilmente saranno inclusi nel conteggio di giugno.

Il primo dato che spicca, soprattutto tenendo conto dell'importante evento elettorale svoltosi nel mese, è il basso numero di ore dedicate all'informazione politica, appena 154 contro le 197 di aprile e le 201 di febbraio. Il dato in assoluto più basso dall'inizio dell'anno. In realtà, tenendo conto dei tre giorni mancanti sopra indicati e della presenza di due giornate di silenzio elettorale, si può stimare un valore di poco superiore alle 180 ore di informazione aggiungendo cinque giorni di informazione a quanto totalizzato nel mese: comunque poco per un periodo in cui le tribune elettorale e gli speciali post-voto hanno dominato - o meglio avrebbero dovuto farlo - la scena mediatica del Paese.

Dati AGCom maggio 2011

A livello generale prosegue il trend di calo della componente istituzionale già evidenziato nel mese di aprile, ma questa volta anche l'opposizione arriva a beneficiarne in maniera consistente, arrivando ad una situazione complessiva abbastanza in linea con i dettami della par condicio. Spicca ancora una volta il tempo dedicato al PdL, ma la maggiore frammentazione delle forze di opposizione, in special modo di centrosinistra, è in questo caso sufficiente a spiegare le differenze in termini di tempo assoluto e percentuale tra la formazione berlusconiana e gli altri partiti.

Dati AGCom maggio 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Come mostrano gli istogrammi, per la prima volta da inizio anno le istituzioni non sono più la componente di maggioranza - né assoluta né relativa - del panorama telegiornalistico italiano. Con il 32,89% medio del tempo, infatti, risultano sorpassate dalla maggioranza, che si attesta al 36,89%. L'opposizione torna sopra il 30%, in particolare arriva al 30,22%, il secondo valore più alto da inizio 2011.
I valori ottenuti sono di gran lunga i migliori, in termini di equilibrio dell'informazione, di tutto l'anno.

Dati AGCom 2011 aggregati per
Istituzioni - Maggioranza - Opposizione

Tra le istituzioni prosegue il forte calo di Presidente del Consiglio e Governo, che dimezzano sostanzialmente la quota di aprile passando dal 38% al 19% complessivo. Il calo è ancora più brusco se raffrontato al 43% di marzo, quando Berlusconi ed i suoi ministri occupavano da soli quasi metà dello spazio politico dei telegiornali.
In realtà il travaso di spazio mediatico è in gran parte circoscritto al governo e alle forze parlamentari in suo sostegno, in quanto sia il PdL sia la Lega aumentano vertiginosamente le proprie quote percentuali, passando dal 25% di aprile al 36% di maggio complessivo; ritorna tuttavia a crescere anche l'opposizione, in cui il PD ottiene il suo miglior risultato da febbraio mentre l'IdV supera per la prima volta nel 2011 il 4% del tempo complessivo e SEL, complice il fenomeno Pisapia a Milano, quintuplica letteralmente la propria presenza televisiva rispetto ai mesi precedenti.

In termini di tempi assoluti i partiti mantengono sostanzialmente gli spazi di aprile, sia pure con alcune variazioni talvolta anche non trascurabili; in generale però si può ascrivere il minor tempo complessivo dell'informazione politica al solo calo del tempo istituzionale: Berlusconi compare in veste di Presidente del Consiglio per 10 ore contro le 29 di aprile; il Governo appare per 18 ore contro le 45 del mese precedente.

Dati AGCom maggio 2011 aggregati per
area politico-culturale

Maggiori dettagli possono arrivare dall'analisi per area politico-culturale dell'informazione televisiva: come si vede dal grafico il centrosinistra avanza rispetto al bassissimo valore di aprile ma si mantiene ancora su percentuali molto inferiori ai primi tre mesi dell'anno. La decrescita del centrodestra è invece più che compensata dalla crescita della Lega: se considerato un tutt'uno, il blocco destra-centrodestra raggiunge il 56%, il valore in assoluto più alto da inizio anno.
Le formazioni della sinistra radicale come sempre sono ai margini della vita mediatica del paese sotto l'1% di rappresentatività, mentre in netto ridimensionamento appaiono le forze centriste del Terzo Polo, schiacciate sotto il 5%.

Dati AGCom 2011 aggregati per
area politico-culturale

TG4 e TG2 sono stati i telegionrali che, almeno quantitativamente, hanno dato maggior spazio al centrosinistra, mentre TGLa7 e MTV Flash sono state le testate che hanno privilegiato il centrodestra. Anche il Terzo Polo, come il centrosinistra, ha avuto spazi maggiori su TG2 e TG4, mentre la Lega Nord e in generale le formazioni di destra hanno avuto la maggior cassa di risonanza su Rainews e TG3.
Visto l'orientamento generalmente associato ai telegiornali italiani questi dati possono apparire stonati, ma è bene ricordare come i dati offerti dall'AGCom fotografino una situazione puramente quantitativa, senza indagare sull'approccio con cui vengono trattate le notizie.

Dati AGCom 2011 aggregati per mese

Dalla tabella che mostra l'evoluzione dei singoli elementi - partiti ed enti istituzionali - nel corso dei mesi del 2011 emergono alcuni elementi interessanti: oltre alla crescita di PdL e Lega, in linea con il calo di Presidente del Consiglio e Governo, spicca l'inversione di tendenza del Partito Democratico, in risalita dopo un calo di partecipazione televisiva che durava da quattro mesi. Nel centrosinistra si registra inoltre una piccola scossa verso l'alto anche per Di Pietro dopo una lunga stabilità, ma è soprattutto l'exploit di SEL a tenere banco: la formazione di Vendola soffre nei canali tradizionali ma va molto forte su Rainews e sulle reti Telecom, dove in alcune occasioni è arrivata ad insidiare il primato del PD come partito più "televisivo" della coalizione. Che sia un fuoco di paglia dovuto all'evento elettorale oppure una nuova tendenza saranno i prossimi mesi a dirlo.
Nel Terzo Polo tira una boccata d'ossigeno FLI, che pareva avvitato in una spirale discendente senza fine, mentre l'UdC conferma la propria stabilità.

Tra le testate, in un clima di generale aderenza alla par condicio, spiccano gli ottimi risultati fatti segnare da SKY TG24, Rainews e TG3, mentre sono le due reti Telecom, La7 ed MTV, ad essere tra i TG di punta quelle maggiormente sproporzionate, seguite da un Rai Uno.

I risultati elettorali di maggio hanno tuttavia dimostrato come il rapporto tra predominio mediatico e risultati elettorali è molto meno scontato di quanto si potesse pensare: la massiccia preponderanza delle forze di centrodestra in TV non ha dato i frutti sperati da Berlusconi e dai suoi alleati, ovviamente tenendo conto del fatto che le analisi quantitative offerte dall'AGCom non possono essere considerate del tutto esaustive in quanto non spiegano "come" un partito appaia in TV.
È tuttavia la prima volta da lungo tempo che TV ed elezioni si discostano tra loro in maniera così significativa: il futuro dirà se si è trattato di una coincidenza oppure se il mezzo televisivo sta realmente perdendo importanza come fonte di informazione per il popolo italiano.

lunedì 6 giugno 2011

Milano, analisi del voto

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Il nuovo Sindaco di Milano Giuliano Pisapia

Milano, vuoi perché si trattava della prima città in termini di popolazione chiamata alle urne, vuoi per la sua importanza economica, vuoi perché capitale indiscussa e inespugnabile del centrodestra berlusconiano, aveva dominato in termini di attrattiva e considerazione l'intero panorama delle elezioni amministrative 2011.
Proprio per questa ragione la straordinaria vittoria di Giuliano Pisapia, candidato del centrosinistra, deve assumere i contorni dell'impresa, ed essere analizzata nel dettaglio.

Alle precedenti amministrative, tenutesi nel 2006 in un momento considerato favorevole alla sinistra italiana, il candidato del centrodestra Letizia Moratti aveva vinto al primo turno con oltre 350.000 preferenze, pari a poco meno del 52% dei voti. Meglio di lei avevano fatto le liste in suo sostegno, posizionate oltre il 54%.
Lo sfidante di centrosinistra, Bruno Ferrante, si era dovuto accontentare di un più che dignitoso 47%, con quasi 320.000 preferenze, mentre le liste in suo appoggio arrancavano al di sotto del 45%.

Alla griglia di partenza nel 2011 si sfidavano come candidati principali la Moratti per la riconferma, dopo un quinquennio di amministrazione dai più considerato non esaltante, e l'avvocato Giuliano Pisapia, con alle spalle un'esperienza in Parlamento nelle file di Rifondazione Comunista nella seconda metà degli anni '90.
Pisapia aveva trionfato alle primarie, sostenuto da SEL e dalla sinistra radicale, contro Stefano Boeri, candidato ufficiale del Partito Democratico. Proprio i dubbi sollevati da alcuni sulla lealtà del PD al candidato di coalizione, uniti alla storica propensione cittadina per il centrodestra, lasciavano intravedere il semplice raggiungimento del ballottaggio come un risultato lusinghiero ed insperato per il centrosinistra.

In realtà già dalla campagna elettorale si poteva capire che l'atmosfera era differente rispetto al passato, che, per la prima volta forse da decenni, il popolo di centrosinistra vedeva più in là dei suoi vertici e non si dava perdente in partenza.
La nazionalizzazione delle elezioni amministrative cercata a tutti i costi dal premier Silvio Berlusconi, unita alla visibilità mediatica dell'appuntamento meneghino, costituivano il terreno fertile per una campagna elettorale del tutto fuori dall'ordinario. I tempi ed i modi di questa campagna si sono visti al momento del confronto televisivo tra la Moratti e Pisapia, trasmesso da Sky l'11 maggio, appena una settimana prima delle elezioni. La pietra dello scandalo fu l'accusa della Moratti, lanciata a tempo ormai scaduto senza che l'avversario potesse replicare, secondo cui Pisapia era stato arrestato per il furto di un'auto e avesse goduto di un'amnistia. Una distorsione della realtà, dal momento che Pisapia, pur potendo effettivamente godere dell'amnistia, scelse lo stesso la via del processo e venne quindi assolto nel merito.
Alcuni commentatori si sbilanciarono sopravvalutando la potenza del mezzo televisivo: il colpo era arrivato nel segno, le smentite sarebbero state viste unicamente affannosi tentativi di negare l'affermazione lapidaria e decisa del sindaco uscente, la paura del criminale era ormai instillata nel cuore dell'elettorato.
Al tempo stesso un DJ vicino alla Moratti, Red Ronnie, accusava Pisapia della cancellazione di un concerto ancora da tenersi, come se un sindaco non ancora eletto e senza alcuna garanzia di esserlo potesse avere un simile potere.

L'enormità dell'assurdità delle accuse rivolte a Pisapia scatenarono un'ondata di riflusso in rete di proporzioni colossali, che travolse le accuse del centrodestra in un oceano di satira fino a seppellirle e renderle sostanzialmente innocue. Iniziarono a circolare battute che davano a Pisapia la colpa degli eventi più assurdi - dal riscaldamento globale al ritardo a scuola - che vennero poi raccolte su siti, blog e gruppi Facebook. In questo modo chiunque diventava sostenitore di Pisapia, chiunque partecipava attivamente alla sua campagna elettorale: una battuta ironica e divertente scritta su Facebook da un abitante di Messina alle quattro del mattino diventava un atto politico di sostegno a Pisapia, grazie ad una rapida e capillare diffusione dei dati. Il Pisapia candidato scompariva quindi fino a diventare una sorta di figura mitologica colpevole delle nefandezze più assurde... e così facendo non si faceva altro che mettere in ridicolo proprio la Moratti ed i suoi sostenitori, riducendo le loro affermazioni alla stregua delle battute fiorite nel web.
L'instant poll condotto da Termometro Politico per il ballottaggio, dimostratosi poi estremamente preciso nello stimare i risultati reali con un errore inferiore al mezzo punto percentuale, ha evidenziato un predominio assoluto del candidato del centrosinistra - circa il 60% - tra i giovani fino ai 34 anni e le persone dotati dei titoli di studio più alti. Il nesso con l'importanza avuta dal web in questa campagna elettorale è evidente.

Confronto del voto a Milano
Comunali 2006 - Comunali 2011

Il primo dato rilevante è l'affluenza: il numero di voti validi - prendendo a confronto il primo turno - appare in modesto calo rispetto al 2006, con una diminuzione di circa 23.000 unità. Per una città come Milano, si tratta di una quota decisamente bassa.

Il riepilogo del voto cittadino mostra un risultato impietoso per il centrodestra sotto la Madonnina: la coalizione berlusconiana in sostegno a Letizia Moratti perde infatti circa 70.000 voti rispetto al 2006, una vera debàcle che non fa che aggravarsi se si guarda alle prestazioni del candidato stesso, che fa segnare un -80.000 nel confronto con il sé stesso di cinque anni prima.
Chi ha imputato la pessima prestazione della Moratti al primo turno tuttavia solo allo scarso appeal del candidato trova tuttavia smentite le sue ipotesi: anche nel 2006 la Moratti ottenne circa due punti in meno delle liste in suo sostegno, ma superò il 50%: ad essere mancata nel centrodestra, nel 2011, è stata la componente politica, ed in particolar modo il PdL. La formazione berlusconiana lascia sul campo quasi 80.000 voti, passando dal 40,87% di FI e AN al 28,62%. Ancora primo partito cittadino, ma con appena 600 voti di vantaggio sul Partito Democratico.
Non bastano certo i voti recuperati dalla Lega Nord, in saldo positivo di quasi 35.000 preferenze ma anch'essa in calo su consultazioni più recenti, a colmare una simile voragine: anche le liste civiche di centrodestra accusano un sostanziale calo, per non parlare della nascita del Terzo Polo.

Come ovunque nel nord, la nuova formazione centrista si rivela un flop: se l'UdC riesce a contenere i danni, è altrettanto vero che la nuova coalizione non sfonda attestandosi intorno al 5%: abbastanza per entrare in Consiglio, ma non per essere politicamente determinante.

Esulta invece il centrosinistra: se Pisapia cala leggermente in termini di preferenze assolute rispetto al suo predecessore Ferrante, le liste in suo sostegno avanzano invece di quasi 10.000 preferenze. La parte del leone spetta al Partito Democratico: caso pressoché unico in Italia, il PD avanza rispetto alle già notevoli prestazioni dell'Ulivo del 2006, e lo fa in maniera sostanziale guadagnando oltre 35.000 preferenze. In forte crisi si dimostra invece la sinistra radicale: sommando i risultati ottenuti da Verdi e FdS si ottiene un magro -47.000, solo in parte imputabile al buon risultato ottenuto da SEL, che con il 4,68% si conferma anche in questa città secondo partito di centrosinistra. In crisi come ovunque tranne a Napoli (dove esprimeva però il candidato sindaco) l'Italia dei Valori, che, pur in crescita sul 2006, appare in affanno sotto il 3%, soffrendo la concorrenza di SEL e dei grillini.

Il MoVimento 5 Stelle non ottiene i numeri eclatanti di Bologna o Torino, ma con circa 21.000 preferenze riesce con Calise ad entrare nel Consiglio Comunale, posizionandosi appena sopra la soglia minima del 3%.

Dopo lo shock del primo turno, chiusosi con Pisapia in vantaggio di oltre il 7% sulla Moratti, si è assistito forse al dramma più nero della storia berlusconiana: l'incapacità del centrodestra di reagire ad una forma di comunicazione politica nuova, spiazzante, non controllabile. Per un movimento culturale che ha fatto della comunicazione la prima chiave del proprio successo, è stata un'esperienza sicuramente straniante. Le correzioni di rotta sono state ondivaghe - dalla minaccia islamico-comunista al mantra "Pisapia è una brava persona, ma..." - e in ogni caso tardive.
Se gli appelli a non lasciar cadere Milano in mano alla sinistra hanno infatti portato linfa alla causa della Moratti, ancora maggiore è stato il ricompattamento del fronte di Pisapia, i cui sostenitori vivevano un momento magico al pensiero del colpaccio.

La mobilitazione del ballottaggio è stata quindi la naturale risoluzione del fenomeno: affluenza di fatto pari a quella del primo turno, un fenomeno di per sé raro e probabilmente unico nella tornata amministrativa 2011.
Ed il ballottaggio si è trasformato, per Pisapia, nel trionfo. il distacco di sette punti percentuali si è dilatato ad oltre dieci, 55% a 45%, ma è il numero di preferenze ad essere veramente notevole: 365.717 contro le 297.814 della Moratti. L'incapacità di quest'ultima a superare, nemmeno in uno scontro a due - la soglie dei 300.000 voti è forse il suggello matematico più impietoso su un'amministrazione poco amata dai cittadini, una campagna elettorale all'insegna degli errori e una nazionalizzazione dello scontro che sicuramente non ha giovato alla causa del sindaco uscente. Il CISE1 ha pubblicato un'analisi in cui, tramite il modello di Goodman, tenta di ricostruire i flussi di voto tra il primo turno ed il ballottaggio.
I risultati sono impietosi per la Moratti: Pisapia ha fidelizzato maggiormente il proprio elettorato al primo turno, Pisapia ha saputo pescare meglio anche tra chi al primo turno non era andato al voto. Del tutto prevedibile invece il flusso di voto dai candidati minori: il Terzo Polo si schiera prevalentemente a destra, mentre il M5S sceglie soprattutto il centrosinistra. Secondo quanto già emerso dall'analisi di altre realtà al voto in questo 2011, solo un elettore grillino su quattro non prende in considerazione alcun partito se non il MoVimento 5 Stelle rifugiandosi nell'astensionismo qualora la propria formazione preferita non sia in competizione.

Confronto del voto nei quartieri di Milano
Comunali 2006 - Comunali 2011

L'analisi circoscrizionale delle elezioni milanesi non ha molto da offrire al quadro cittadino generale, se non rimarcare la vittoria di Pisapia in tutte le nove circoscrizioni meneghine.
Può tuttavia essere utilizzata per capire l'evoluzione dell'elettorato di centrosinistra dal 2006 al 2011. Ferrante aveva ottenuto i suoi migliori risultati nelle circoscizioni IX, V e VI, da sempre considerate le "periferie rosse" - o per meglio dire "meno azzurre" - cittadine. Al contrario Pisapia va meglio nelle circoscrizioni III (dove Pisapia sfiora il 50% al primo turno), IX (dove si registra però un calo rispetto a Ferrante) e VI. La circoscrizione III, chiudendo un fenomeno che si avvertiva in nuce già dalle politiche 2008, è diventata la vera roccaforte del centrosinistra nel panorama politico cittadino.
Questa circoscrizione racchiude al proprio interno la sede principale del Politecnico, oltre a diverse facoltà della Statale (Medicina, Veterinaria, Farmacia, Odontoiatria, Agraria, Scienze MFN): l'ennesima riprova di quanto il voto giovanile e studentesco - o quantomeno il voto di un quartiere fortemente impregnato di presenza giovanile e studentesca - abbia giovato a Giuliano Pisapia.

E ora? Pisapia porterà veramente i cosacchi e gli imam ad abbeverarsi in Piazza Duomo, come paventato dal centrodestra? Si tratta solo di una vittoria del "sistema", come declamato da Grillo?
A Pisapia il difficile compito di non sprecare l'enorme mandato di fiducia conferitogli dai cittadini di Milano ed in generale dal centrosinistra non solo meneghino. La coalizione progressista ha accumulato un enorme capitale in termini di entusiasmo politico, di partecipazione e quindi, in sostanza, di voti, affidaando le proprie speranze a questo avvocato milanese. Quando si governa una città importante come Milano la buona amministrazione è infatti solo metà dell'opera. Il proprio operato è attentamente vagliato e valutato su scala nazionale, e non è esgerato dire che dall'operato di Pisapia - come e più che per i vari De Magistris, Fassino, Merola, Cosolini e Zedda - nei prossimi anni dipenderà una parte non trascurabile delle probabilità di successo del centrosinistra nelle future consultazioni elettorali, nazionali e locali.




1: il sito del CISE entra a far parte delle fonti del blog

giovedì 2 giugno 2011

Napoli, analisi del voto

Valutazione post: 
Il nuovo Sindaco di Napoli Luigi De Magistris

De Magistris vince contro tutto e tutti. Vince con il centrosinistra contro il centrodestra, vince con il centrosinistra contro il centrosinistra, e conquista la difficile poltrona di Sindaco di Napoli forse contro ogni aspettativa.

La griglia di partenza della competizione elettorale era sicuramente sfavorevoler per la coalizione progressista: il giudizio degli elettori sull'amministrazione uscente, guidata da Rosa Russo Jervolino, era pesantemente negativo; le primarie del centrosinistra tenutesi per la scelta del suo successore erano naufragate tra le polemiche legate ai brogli e al voto della malavita organizzata. Alla fine il centrosinistra non era riuscito nemmeno a presentare una candidatura unitaria alle elezioni, diviso tra Luigi De Magistris, sostenuto da IdV e FdS, e Mario Morcone, appoggiato da PD e SEL.

La città pareva quindi un frutto ormai maturo per cadere nelle mani del centrodestra, come già la provincia nel 2009 e la regione nel 2010; Giovanni Lettieri, imprenditore già presidente dell'Unione Industriali prima di Avellino e poi di Napoli, è il candidato scelto dal centrodestra per la competizione elettorale.

Confronto del voto a Napoli
Comunali 2006 - Comunali 2011

Contrariamente ad altre città chiamate al voto in questa tornata elettorale Napoli ha registrato un forte calo dell'affluenza, che ha condotto al primo turno ad una perdita secca di quasi 70.000 voti validi rispetto al 2006. Un segnale di rigetto verso la classe politica che la nuova amministrazione non potrà permettersi di ignorare.

Valutando la forza relativa delle coalizioni si nota rispetto allo scenario delle precedenti elezioni un avanzamento del centrodestra, le cui liste passano dal 35% al 43%; il Terzo Polo si dimostra una realtà rilevante e radicata nel panorama partenopeo racimolando oltre l'11%, mentre crolla letteralmente il centrosinistra, che passa dal 60% delle liste a sostegno della Jervolino a meno del 40% ottenuto dalla somma delle formazioni in supporto a De Magistris e quelle in appoggio a Morcone. Infine, il MoVimento 5 Stelle non riesce ad ottenere qui risultati gratificamenti come altrove attestandosi ad un modesto 1,76%.

Tra i partiti spicca l'enorme crisi del Partito Democratico, che lascia sul campo in cinque anni quasi centomila voti, riducendosi alle dimensioni della sola Margherita. Se il PD piange, il PdL non ride: sono oltre trentamila i voti persi dalla formazione berlusconiana, risultando ridimensionato in una formazione delle dimensioni della sola Forza Italia di cinque anni fa.
Infine, sono quasi trentamila i voti persi anche dalla Federazione della Sinistra, a riprova della grande crisi che ormai attanaglia la sinistra radicale.
Tra tanti partiti in crisi, ne spiccano due in ottima forma: in controtendenza rispetto al resto d'Italia l'IdV incrementa le sue prestazioni sia in termini percentuali che assoluti, trainata da un candidato vincente e carismatico.
Anche l'UdC riesce ad aumentare il proprio peso nel panorama politico napoletano, non pagando il passaggio di schieramento dal 2006 al 2011 come capitato altrove. Questo risultato testimonia la vocazione meridionalista del Terzo Polo, che da Roma in giù sarà sicuramente in grado di essere determinante nella politica nazionale.

Spostandosi dai partiti ai candidati, si nota come tutti i candidati tranne Luigi De Magistris abbiano conseguito un risultato nettamente peggiore della propria lista: -5% per Lettieri, -2% per Pasquino, -3% per Morcone, -0,4% per Fico. De Magistris ha invece ottenuto uno strabiliante +11% sulla sua coalizione, conseguendo quasi sessantamila preferenze. Un risultato analogo in termini assoluti a quello che Chiamparino a Torino riuscì ad ottenere nel 2006, all'apoteosi della sua fama dopo un mandato trionfale culminato nell'evento olimpico. Proprio quindi il voto per De Magistris in quanto candidato, senza esplicita preferenza per un partito, è stato il fattore determinante del primo turno delle elezioni napoletane. Nei casi di Morcone, Pasquino e Fico si assiste inoltre ad un forte fenomeno di voto disgiunto verso De Magistris, che fa sì che questi tre candidati ottengano meno preferenze delle loro liste non solo in senso relativo ma anche in senso assoluto.

Sopravanzato quindi il candidato ufficiale di PD e SEL Morcone, era De Magistris ad approdare al ballottaggio contro il favorito Lettieri. Già i flussi del voto del primo turno però lasciavano intendere come i votanti di Morcone, Pasquino e Fico erano schierati per De Magistris, ribaltando quindi gli undici punti di vantaggio che Lettieri aveva accumulato durante il primo turno e rendendo proprio il magistrato sostenuto dall'IdV il grande favorito o quantomeno riaprendo una sfida che all'inizio veniva data già per archiviata.

Il ballottaggio ha completamente trasfigurato ogni aspettativa della vigilia, trasformandosi in un incubo per Lettieri ed il centrodestra e in una cavalcata trionfale per De Magistris, eletto sindaco con uno straordinario 65,38% delle preferenze.
Il numero dei votanti scendeva ulteriormente, calando di altre sessantamila unità rispetto al primo turno e portando il totale a poco più di quattrocentomila voti validi.
L'assenza dei voti di lista ha lasciato spazio al puro e semplice voto di opinione, e la situazione ha premiato oltre misura il candidato del centrosinistra, che è passato da 128.303 preferenze a 264.730. Lettieri nel contempo scendeva da 179.575 a 140.203.
De Magistris convogliava quindi su di sé non solo le proprie preferenze del primo turno, ma anche quelle di Morcone, Fico e Pasquino in maniera pressoché totale, mentre una parte consistente dei sostenitori di Lettieri al primo turno disertava le urne. Il miracolo era quindi compiuto, e De Magistris riusciva ad evitare alla città di Napoli la stessa sorte toccata a Provincia e Regione e al tempo stesso, rifiutando l'apparentamento con il PD al ballottaggio, evitava una nuova riproposizione della classe dirigente che aveva governato con ignavia la città negli ultimi anni.

Confronto del voto nei quartieri di Napoli
Comunali 2006 - Comunali 2011

La vittoria di De Magistris ha senza alcun dubbio trovato nella popolosissima municipalità 5 (Vomero - Arenella) la sua spinta propulsiva. Il quartiere, considerato assieme alle municipalità VI e X una delle roccaforti rosse della città, ha infatti visto crescere in maniera molto rilevante il proprio peso nella composizione del voto cittadino, laddove la maggior parte dei quartieri mostrava un andamento analogo al 2006 e le circoscrizioni II (neutra) e IV (favorevole alla destra) mostravano i maggiori decrementi.
Pur quindi in presenza di una generale diminuzione del voto erano i quartieri storicamente più vicini al centrodestra a risentire maggiormente della piaga dell'astensione.

Il fenomeno si accentuava ulteriormente nel turno di ballottaggio, con la municipalità V che sfondava il muro del 15% sul peso complessivo del voto cittadino; una dimostrazione di fedeltà tanto stupefacente quanto di fatto utile unicamente per fissare la portata della vittoria di De Magistris, dal momento che l'ex magistrato è riuscito a prevalere sul rivale in tutte le circoscrizioni cittadine.

Particolarmente interessante è infine l'analisi del voto delle zone più delicate della città, le municipalità VII (dove si trova il quartiere Secondigliano), VIII (Chiaiano e Scampia) e IX (Pianura): tutte e tre queste circoscrizioni al primo turno hanno visto Lettieri ben oltre il 40% - nel caso della VII prossimo al 50% - a riprova della preminenza del centrodestra nelle zone più disagiate dell'agglomerato urbano.

Le sfide che attendono De Magistris appaiono proibitive: la criminalità e l'emergenza rifiuti probabilmente sono problemi troppo grossi per essere affrontati e risolti nel corso di uno o due mandati. D'altra parte, De Magistris ha già vinto una sfida che pareva impossibile, quindi chi meglio di lui può garantire il futuro della principale città del Mezzogiorno?
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